
Opuscolo: strumenti e piste di inchiesta a partire dal convegno di Livorno /pt.2
Seconda parte dell’opuscolo “Strumenti e piste di inchiesta” a partire dal convegno di Livorno.
III SESSIONE: INFRASTRUTTURA MILITARE-ENERGETICA SUI TERRITORI
3.1. INTRODUZIONE – Nel “cortocircuito estrattivista” individuare dove la guerra si insedia sui territori
Il processo estrattivista neoliberista di espropriazione dei territori va analizzato in quello che può essere chiamato “cortocircuito estrattivista”, un processo che mercifica ogni risorsa, le divora, emette rifiuti e arriva a mercificare anche quelli. Il fine ultimo è quello di prelevare risorse, e dunque valore, per trasformarle e venderle sul mercato, innescando un vortice che si lascia dietro vuoti culturali, sociali, economici e ambientali, in un sistema che non è né rinnovabile, né tantomeno sostenibile.
Oggi il sistema capitalista è orientato all’approvvigionamento di tutte le risorse richieste dallo sviluppo delle tecnologie digitali e belliche, ed è necessario rintracciarne le trasformazioni con e sui territori. In questo quadro sono proprio i territori che acquisiscono una centralità fondamentale nell’estrazione delle materie prime che possiedono per arricchire l’economia di guerra.
L’energia ricopre un ruolo sempre più centrale, rappresentando la linfa vitale necessaria all’apparato bellico nel suo ingrandirsi. L’aumento della produzione e speculazione energetica risponde ai bisogni di questo apparato energivoro e, in funzione di questo, rende i territori dei vuoti da sfruttare. Le fonti di energia rinnovabile, raccontateci come l’alternativa, vengono invece inserite nel mix energetico, accanto alle instancabili fossili e al ritorno del nucleare.
Con il movimento per la Palestina abbiamo visto tanti porti, da Taranto alla Sardegna, attraversati da navi piene di greggio per Israele: a dimostrazione del fatto che nessuno Stato può portare avanti guerre senza l’utilizzo di fossili e come ogni struttura logistica che trasporta queste risorse sia centrale. I flussi di queste materie energetiche che sostanziano gli apparati bellici sono i nodi strategici da conoscere: le catene lunghe che imbrigliano il commercio di risorse energetiche sono intercettabili e possono portarci a intervenire sugli assetti bellici in espansione. In questo quadro, le nostre risorse vengono direttamente estratte e mercificate da aziende israeliane che portano avanti progetti di energia rinnovabili sui nostri territori e in quelli occupati palestinesi e del Golan siriano. A dimostrazione del fatto che indagare sulle trasformazioni dei nostri territori sia fondamentale per capire le matrici dello sfruttamento degli ecosistemi.
Ad arricchire il quadro già disastroso si parla di nucleare, esattamente come viene fatto con le ultime centrali a carbone o le rinnovabili su scala industriale: nell’ottica di narrare un’autonomia, sicurezza e sostenibilità energetiche che non sono realizzabili. Se ne parla minimizzando o ignorando quella che è la situazione dei territori ancora invasi dalle scorie ed ex-centrali, ignorando il fatto che neanche un deposito unico in più di dieci anni sia stato realizzato per la complessità e i rischi che comporta. A parte questi limiti volutamente ignorati, ricordiamo che in Italia c’è stato un movimento che nel tempo ha saputo sedimentare conoscenza e consapevolezza su un tema così centrale. Oggi tutto ciò va riattivato e messo in campo. Oggi come allora, la questione nucleare è intrinsecamente legata alla guerra: il nucleare è un’arma. Non è un caso che se ne parli proprio quando si sta ritornando a un’economia di guerra. Il tema è già centrale nei contesti bellici attuali, nella guerra russo ucraina, in Iran o nei piani dei nuovi test atomici americani. E quello che crediamo è che il nucleare è un’energia che funge sia da strumento che da obiettivo di guerra.
E per concludere il quadro in questo avanzamento dell’apparato bellico vediamo come nuove strutture siano diventate protagoniste nell’accaparramento dei territori e nel consumo di suolo: l’affacciarsi dei Data Center risponde alla necessità di strutture tecnologiche sempre più complesse. Guerre sempre più tecnologiche necessitano di sempre più dati da controllare. Non è un caso se il Data center più grande d’Europa sorgerà proprio a fianco alla sede di Leonardo a Caselle.
Nel domandarci come smantellare le infrastrutture su cui si sostanziano gli apparati bellici, dobbiamo riconoscere come centrali i territori a cui vengono sottratte risorse e su cui queste infrastrutture si instaurano, per costruire un’opposizione concreta.
A partire da questo articolo Grandi opere, disuguaglianze territoriali e conflitti sociali. L’estrattivismo infrastrutturale nel contesto italiano di Paola Imperatore come chiave di lettura, di seguito verranno affrontati diversi focus che restituiscono un lavoro di ricerca e di iniziativa a partire dai territori e da chi si batte per difenderli che può disegnare un progetto e una proposta collettiva da riprodurre anche altrove e in maniera maggiormente coordinata.
3.2. L’inchiesta come strumento di conoscenza e attivazione dei territori: l’hub militare Livorno-Pisa-La Spezia
Le infrastrutture non sono di per sé dannose, anzi talvolta si rendono necessarie. Diventano pericolose e dannose quando sono mero strumento del progresso capitalista. Quando riproducono il modello neo liberale di governo dei territori. In questi casi vanno a colpire i territori distruggendone gli equilibri ambientali e sociali. Creano quindi disuguaglianze territoriali e le devastazioni che portano creano quelle che sono chiamate zone di sacrificio e marginalità.
La logica delle grandi opere porta alla distruzione ambientale del territorio, causando inquinamento e nocività. Non solo, anche l’impoverimento delle economie locali, con privatizzazioni e costi che lievitano per i comuni e che incidono in negativo, ad esempio, sulla sanità pubblica. Dimostrano la relazione che hanno con il potere economico e politico-statale. Mentre la modernità capitalista spinge sempre di più per l’espansione delle infrastrutture, con la conseguente disgregazione ambientale e sociale dei territori, le mobilitazioni sviluppano forme di resistenza contro questi processi con la nascita, ad esempio, di comitati e movimenti ambientalisti. Mutando quindi anche le forme di partecipazione politica. Oggi, sempre di più, le infrastrutture sono snodi fondamentali per la guerra e quindi per il trasporto di armi e mezzi militari.
Il primo esempio è quello del porto di Livorno che rappresenta uno snodo fondamentale per la Toscana e l’Italia tutta. Il movimento blocchiamo tutto è riuscito a bloccare queste infrastrutture dedicate alla guerra e questo è l’orizzonte a cui tendere, anche a fronte della buona riuscita dell’iniziativa di blocco del treno carico di munizioni e mezzi militari avvenuta a Pisa nel mese di marzo.
Oggi sono in corso i lavori per la realizzazione della nuova darsena Europa e l’ampliamento a mare del porto settentrionale. Estensione di 800 000 m2, 3 km di banchine e 17 m3 per permettere alle mega navi di arrivare. Questo processo apre al ricatto sull’occupazione lavorativa. Ma ciò è anche causa di devastazione ambientale causata dalla Darsena Europa: erosione del litorale pisano, presenza di PFAS nello scolmatore, distruzione del fondale marino (poseidonia), scavi in fondali inquinati. Impatto acustico e atmosferico (fumi navali). Monitoraggi insesistenti. Questo comporta inoltre un rafforzamento dell’hub militare tra Pisa e Livorno ma che riguarda tutta la Toscana. Pensiamo alla vicinanza con Camp Darby, alla nuova base militare prevista a Pisa, alle fabbriche di armi presenti a Livorno (ex wass, produzione di siluri), il comando Nato a Firenze.
Infine, Livorno rientra nella rete TEN-T (Trans European Transport Network) ossia quei corridoi europei per implementare la mobilità su larga scala, di cui fa parte anche la tratta Torino-Lione, dunque il tema della circolazione ferroviaria risulta fondamentale, anche perché si ricollega all’accordo tra RFI e Leonardo per rafforzare la mobilità militare (2024).
L’HUB militare composto da flussi e vari punti (porti, aeroporti, aziende belliche, rotte della scienza e ingegneria della guerra) che si estende da Livorno sino a La Spezia è ben descritto dall’inchiesta che diverse realtà stanno portando avanti sul territorio, il lavoro di inchiesta si chiama proprio HUB ed è utile per rendere evidenti le linee della guerra, condividere le conoscenze e la possibilità di bloccare la guerra davvero.
Risalendo la costa da Livorno si arriva al progetto di nuova base militare che, se inizialmente era prevista a Coltano, ha visto un cambio di destinazione in corso d’opera, puntando su San Piero a Grado e Pontedera. Il Movimento No Base sta lottando da anni contro la militarizzazione del territorio e a partire dalla lotta sono maturati alcuni punti di invarianza:
- nella lotta occorre smascherare la narrazione delle basi come difesa: la base invece va descritta come luogo di riproduzione della guerra permanente e di energia a servizio interessi multinazionali. In questo senso, il ruolo dei GIS e di Tuscania, è emblematico dato che formano le forze militari estere oltre a difendere le piattaforme ENI in acque internazionali. All’interno dell’Ex- CISAM, luogo individuato per la base, è presente un reattore nucleare che vorrebbe essere riattivato secondo la retorica del nucleare sostenibile;
- nella lotta, a fronte del processo di sacrificabilità dei territori e delle comunità con l’obiettivo di svuotare i luoghi dalla memoria e renderli a servizio della guerra, il vuoto che viene lasciato va visto come possibilità. In questo senso, viene fatto un lavoro di ricostruzione di memoria dei luoghi, dato che la base è prevista in un parco naturale protetto, Migliarino San Rossore Massaciuccoli, in sinergia tra forze ambientaliste e chi semplicemente abita e attraversa quei territori, guardare quei territori come spazi nostri di cui riappropriarci, ristabilendo il legame con la natura e la tradizione del territorio;
- a fronte del silenzio che si inserisce in questi vuoti, a partire dai dati che riguardano il progetto e a fronte del silenzio della governance universitaria: nella lotta va costruito un comitato tecnico-scientifico che metta a disposizione le proprie competenze scientifiche per la collettività.
La necessità e la possibilità di bloccare tutto e di conoscere il passaggio delle merci e delle armi passa inevitabilmente dalla conoscenza e dalle reti sui territori, perché se una merce da un punto non passa, passerà da un altro, ma se c’è un’infrastruttura solida di reti e conoscenza è possibile fermarla per davvero.
Andando ancora verso nord si giunge a La Spezia e qui le realtà del territorio si sono attivate a partire dall’opposizione della SeaFuture, una fiera navale di armi della città, e così il coordinamento Riconvertiamo SeaFuture ha colto l’occasione per ragionare sulla militarizzazione del territorio e puntare a uno sguardo oltre i confini regionali anche tramite la collaborazione al progetto HUB.
La Spezia ha una storia militare molto lunga, la città è attraversata da un enorme muro che copre l’arsenale di La Spezia. All’arsenale della Marina Militare nei tempi passati hanno lavorato più di 12000 persone, collaborando alla costituzione dell’identità della città. Il modello estrattivista è fondamentale per leggere le dinamiche del territorio, data la vicinanza alle Apuane e quindi all’estrazione del marmo.
Tutte le dinamiche si basano sulla fame di terra, oggi l’arsenale occupa 3-400 persone e molta parte dell’area è in stato di abbandono ma permane una città nella città che blinda la popolazione separandola di fatto dal mare. E’ un elemento in decadenza ma in parallelo si instaura la nuova corsa alla militarizzazione, processo molto attuale.
A fronte della decadenza della capacità produttiva e dell’occupazione il comparto militare privato, dominato da Leonardo, è in una impennata stratosferica. La presenza di Leonardo trasforma la città anche nel settore dell’abitare, si vedono annunci “solo per dipendenti Leonardo”. Oltre all’arsenale e Leonardo sono presenti il poligono di tiro, l’eliporto militare a Luni, il rigassificatore (l’unico a terra) di Panigallia.
In questi contesti, oltre l’elemento centro-periferia, parliamo di zone di sacrificio in nome del profitto, di “territori colonizzati” internamente e bisogna tenere in conto un piano strategico: sono anche le zone in cui è più facile implementare nuovi livelli di estrazione quindi è fondamentale volgere lì lo sguardo. Lì dove c’è meno forza mobilitativa ma c’è bisogno di costruire forza reale proprio perché sono i luoghi strategici della guerra che viene.
3.3. Territori colonizzati, territori sacrificati: zone strategiche di militarizzazione ed energia dalla Sardegna alla Calabria
Dalla Sardegna giunge la voce di chi si trova in territori considerati dal governo centrale zone di sacrificio tout court: dalle parole del Comitato Sarcidano per la Difesa Territoriale è possibile tracciare un quadro della situazione dal punto di vista legislativo relativo alla liberalizzazione della speculazione energetica tramite i decreti: “I governi nazionali hanno implementato la furia di devastazione territoriale con i decreti, un tappeto rosso per speculatori.”
Ultimo decreto che ora è legge: il risultato è l’aumento di tipologia aree idonee, il che significa velocizzazione dei processi normativi, abbattimento quadro dei vincoli.
Nuove aree idonee. In Sardegna il 70% delle aree sono dedicate a servitù militare, superfici idriche portuali e zone industriali, dismesse, cava con un allargamento di fasce nel perimetro di queste categorie (entro i 500mt dalle aree industriale). Beni paesaggistici, agricoli, il che comporta un processo di industrializzazione forzata della ruralità.
Industria di guerra è energivora. Scenario di guerra permanente attraverso il finanziamento di soldi pubblici, fa sì che venga negata alla base la possibilità di una transizione energetica democratica egualitaria, in quanto risulta incompatibile con il modello di sviluppo previsto e passa attraverso il monopolio le reti elettriche. Solo il padronato e le multinazionali possono usare queste risorse e questi spazi. Inoltre in questa legge i progetti presentati precedentemente non vengono sospesi anche se insistono su aree non idonee.
I punti deboli del modello che è stato proposto: occorre dimostrare con i dati la riproducibilità ventosa in situ (se si tratta di eolico), in quanto altrimenti non si può realizzare una valutazione di costi-benefici e la narrazione sulla sicurezza nazionale viene meno; insistere sull’assenza di una valutazione di impatto sanitario; la centralizzazione delle decisioni e la svalutazione dei consigli regionali;
Occorre lottare contro un modello di sviluppo che non considera la nostra presenza nei nostri luoghi.
Costruendo progetti virtuosi di energia dal basso: l’energia deve essere considerata un bene collettivo non di una multinazionale.
Una lotta che deve leggere insieme speculazione energetica e economia di guerra in un unico spirale.
Da La Base di Cosenza emerge la necessità di porre al centro le specificità che uniscono i territori periferici e marginali delle regioni meridionali, non con la pretesa di costruire un paradigma comune, che non rispecchierebbe la pluralità “dei Sud”, ma con la consapevolezza di una linea di esclusione e marginalizzazione che i territori meridionali condividono.
Con l’intento di superare la lettura coloniale che intende il meridione come un’unica grande regione “sottosviluppata”, oggi la necessità diventa comprendere che nel muoversi verso un’economia di guerra, quello che vive il Sud, e nel caso specifico la Calabria, sono già le conseguenze delle modalità di dominio del capitale che si abbattono sui territori da decenni.
3.4. Marginalizzazione come pratica
La marginalizzazione che si intende è anche quella delle isole, dalle aree interne, delle periferie urbane di tutto il Paese. Una concettualizzazione che non intende affatto appiattire le differenze, ma trovare dei punti comuni di dialogo e confronto.
Lontano dalle metropoli e dai grandi centri logistici anche le mobilitazioni dell’autunno hanno avuto una partecipazione diversa, e il loro livello di radicalità e conflitto acquisisce valore se considerato all’interno del contesto e alla luce delle condizioni in cui questi territori si trovano.
La spirale di abbandono e spopolamento, che alimenta nuove forme di speculazione e da questa è alimentata a sua volta, che segue la frammentazione territoriale data dall’assenza di infrastrutture e servizi fondamentali, lavoro e opportunità è una condizione sistemica a cui la politica ha sempre mirato. In questi contesti l’emigrazione, soprattutto giovanile, è vissuta come “un passo necessario dell’esistenza di un individuo nei territori meridionali”. A differenza del passato e del processo che ha contribuito al boom economico industriale del nostro paese, oggi chi emigra ha bisogno dei soldi da sud, a cui le rimesse non arrivano più.
Il processo storico che costruiva dipendenza ed estrazione di lavoro a basso costo ha trovato oggi nuove forme di dominio che si concentra sull’estrazione pura. La speculazione energetica presentata come opportunità di sviluppo segue invece la logica di estrattivismo qui e ora, con grandi opere che rendono questi territori sempre meno vivibili, ad esempio il nuovo progetto di Centrale idroelettrica a Scilla. Oltre al paesaggio, anche la retorica del turismo su cui, sentiamo, il Sud vivrebbe, viene messa da parte per questi progetti e per gli interessi delle multinazionali.
Dunque, le mobilitazioni spontanee del “Blocchiamo tutto”, nell’attraversare territori più periferici e isolati, si sono affermate davvero come un piano di mobilitazione efficace. Allo stesso tempo hanno fatto emergere una serie di contraddizioni che alla domanda “perché non vi mobilitate per le esigenze reali del territorio?” hanno aperto finestre di possibilità: riaprire quel piano di mobilitazione con al centro il territorio e la sua cura.
Contro l’economia delle grandi opere, della speculazione energetica, delle infrastrutture militari, ponendo al centro i bisogni reali dei territori, è fondamentale continuare a creare spazi di discussione e superare la frammentazione. Non appiattendo le differenze ma dandosi orizzonti di discussione comune.
È necessaria la mappatura delle infrastrutture energetiche già esistenti, di quelle in costruzione, ma anche dei siti dell’estrattivismo che hanno esaurito il loro ciclo di vita lasciando sul territorio solo le storie e i resti. Perché, se si pensa anche al crotonese, “i Sud” sembrano vivere le contraddizioni in ritardo, ma in realtà mostrano le conseguenze di un sistema economico e di dominio che sui nostri territori e sui nostri popoli si abbatte da decenni e secoli.
3.5. Come fare? Riconoscere tendenze generali, anticipare e bloccare i flussi
A partire dal progetto Confluenza viene sottolineata la centralità dell’ambito energetico in quanto riguarda i flussi, i servizi e le infrastrutture oltre ad essere legato a doppio filo con l’economia di guerra.
Il punto da cui cominciare per attivarsi è partire dal presupposto che l’energia non è una merce: per questo è terreno di contesa e possibilità di lotta. Innanzitutto, il fabbisogno energetico italiano è già soddisfatto, quindi la prima domanda da farsi è perché occorre produrre più energia, per chi? Il proliferare di nuovi impianti, che siano di energia rinnovabile e non, è pura speculazione.
In questo quadro di mix energetico a cui punta il governo si inserisce il nucleare. Per smontare questa propaganda bisogna partire dalla contraddizione dei costi. L’energia nucleare non è competitiva e per funzionare deve funzionare a regime costante; inoltre il nucleare o è strumento o è obiettivo di guerra. L’energia non è una mera questione economica ma serve fare un ragionamento politico. In primo luogo bisogna indagare e mettere in discussione dove si fanno gli investimenti, quando l’infrastruttura energetica è vetusta, chi gestisce l’energia e per cosa si usa. Partendo dal presupposto che per coprire il fabbisogno energetico per l’uscita dalle fossili basterebbe una quantità di energia prodotta da pannelli solari collocati sull’ 1% del territorio su superfici già impermeabilizzate, considerato che in Italia il 7-8% del suolo è già cementificio sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale. Invece bisogna fare profitto, sfruttando campi agricoli e suolo senza abbandonare il fossile nonostante la propaganda sulla transizione ecologica, tramite il mix energetico di fonti fossili, rinnovabile e nucleare. Tutto questo viene condito da paternalismo, infantilizzazione in quanto chi si oppone ai progetti è considerato “contro il progresso”.
Il meccanismo che viene riprodotto sul territorio su scala nazionale è lo stesso:
- individuazione aree idonee ora di accelerazione con il DL 175 senza VIA e senza tener conto degli impatti e dei costi ambientali, sociali, economici e culturali ;
- imposizione sul volere delle comunità;
- i soggetti che promuovono questi progetti sono aziende con capitale sociale irrisorio, molto spesso dei prestanome dietro ai quali vi sono grandi gruppi di società di investimento
Rispetto a quest’ultimo aspetto va fatto un focus sulle società di investimento israeliane che stanno promuovendo i progetti su grande scala di rinnovabili sul territorio italiano i cui manager hanno ricoperto ruoli di spicco nell’IDF, le cui aziende sono collegate ai grandi fondi di investimento e le grandi banche israeliane complici del genocidio. Il know how e le competenze nel campo dell’innovazione tecnologica, in questo caso per l’energia “sostenibile”, proviene dal colonialismo di occupazione in quanto le stesse aziende hanno impianti all’interno dei territori occupati in Palestina, Cisgiordania e Golan siriano. Le stesse stanno colonizzando i territori in Piemonte, Sardegna, Puglia, Basilicata.
Il modello che viene applicato è un modello integrato: in combinazione con queste diverse strade per accumulare valore svuotando ed estraendo dai territori (senza che nulla ritorni indietro, anzi) vi è il ritorno del nucleare e del finto nuovo nucleare green. Picchetto Fratin ha fatto un nuovo decreto a ottobre che significa: accelerazione delle procedure; liberalizzazione delle centrali; centralizzazione delle decisioni in materia in capo al Governo; facilitazione della costruzione di nuovi impianti senza tener conto del costo e impatto sul tema della sicurezza in tempo di guerra, semplificando la normativa.
L’obiettivo del decreto è riaprire reattori e fare nuove centrali: naturalmente più aumentano i reattori maggiori sono i costi sul piano della gestione e della sicurezza; rimane il problema delle scorie a fronte dell’assenza di un Deposito Unico Nazionale (il cui costo previsto è di 8 miliardi) e più si produce energia nucleare più si producono scorie in quanto direttamente proporzionale. Scorie che al momento si trovano stoccate in alcune regioni italiane come il Piemonte e la Sardegna nell’attesa del rientro delle scorie tenute in caldo in Francia.
Per quanto riguarda il tema del nuovo nucleare di “ultima generazione” poi si parla di fusione consapevoli che sia ancora una favola in quanto non è stato ancora trovato il modo per estrarre energia utile dalla fusione di due nuclei leggeri tra loro, dunque l’energia impiegata per farlo al momento attuale sarebbe ancora maggiore rispetto a quella che ne scaturirebbe. Ma il punto è che questo tema si lega alla dimensione delle Big Tech e alla necessità di energia in enormi quantità, alcuni dati lo dimostrano:
- chat gpt consuma 10 volte più di Google: secondo questi standard quindi fra dieci anni in Europa servirà il 50% di energia elettrica in più;
- all’oggi i data center di tutto il mondo consumano 1-2% di energia circolante ma con l’aumento dell’intelligenza artificiale entro il 2030 si arriverà al 3-4%;
- il settore tech (Amazon, Google, Apple, Microsoft, FAcebook) emette 130 milioni di tonnellate di co2 all’anno, è il comparto più inquinante al mondo ma per coprire le esigenze di queste aziende si vuole andare nella direzione degli Small Modular Reactor per avere energia da fonte nucleare.
- vi sono dei forti interessi comuni: il fondatore di catgut è alla guida di Oslo, azienda che produce reattori compatti di ultima generazione a fissione veloce, la quale ha avuto una crescita in borsa del 400% nell’ultimo periodo.
Questo quadro scaturisce dalla conricerca a partire dai territori e da chi lotta per difenderli. Può apparire un piano molto alto e lontano perché si parla di monopoli, di multinazionali, di finanza eppure è un piano molto concreto perché per vedersi realizzato parte dai nostri campi, dei territori dove si devolvono ettari di suolo per impianti e infrastrutture energetiche superflui: proprio su quei territori si aprono spazi di contesa sul tema della gestione dell’energia rispetto al come, per cosa, per chi produrla e usarla.
In particolare gli spazi che si aprono e che permettono l’attivazione riguardano:
- la produzione di sapere e di controscienza;
- la ricostruzione di legami sociali nell’aggregazione intorno alla battaglia per la difesa del proprio territorio da un progetto non voluto;
- la ricomposizione di soggetti diversi ed eterogenei (dagli ambientalisti delusi dall’ambientalismo classico, ai tecnici, persone con svariate competenze scientifiche ma anche di memoria storica dei luoghi, chi non si fida della scienza considerata neutra dal capitale ma che neutra non è);
- la possibilità di monitorare il territorio, presidiarlo, costruire reti autonome di difesa dei territori con l’obiettivo di ricostruire i flussi, rallentare, impedire, bloccare concretamente lo sviluppo dei lavori di devastazione con diversi mezzi: dalle vie amministrativi istruttive a quelle concrete di blocco fisico con presidi e blocchi dei mezzi di lavoro;
Il nostro lavoro deve essere quello di valorizzare le reti informali, sistematizzare il sapere prodotto dal basso, puntare a costituire una forza e unire i puntini delle infrastrutture energetiche, belliche, logistiche e delle aziende connesse, sul territorio su scala nazionale per ricostruire i flussi con l’obiettivo di bloccarli, interromperli.
Per interromperli occorre guardare ai territori considerati marginali, fuori dalle metropoli, guardare ai Sud. Proprio dalle esperienze che si trovano fuori dalle metropoli è possibile portare delle proposte concrete a conclusione di questo macro ambito di inchiesta.
A fronte di questo quadro del territorio e di ciò che si struttura al suo interno, dei collegamenti, dei flussi e delle possibilità si può giungere a una prima conclusione e a una proposta che, a partire dalle zone di sacrificio, dalle isole, dai sud si delinea come un orizzonte al quale tendere: coordinarsi per bloccare.
A partire dalle riflessioni di chi sta vicino ai collettivi come A Foras e che da anni lottano contro la fabbrica della guerra sui territori delineiamo alcuni spunti sul “come” aggredire il nodo della guerra a partire dalla specificità dei territori, guardando all’esempio della Sardegna e di Cagliari. L’invarianza dalla quale partiamo per leggere il territorio nazionale è il fatto che in particolare nelle aree considerate interne o marginali convivono demanio militare, militarizzazione per basi militare e infrastrutture correlate e invivibilità delle città causate da processi di turistificazione e aumento dei costi della vita.
Oggi il tema che è stato affrontato da tempo in Sardegna diventa di interesse collettivo: prima di arrivare ad alcuni esempi pratici va fatta una premessa su come unire la questione bellica con l’università, partendo dal presupposto che il tema della guerra è sentito dai giovani con preoccupazione, questo sentimento è sano e noi dobbiamo raccoglierlo e prendercene cura. All’università di Cagliari chi studia Scienze della Terra e Chimica viene mandato nelle zone militari a fare prelievi e analisi, vi è stretta collaborazione e coinvolgimento tra Israele e i programmi e le borse di ricerca, viene promossa una grande mobilità, anche dalle facoltà più insospettabili per gli interessi con la guerra, lə studenti vengono inseritə già dai percorsi di orientamento dentro la dinamica occupazionale di Leonardo: l’azienda ha aperto moltissimi posti per giovani laureatə, dando grandi promesse. Al contempo non ci sono studi autonomi sulla militarizzazione: i dati sui danni e conseguenze vanno chiesti al Ministero dell’Interno o alle basi militari, quindi risulta impossibile la trasparenza.
La Sardegna da 70 anni lotta contro le basi militari, oggi la lotta di Pratobello non è piu possibile perché i terreni sono già tutti occupati, non ce ne sono di vuoti, dunque le pratiche vanno raggiornate e messe a verifica ma alcune pratiche messe in campo in questo territorio possono essere ancora sperimentate altrove, consapevoli del lavoro costante di riorganizzazione della controparte:
- Blocco delle esercitazioni: se si interrompono le esercitazioni si causa un danno reale, a fronte di questo la controparte ha sospeso le esercitazioni nelle giornate in cui venivano chiamati gli appuntamenti di mobilitazione procedendo anche a una dura perimetrazione, ma vale la pena tentare;
- Blocco trasporto armi con presidi al porto e all’aeroporto;
- Blocchi coordinati: il movimento di “Blocchiamo Tutto” ci ha mostrato la potenza dei blocchi in contemporanea per la congestione di un territorio che crei effettivamente un impatto. La proposta dunque è quella di raccogliere l’insegnamento del movimento per la Palestina e immaginare blocchi in modo coordinato.
- Costruire un discorso forte sul fatto che la guerra parte da qui: presidiare le fabbriche, come quella di bombe vicino a Cagliari la RWM per bloccare l’ingresso degli operai e anche l’uscita;
- contro il modello di turistificazione e modello Trump di finanza immobiliare: il il blocco del volo apposito Olbia-Tel Aviv dell’estate 2025 per portare israeliani in vacanza in Sardegna, il che ha scaturito azioni di disturbo sia all’arrivo in aeroporto sia nelle strutture ricettive;
- Svelare gli interessi congiunti tra campo delle rinnovabili e fossile: l’esempio della commistione di interessi tra Mauro Pili, direttore dell’Unione Sarda che ha finanziato la campagna contro le rinnovabili e la fabbrica petrolchimica SARAS ha significato affinare un punto di vista e una posizione chiara da parte dei comitati per tenere insieme il tema della speculazione energetica e il non abbandono delle fossili;
E’ una rete intricata ma questo denota anche grandi potenzialità perchè ogni aspetto della nostra vita è militarizzato, dai quartieri popolari alle università, questa guerra ci impoverirà tutti e il nostro governo punta al riarmo preparando la guerra: la guerra infatti molto spesso è causata proprio dagli aumenti della spesa militare e non il contrario.
Costruiamo immaginario a partire da qui.
ORIZZONTI: condividere prospettive e metodo per lotte e alternative a un pianeta in guerra
In generale è emerso un bisogno comune di tracciare un percorso in avanti: cessare di lottare e confrontarsi nell’emergenza, comprendere le esperienze differenti dei territori e la necessità di strumenti e proposte di lotta aderenti e flessibili in relazione a bisogni e obiettivi. Avere la forza e la fiducia di costruire una strategia, un piano comune per unire chi ha gli stessi interessi di vita e autodifesa dal sistema, guardando a valori fondanti di un agire politico realmente capace di trasformare la società: autorganizzazione, coraggio e audacia.
A partire dalle nostre esperienze di lotta e dal momento centrale di “Blocchiamo Tutto” vogliamo ragionare su quali sono le risorse e i limiti delle nostre lotte per mettere a fuoco il “come” le lotte possano essere efficaci. Nell’interazione di questa tavola rotonda, oltre a portare gli esempi delle lotte dai territori, invitiamo a portare delle proposte, su come portare avanti questo percorso, che abbiamo scelto di far iniziare come processo collettivo e che vuole allargare rispetto alla rete storica di “infoaut”. L’idea è di ritrovarci sulla base di un progetto o una proposta comune, che non significa aderire formalmente, ma costruire un percorso che abbia prospettive di cooperazione e lavoro comune. Pensiamo che ce ne sia l’esigenza ma anche la possibilità. Lo abbiamo visto durante il “Blocchiamo Tutto”, che è un momento che ci ha permesso pensiamo anche di essere qua oggi.
Per essere definite lotte efficaci occorre raggiungere alcuni obiettivi e caratteristiche: fare crescere militanze consapevoli; ottenere risultati e vittorie; maturare un orizzonte di contrapposizione e trasformazione della realtà grazie all’allargamento. Il momento di “Blocchiamo Tutto”, per le caratteristiche che ha avuto, ha posto dei nodi che ci sono utili per immaginare come riaggiornare le nostre forme alla luce della fase con l’obiettivo di aumentarne la solidità, la chiarezza, la continuità e l’efficacia.
Ciò che abbiamo imparato da “Blocchiamo Tutto” è un patrimonio comune, partiamo da alcuni spunti: la pratica di sciopero e blocco come qualcosa di effettivo e di massa; la centralità dei flussi e dei territori fuori dalle metropoli; il riconoscersi in una forma di identità comune che è stata sintesi e non solo sommatoria di individualità, una sorta di popolo (non omogeneo) che ha capito di poter essere in grado di curvare le scelte politiche del governo responsabile e complice del genocidio in Palestina.
Partiamo dal presupposto che anche se un ciclo è sopito almeno nelle forme esplicite per come si è dato a settembre, vediamo che ha lasciato qualcosa. Pensiamo che permangano le possibilità affinché ci potranno essere nuove esplosioni di massa, magari con caratteristiche più spurie, meno cristalline, più confuse. Questo momento ha l’obiettivo di costruirsi degli strumenti per poter anticipare prossimi momenti di movimento. Vediamo delle possibilità perchè ci sono dei soggetti che nei vari ambiti della vita pongono delle rigidità e questo crea problemi a padroni, ai padroni di Amazon, ai padroni di casa, ai presidi, ai rettori, ai padroni di aziende belliche ed energetiche. Porre delle rigidità significa anche costruire: costruire saperi alternativi a quelli dominanti; mettere in condivisione bisogni e tentare di trovare risposte collettive per soddisfarli dal basso; ritrovare la possibilità di vivere in dimensioni sociali in cui costruire comunità che osteggiano la volontà e le logiche di profitto, sfruttamento delle risorse e della capacità umana e di prevaricazione.
Questo ci deve portare a ragionare sulle necessità delle lotte intorno ad alcuni punti:
- Soggettività. Abbiamo parlato del paradosso del nostro tempo: l’individualismo che permea la società può diventare una forma di disfattismo nei confronti della guerra e l’inclusione nella proposta di valorizzazione capitalista risulta più impoverente che la sua esclusione dai rapporti di produzione e consumo;
- Programma: esiste un programma implicito nelle lotte che si attivano (dietro i nostri NO ci sono delle proposte, costruzioni di progetti) che va reso esplicito e chiaro;
- Contro sapere e contro scienza: la produzione di sapere dal basso necessita di forme di valorizzazione, circolazione, diffusione, sistematizzazione;
- Decisionalità: davanti al fatto che ci viene tolto tutto, il radicamento, l’identità e la memoria dei territori, sono leve per contrapporsi alle scelte imposte dall’alto.
Il nostro problema deve essere come costruiamo infrastrutture che siano in grado di accumulare forza e unità che non si traduca nella cancellazione delle differenze e nell’appiattimento delle contraddizioni, ma in una direzione di ricomposizione. Con “Blocchiamo Tutto” abbiamo visto forme di ricomposizione dal basso, ma forse come dimensioni che si pongono l’ambizione di essere proposta organizzativa siamo stati insufficienti nella costruzione di continuità. Abbiamo visto che senza la creazione di “contro-istituzioni” del movimento, senza strumenti di coordinamento ampi che superassero le strutture già presenti in precedenza, non abbiamo contribuito a dare continuità. Quindi siamo qui anche per porci la domanda di come poteri anticipare, come essere pronti sul breve, medio e lungo periodo. Ciò che ci serve capire è:
- quali sono gli ambiti da conoscere e da inchiestare;
- quali sono i nodi e i terreni di ambivalenza in cui si possono aprire possibilità di contesa del potere
- quali sono i soggetti disponibili a lottare, che si coagulano e aggregano intorno a “identità contro“
- come le nostre militanze possano costruire una solidità, non per produrre strette organizzative, ma per l’autonomia popolare che in parte si è espressa a settembre/ottobre
CONCLUSIONI
“Un invito a camminare insieme per realizzare un sogno comune”
Da dove partiamo?
L’esigenza di questo incontro è nata dal voler affrontare la realtà di guerra in cui viviamo e le possibilità di resistenza e autonomia che vivono nelle nostre lotte e nella società. Abbiamo delineato gli scenari della fabbrica della guerra, che disgrega e impoverisce la società, aliena le persone e i territori, produce oppressione e nichilismo.”Blocchiamo tutto” ha rappresentato una frattura netta tra chi ha scelto di scioperare e lottare e chi invece governa, con disumanità genocida. Ci anima un senso di responsabilità collettiva, nel costruire insieme le risposte al bisogno di cambiamento emerso in quelle settimane, nel voler conoscere con chiarezza la modernità del sistema capitalista, nel voler essere una forza capace di trasformarlo con la lotta.
Verso quali obiettivi?
Non siamo noi l’alternativa:possiamo però darci gli strumenti, il metodo, la pratica per costruire autonomia, con chiarezza e serietà, sfidando la rassegnazione generale. I due giorni a Livorno hanno definito l’obiettivo di questo percorso: rallentare e smantellare la fabbrica della guerra, interrompere i flussi bellici, a partire da ogni territorio e contesto in cui viene espresso conflitto per la conquista di autonomia per le comunità popolari che contendono un potere nei confronti di un sistema di guerra. Abbiamo oggi una traccia di lavoro: degli ambiti in cui svolgere lavoro di conricerca, in cui stringere nuove alleanze, in cui non solo difendere gli spazi sotto attacco ma costruirne di nuovi a partire dalla ricostruzione di un tessuto sociale, di fiducia e di cooperazione.
Con quali proposte?
Assemblee e presidi permanenti, casse di resistenza, mutualismo conflittuale, scioperi e blocchi di massa; sviluppare piattaforme che partano da bisogni, non su base identitaria ma su esigenze reali; percorsi fuori dalle metropoli per rimettere al centro ciò che viene definito “marginale”; guardare alla rilevanza della crisi agricola e la necessità di organizzarsi con soggetti che nella terra vedono storia, lavoro, memoria e identità.
Non partiamo da zero: esistono infrastrutture di inchiesta e conricerca già attive che possono essere integrate e riprodotte altrove (pensiamo alle Mappature dal Basso delle infrastrutture energetiche e belliche ma anche al lavoro interregionale portato avanti da HUB – Bollettino della Militarizzazione e delle resistenze dei territori) ; ma vogliamo anche di più. Organizziamo un percorso che si doti di un istituto di formazione e autoformazione che rilevi dalle lotte i nodi da approfondire; partecipiamo reciprocamente alle iniziative che animano i contesti locali. Individuiamo nel terreno della comunicazione e dell’informazione un ambito di conflitto e di possibilità: mettiamo a disposizione gli strumenti già esistenti come il sito Infoaut per accogliere punto di vista e materiali prodotti a partire dalle lotte ma immaginiamo anche strumenti comunicativi agili che possano costituire una infrastruttura utile per il coordinamento immediato sui blocchi, nelle manifestazioni, nelle iniziative di un nuovo ciclo.
Immaginiamo, infatti, un futuro non lontano e tangibile in cui poter coordinare i nostri blocchi ai flussi della guerra, in cui supportare reciprocamente picchetti, scioperi, assemblee, occupazioni di scuole e università, individuando insieme gli strumenti giusti e coinvolgendo sempre nuove persone, lavoratori, territori e settori della società che esprimono il bisogno di lottare. Non dimentichiamo di guardare alla Palestina come bussola in questa fase, supportando e partecipando come equipaggi di terra e di mare alla nuova partenza della Global Sumud Flottilla verso Gaza e verso Cuba.
Contribuire al progetto collettivo
L’idea che ha animato queste giornate è quella di non voler attendere, ma prendere l’iniziativa e sentirci unit nel farlo. Abbiamo l’obiettivo di costruire e accumulare forza per far pagare ai padroni del mondo, animati da violenza e sopraffazione, il costo di ciò che viene imposto. Possiamo contendere la possibilità di costruire rigidità ovunque siamo collocat per il miglioramento della vita collettiva .
Abbiamo la prova reale che il bisogno di unirsi per contare e smettere di subire esiste. Da questi due giorni traiamo la spinta e il desiderio vivo di organizzarci sempre meglio e in modi nuovi, per ottenere risultati concreti e avere la forza e la capacità di difenderli. Per prendere realmente potere collettivo, e sottrarlo a chi comanda. Lo ripetiamo, il sogno comune da realizzare è una vita libera dal dominio capitalistico, suprematista e patriarcale, ricca di capacità collettive, piena di significato umano, nell’autonomia che cresce.
Camminiamo per realizzare questo sogno comune.
Invitiamo tuttə a unirsi e a farlo insieme, con fiducia, concretezza e coraggio.
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