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Mubarak in prigione, il regime al suo posto, i rivoluzionari in Piazza Tahrir

Il verdetto emesso nella giornata di sabato contro il vecchio regime è stato senza dubbio una riprova del tradimento della rivoluzione: condanna a vita per Hosni Mubarak e per Al-Adly, ma allo stesso tempo, piena assoluzione per Alaa e Gamal, figli dell’ex raìs, e per i capi dei reparti di sicurezza. Come successo con le elezioni presidenziali, dove ad aver vinto erano state la propaganda del regime e quella dell’Islam dei Fratelli Musulmani, anche il verdetto emesso contro il vecchio regime segna ancora una volta la sconfitta di una delle più importanti parole d’ordine del popolo egiziano: la giustizia per le vittime, del nuovo e del vecchio regime.

Ad emergere ancora una volta è stata la contraddizione insita nel sistema di potere che si è instaurato dopo la caduta di Mubarak. Mentre è stato condannato l’ex rais – del resto la giunta militare non avrebbe potuto far altrimenti, per mantenere il, seppur precario, consenso – chi, tra le sfere militari, detiene oggi il potere, colpevole di crimini ancor maggiori, continua a governare con un sistema repressivo che di poco si discosta dal regime di Mubarak. Il regime del colonnello Tantawi, colpevole di uccisioni e arresti quanto, se non più, abbia fatto Mubarak durante il periodo rivoluzionario, da una parte condanna l’ex rais per crimini di cui egli stesso è colpevole, dall’altra si limita a quelle condanne che bastano per non essere bollato da controrivoluzionario. La piena assoluzione di figure come Alaa e Gamal Mubarak la dice lunga in tal senso.

Accanto alle contraddizioni dell’elite militare, ad emergere dalle aule del tribunale sono anche le forti divisioni interne al popolo egiziano. Al momento della lettura del verdetto, mentre in aula i familiari delle vittime e gli attivisti presenti hanno scagliato la propria rabbia contro la corte, accusata di servilismo verso il nuovo-vecchio regime, la situazione che si è vista fuori andava in tutt’altra direzione. Un gruppo di “attivisti pro-Mubarak” si scontrava con la polizia conto un verdetto che, a loro dire, sarebbe stato troppo duro, contro un presidente che per 30 anni aveva solo fatto il bene del paese.

Dunque molte sono le contraddizioni – continuità tra nuovo e vecchio regime, ma anche forti divisioni interne – emerse ancora una volta nell’Egitto post-rivoluzionario, anche se le mobilitazioni in Piazza Tahrir sembrano, anche quest’oggi, confermare la forza del movimento rivoluzionario.

E’ oggi più chiaro che mai come niente sia cambiato: Mubarak è in prigione ma il sistema di potere da lui costruito continua a vivere nel Nuovo Egitto. Ed ancora una volta una nuova consapevolezza ed una ritrovata opposizione continua a caratterizzare il movimento rivoluzionario egiziano: piazza Tahrir di nuovo occupata; nuova incursione e distruzione da parte dei manifestanti della sede elettorale di Shafiq, candidato del regime alle presidenziali. Queste mobilitazioni, a cui ne seguiranno presto delle nuove, caratterizzano la forza del movimento rivoluzionario, che dimostra di non accettare né un verdetto che non renda giustizia alle vittime della rivoluzione, né una nuova riproposizione del vecchio regime.

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