
La lunga frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto»
Dopo anni in cui le mobilitazioni sociali languivano e le piazze erano vuote, improvvisamente qualcosa è successo. Per alcune settimane in tutta Italia migliaia di persone, molte delle quali giovani, si sono riversate nelle strade per esprimere solidarietà con il popolo palestinese, oggetto di un genocidio trasmesso in diretta globale. Siamo in presenza di un nuovo movimento?
Questa è l’ipotesi che abbiamo formulato esplorando il terreno di coltura da cui le mobilitazioni sono germinate. Abbiamo così ripercorso diverse tracce che portano indietro nel tempo fino al terremoto della crisi globale del 2008, l’origine della lunga frattura da cui il magma della Storia sta tornando a fluire.
Da oggi La Lunga Frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto» è disponibile sul sito di DeriveApprodi e nel tuo Infoshop di fiducia (presto una lista aggiornata). Questo libro è il frutto di una riflessione collettiva che si è sviluppata tra il prima ed il mentre di “Blocchiamo tutto”. Ringraziamo le compagne ed i compagni che hanno contribuito alla discussione che ha portato alla stesura ed allo sviluppo di questo volume. Ogni consiglio, ogni critica, ogni punto di vista è stato prezioso per affinare lo sguardo in questi tempi complessi. Ringraziamo DeriveApprodi per la disponibilità a pubblicare questo testo nella collana FuoriFuoco e Angelica Ferrara ed Andrea Wöhr per il progetto grafico.
Di seguito pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione al volume, buona lettura!
Tre ragazzi di origine magrebina si arrampicano sul tetto di un bar. Hanno il viso coperto e lo smartphone in mano: filmano il serpentone umano che procede lento e impetuoso per la via. A loro volta sono filmati e fotografati dalla gente in corteo mentre sventolano una bandiera della Palestina e accendono fumogeni. Potrebbe essere la copertina di un singolo trap.
Una collega di lavoro sui trent’anni si avvicina un po’ imbarazzata, esordisce con un «Non ho mai scioperato prima». Vuole capire come si deve muovere, cosa implicano le minacce del governo, quali sono i suoi diritti. A lavoro non c’è una grande sindacalizzazione, a malapena si sa chi sono gli Rsu, ma il giorno dopo l’ufficio è semideserto.
Aperitivo al bar, un amico che lavora in un capannone della provincia racconta orgoglioso che da lui ha scioperato il 60% dei lavoratori. Da quel che sa non era mai successo prima. Dice che alcuni abitanti del suo quartiere si sono organizzati spontaneamente per un cacerolazo. Il posto solitamente è un quartiere dormitorio.
Il pollice scorre sullo schermo illuminato. La maggior parte dei reels che si incontrano nello scrolling compulsivo riguardano il movimento «Blocchiamo tutto», l’algoritmo si è dovuto piegare. Post da ogni luogo del mondo parlano di quello che sta succedendo in Italia. Immagini delle imponenti manifestazioni, dei blocchi in autostrada, degli scontri occupano i social, con sottotitoli in lingue sconosciute.
Un conciliabolo di compagni diversamente giovani si confronta concitatamente. Cercano di ricordare se, a loro memoria, hanno mai visto delle manifestazioni così partecipate: «Forse qualcosa negli anni Settanta», ma non ne sono così sicuri. In tutti i loro volti, i nostri volti, c’è entusiasmo e allo stesso tempo spiazzamento. Cosa è successo? Come è successo? Che facciamo?
Venivamo da alcuni degli anni più aridi della breve storia del nostro paese dal punto di vista delle piazze.
Sembrava un’infinita traversata nel deserto. E poi è successo. Milioni di persone in piazza in tutta Italia.
Due scioperi generali effettivi nel giro di una settimana, cortei spontanei, blocchi diffusi ovunque e una composizione tanto eterogenea e trasversale che è difficile fare paragoni con il passato recente. Il movimento «Blocchiamo tutto» ha in pochi giorni attraversato ogni ambito dell’agire sociale nel nostro paese, dalle carceri dove alcuni detenuti hanno scioperato, fino alle ambasciate italiane in giro per il mondo.
Certo, l’aria che si respirava nei giorni precedenti al 22 settembre sembrava promettente, ma nessuno avrebbe potuto prevedere l’ampiezza, la capillarità e la radicalità delle mobilitazioni che hanno coinvolto più di cento città in tutto lo stivale. Capita spesso che sia così. Si annusa che il tempo sta cambiando, ma non si riesce a prevedere l’intensità della tempesta che viene.
Specialmente in un paese come il nostro in cui da anni si percepiva una certa debolezza dei movimenti sociali, una tendenza alla frammentazione, una mancanza di processi di ricomposizione reale. Eppure, lo abbiamo detto spesso, sotto la cenere che si è posata intorno alla frattura, i carboni continuano ad ardere. Nonostante il disorientamento, lotte, conflitti, mobilitazioni più o meno localizzate, più o meno specifiche, più o meno intense continuavano a emergere in diversi luoghi d’Italia. Di più, ciò che stava cambiando era proprio il clima generale. Ci pareva che la progressiva ristrutturazione capitalistica nella direzione di un regime di guerra stesse segnando nuove faglie sociali, stesse disvelando materialmente alcune delle mistificazioni che hanno caratterizzato gli scorsi decenni, stesse aprendo nuovi scenari. Non potevamo immaginare che molto di quello che ipotizzavamo sarebbe successo così in fretta. Certo, non bisogna farsi prendere da facili entusiasmi, il magma sociale che dal 22 settembre ha iniziato a solcare le piazze non è stabile, non ha ancora trovato delle sue forme esplicite e condivise oltre a quelle della bandiera palestinese e del blocco. Estraniandosi per un momento da queste settimane incredibili possiamo provare a osservare questo ciclo come un epifenomeno.
In parole povere è il sintomo di una tendenza storica che non riguarda solo l’Italia, ma perlomeno l’Europa (e forse anche oltre). Non è detto che questa tendenza si affermi e si consolidi – i potenti di questo mondo già al lavoro per impedirlo – ma crediamo che questo evento abbia rappresentato un momento spartiacque. Pensiamo che i movimenti sociali in Italia, dopo un lungo periodo di smarrimento e disorientamento stiano maturando nuove forme, nuove visioni, nuove possibilità.
Lo diciamo da subito, ci pare che questo fenomeno sia il prodotto di fattori oggettivi e soggettivi che hanno reagito come in un esperimento chimico generando nuova materia, differente dai fattori originari.
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