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Cosa si nasconde dietro l’interesse di ENI per le foreste?

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Da qualche tempo i “certificati verdi” hanno conquistato gli onori della cronaca perché indicati come concausa dei prossimi aumenti delle bollette energetiche.

di RE:Common e Greenpeace, da ECOR Network

Da gennaio ad oggi il costo dei permessi di emissione della CO2 nell’ambito dell’Emissions Trading System europeo (ETS) è salito infatti  da circa 30 euro/tonnellata di CO2 a 60 euro[1].
Su L’Espresso, Vittorio Malugutti scrive: “In questi mesi hanno messo il turbo anche le quotazioni dei cosiddetti “permessi di inquinare”, che i produttori di energia devono comprare per compensare le proprie emissioni di CO2. La speculazione finanziaria si è accanita su questi particolari titoli, scommettendo su nuovi prossimi rialzi per via delle restrizioni varate da Bruxelles, che punta a ridurre del 55 % entro il 2030 le emissioni di CO2 nell’Unione Europea.  In prospettiva, quindi, inquinare costerà di più, ma le imprese produttrici di energia devono far fronte da subito a nuovi oneri per acquistare certificati verdi a prezzi in continuo aumento. Questi costi vengono infine scaricati nelle bollette “[2].

La normazione del Green Deal europeo non ha evidentemente contemplato l’obbligo per le multinazionali dei combustibili fossili di scaricarne i costi sui propri bilanci (tagliando i profitti) e non sui consumatori finali.
In pratica, chi ci ha portato fino al baratro della crisi climatica e ne ha tratto il massimo guadagno potrà continuare tranquillamente ad inquinare scaricandone gli oneri sulle utenze della gente.
E i risultati si vedono:  incrociando il dato con l’esito di decenni di compressione salariale, la  Confederazione europea dei sindacati calcola che quest’anno in Europa quasi tre milioni di lavoratori poveri non potranno permettersi il riscaldamento[3].
E dire che i profitti all’industria dei combustibili fossili non mancano: per restare in casa nostra, l’utile netto trimestrale dell’ENI da aprile a giugno è salito a 0,93 miliardi di euro[4], tornando ai livelli pre-Covid.
Ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, si esplicita la natura di classe delle politiche della Commissione Europea e della  gestione capitalistica della cd “transizione energetica”.
Che transizione, oltretutto, non è, visto che grazie al meccanismo dei certificati verdi le emissioni climalteranti possono continuare allegramente.

Illuminante a riguardo è il rapporto di RE:Common e Greenpeace  “Cosa si nasconde dietro l’interesse di ENI per le foreste?”.
Il rapporto ci spiega come Eni, Shell, Total e BP abbiano attribuito un loro particolare significato al termine “decarbonizzazione”, che non indica nella loro accezione l’atto di interrompere le emissioni di CO2, ma di continuare a produrle as usual, “compensandole” con attività che in teoria dovrebbero mitigare le emissioni altrove.
Fra queste attività c’è la cd tutela  delle foreste. Non di quelle ovviamente del Delta del Niger, o di Capo Delgado, in Mozambico,  dove gravitano attività petrolifere devastanti e progetti di estrazione del gas.
Si tratta di altre foreste sparse per l’Africa, l’Asia o l’America Latina, da gestire attraverso progetti chiamati  REDD+, ovvero Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation, gestiti da multinazionali come BioCarbon Partners, Peace Park Foundation, First Climate, Carbonsink.
Imprese specializzate nel settore della compensazione del carbonio e nella produzione di certificati verdi da rivendere agli inquinatori.
La “tutela” delle foreste viene  attuata da queste imprese sottraendole agli usi delle comunità che le abitano da millenni in perfetto equilibrio, che ne traggono la propria sussistenza e che le hanno sempre difese dalle devastazioni del profitto.
Dietro i certificati verdi si cela dunque, la continuazione dell’economia fossile,  nuove povertà energetiche, crescita esponenziale dei profitti per le multinazionali del “REDD+”, e al contempo land grabbing, espulsione, espropriazione dei mezzi di sussistenza per chi vive nelle foreste del Sud del mondo.
Riportiamo di seguito l’introduzione del rapporto di RE:Common e Greenpeace, scaricabile dal sito di RE:Common,  rimandando alla lettura del documento completo per gli approfondimenti e il focus sull’ENI.
Ecor.Network

Le foto di questo articolo sono di//www.flickr.com/photos/28683534@N00“> Dorli Photography e a data-v-3fdb86ce=”” href=”https://www.flickr.com/photos/9929375@N06“>Francesco Cavallari Photography. CC BY NC ND 2.0 license.

Cosa si nasconde dietro l’interesse di ENI per le foreste?
RE:Common e Greenpeace 
aprile 2021, pp.18.

Download:
Certificati verdi0

Introduzione

Ad oggi, gran parte delle società del petrolio e del gas hanno presentato dei piani di decarbonizzazione delle proprie operazioni[5].
Eppure, queste aziende continuano a pianificare la vendita di energia ottenuta da petrolio e gas fossile anche oltre il 2050. Il termine “decarbonizzazione” si scosta quindi dal significato che gli si attribuirebbe logicamente, ovvero lo stop alla produzione di energia basata sui combustibili fossili.
Decarbonizzazione, per Eni, Shell, Total e BP significa continuare – nei decenni a venire – a estrarre gas e petrolio del sottosuolo, rilasciando emissioni nell’atmosfera che causano l’accelerazione della crisi climatica.

 Certificati verdi

Nel 2050, buona parte della produzione energetica di Eni si baserà ancora sul gas fossile[6].
Come può dunque Eni conciliare la decarbonizzazione delle proprie attivita con le emissioni dovute all’uso reiterato di gas? Attraverso il concetto di emissioni net-zero (zero-nette).
Ma“net-zero” non equivale a “zero”: una definizione più appropriata di questi impegni e neot-zero (per sottolineare la differenza tra zero e net-zero, utilizzeremo d’ora in poi l’espressione neot-zero).
“Emissioni neot-zero” vuol dire solamente che, per ogni emissione generata dalle attività dell’azienda, nel suo bilancio risulterà che si e evitata un’emissione altrove, o che una certa quantità di anidride carbonica e stata catturata dall’atmosfera.

Due degli strumenti più controversi di cui si serve Eni per nascondere le emissioni dal proprio bilancio sono la tecnologia di “Cattura e stoccaggio di anidride carbonica” (CCS)[7], rischiosa e non comprovata, e la gestione di milioni di ettari di foreste nel Sud del mondo, utilizzate alla stregua di depositi di carbonio. Grazie alla capacita delle foreste di assorbire anidride carbonica, molte multinazionali, Eni inclusa, sono diventate alfieri entusiasti  della difesa della natura. La compagnia italiana dedica un’intera sezione del suo sito web – corredata da splendide immagini di foreste lussureggianti – per comunicare il proprio “impegno per la protezione e la conservazione delle foreste”, e promuovere le cosiddette “soluzioni basate sulla natura”[8].

In particolare, per raggiungere il proprio obiettivo di decarbonizzazione, Eni intende fare un uso massiccio di uno schema chiamato REDD+ (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation), attraverso cui le multinazionali possono, per cosi dire, “compensare” le emissioni da esse causate, acquistando “crediti di carbonio” da progetti di conservazione delle foreste[9].
Il funzionamento dei crediti di carbonio e simile a quello dei titoli azionari ma, invece di quote societarie, essi  rappresentano il diritto ad emettere CO2. Tali crediti vengono generati da progetti di compensazione della CO2, cioè attività di conservazione delle foreste che dovrebbero impedire l’emissione di anidride carbonica prevenendo la deforestazione. Acquistando questi titoli sul mercato del carbonio, le societa possono affermare di aver compensato un certo volume delle loro emissioni, avendole impedite altrove.
Sostanzialmente, il ricorso alla compensazione attraverso le foreste consente a Eni di promettere emissioni neot-zero entro il 2050 senza dover rinunciare al proprio business fossile.
Nessuna delle foreste che Eni intende usare come depositi di CO2 si trova in Italia. Il sito web dell’azienda parla di Zambia, Mozambico, Vietnam, Messico, Ghana, Repubblica Democratica del Congo e Angola, paesi dove i diritti di accesso alla terra  delle comunità locali spesso non vengono riconosciuti, quando non sono palesemente violati. Ciò significa che la nuova corsa alle foreste da parte delle multinazionali dell’energia rischia di tradursi in un massiccio accaparramento di terre a discapito delle popolazioni di quei paesi.
In diversi casi, sono già state imposte restrizioni di vasta portata sull’utilizzo delle foreste nei confronti di chi ha contribuito meno alla crisi climatica – popolazioni indigene e comunità tradizionali – per permettere ad alcuni dei più grandi inquinatori al mondo di dichiarare di aver “compensato” le proprie emissioni climalteranti dovute allo sfruttamento dei combustibili fossili[10].

La piccola aggiunta del “net”, quindi, cambia tutto. A un’azienda come Eni, consente di promettere la decarbonizzazione mentre continua ad estrarre petrolio e gas fossile. Per tutti noi, significa essere esposti al rischio sempre più elevato del caos climatico, dato che le emissioni di gas serra continueranno ad aumentare. Per le comunità contadine e le popolazioni indigene del Sud del mondo, neot-zero porta inoltre con se la minaccia di enormi accaparramenti di terra, con la conseguente imposizione di restrizioni all’uso delle foreste.
La differenza tra zero e neot-zero ha conseguenze che vanno oltre quelle climatiche.
La devastazione ambientale e sociale, il danno per le economie contadine locali, l’inquinamento e i danni alla salute causati dall’estrazione di combustibili fossili: tutto questo sarà nascosto dal velo delle “emissioni neot-zero”.

NOTE:
 

[1] Osservatorio Conti Pubblici Italiani, Il rincaro dell’energia e la transizione ecologica: ecco perché le bollette schizzano e come reagiscono i governi, la Repubblica, 25 settembre 2021.

[2] Vittorio Malagutti, Targassati, L’Espresso n. 39, 19 settembre 2021, pp. 22/24.

[3] F.Q., Salari, in Europa quasi 3 milioni di lavoratori poveri che non posso permettersi il riscaldamento: solo in Italia sono 375mila, Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2021.

[4] Eni, profitti e cedola tornano ai livelli pre-Covid, Il Sole 24 Ore, 30 luglio 2021.

[5] Tzeporah Berman and Nathan Taft, Global oil companies have committed to ‘net zero’ emissions. It’s a sham, The Guardian, 3 marzo 2011.

[6] L’evoluzione di Eni. Il piano strategico a lungo termine al 2050. Vedi anche La strategia di Eni contro il cambiamento climatico. La road map dei nostri impegni.

[7] Giuseppe Onufrio, Greenpeace: “La chimera del Carbon Capture and Storage“, La Repubblica, 16 febbraio 2021

[8] L’impegno di Eni per la protezione e la conservazione delle foreste.

[9] REDD+ Web Platform. Francesco Panié, Il lato oscuro del mercato del carbonio, Il Tascabile.

[10] Il sito internet REDD-Monitor offre moltissimi esempi: www.redd-monitor.org.

 

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