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Rivolta in una fabbrica indiana di IPhone, i lavoratori non venivano pagati da quattro mesi

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Quando è troppo, è troppo. Dopo 4 mesi senza stipendio con turni di 12 ore al giorno per produrre l’oggetto del desiderio delle masse occidentali una rivolta è esplosa dentro lo stabilimento di Narasapura gestito da un produttore taiwanese, la “Taiwan’s Wistron”.

Nello stabilimento sarebbero impiegati circa 15mila lavoratori di cui una buona parte con contratti precari ed interinali. La fabbrica è stata attaccata e devastata dagli operai esasperati dal trattamento dell’azienda. Oltre 120 sono stati gli arresti da parte della polizia e secondo le fonti ufficiali ci sarebbero danni per sette milioni di dollari. Alle 5 di mattina del 12 dicembre un migliaio di lavoratori si sono trovati al di fuori dell’azienda e dopo una mezz’ora sono iniziati i sabotaggi.

Un dirigente sindacale locale ha denunciato il “brutale sfruttamento” a cui sarebbero sottoposti gli operai della fabbrica di componenti elettronici. “Il governo dello Stato ha permesso alla Wistron di non rispettare i diritti fondamentali dei lavoratori”, ha detto al quotidiano The Hindu il sindacalista.

La Apple, tentando di correre ai ripari, ha dichiarato di aver inviato un proprio team di investigatori per verificare se la Wistron adottava le linee guida della casa madre. Ma è evidente l’ipocrisia, quanto successo è conseguenza di quei meccanismi di subappalto e delocalizzazione  di cui le big tech si avvalgono costitutivamente.

Questo episodio di insorgenza operaia si inserisce nella fase di mobilitazione che sta coinvolgendo lavoratori e lavoratrici del paese e che ha visto a inizio mese uno dei più grandi scioperi del mondo in piena crisi pandemica.

L’India ha registrato più di 9,2 milioni di persone infettate dal Covid-19, il secondo conteggio più alto del mondo. Dall’inizio della pandemia, secondo i dati ufficiali, sono morte quasi 135.000 persone. È probabile che i numeri siano molto più alti. A questo si aggiungono i milioni di persone che hanno perso il reddito e che ora devono affrontare una maggiore povertà e fame, in un Paese dove già prima della pandemia il 50% di tutti i bambini soffriva di malnutrizione.

 

 

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