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Los Angeles: ICE si scioglie davanti al fuoco

Riemergono le contraddizioni di un’America fondata sull’espropriazione degli ultimi.

da CUA Torino

Venerdì 6 giugno l’ICE – la polizia di frontiera americana – ha condotto varie operazioni di rastrellamento nei confronti di immigrati a Los Angeles, metropoli popolata al 75% da non bianchi (senza includere in questa categoria i latinoamericani, che costituiscono metà della popolazione cittadina). I sequestri di massa dell’ICE vanno avanti da anni e si sono intensificati negli ultimi mesi, da quando la nuova presidenza ha concesso carta bianca.
Stiamo assistendo in questi giorni alla prima risposta di resistenza da parte delle comunità a difesa degli immigrati. L’ICE ha puntato soprattutto a negozi e magazzini con alta densità di lavoratori immigrati presso l’industria tessile, che fa a capo anche ai costumisti di Hollywood. Non a caso la composizione che emerge è prettamente operaia e sindacalizzata.

Gli scontri si stanno susseguendo nel momento in cui scriviamo e gli arresti, già centinaia, sono in costante crescita. L’ICE sta adoperando vere e proprie tecniche di sfollamento con tanto di gas lacrimogeno, proiettili di gomma e filo spinato posizionato nelle strade.
Diversi sindacalisti e attivisti sono stati arrestati in seguito agli scontri, tra cui David Huerta, presidente del sindacato degli impiegati, di servizio mentre cercava di bloccare un arresto della ICE. Tutti i sindacati della California si sono riuniti oggi per discutere l’arresto di Huerta. Trump ha minacciato il governatore della California Newsom e la sindaca di Los Angels Karen Bass di arresto in caso si schierassero dalla parte delle proteste.

Il governo ha risposto mandando 2000 uomini della Guardia Nazionale e minacciando l’intervento dei Marines, nella speranza che possa spaventare i protestanti. Assieme a questi rinforzi, Trump ha ordinato a tutti gli stati di aumentare il numero di rimpatri da parte dell’ICE.
Anche se tuttora non sembrano avere i numeri delle rivolte viste in seguito all’omicidio di George Floyd nel 2020 o delle proteste a Los Angeles del 1992, parte della società Americana sta iniziando a prendere posizione e la rabbia verso le ingiustizie subite si sta diffondendo: proprio nelle ultime ore si sono registrati episodi di insubordinazione anche a San Francisco.

Il presidente degli USA è già rimasto scottato dal BLM nella scorsa presidenza, infatti i suoi tentativi intimidatori erano già partiti ben prima contro il movimento per la Palestina, deportando gli studenti pro-Pal e definanziando pesantemente le università in cui le proteste hanno avuto un impatto significativo.

L’attuale presidente non può permettersi di arretrare su altre promesse fatte in campagna elettorale, già con la questione dazi ha dovuto recuperare in corsa una posizione credibile a causa del crollo finanziario provocato dalla sua manovra politica che ha spaventato non poco la base elettorale trumpiana.
Questa volta ad opporsi al dispotismo nazionalista americano c’è la base di una società che è stata sfruttata fino al midollo per accumulare la ricchezza che rende gli Stati Uniti la potenza competitiva che è.

Ci si poteva facilmente aspettare che le politiche nazionaliste e protezioniste trumpiane esacerbassero profondissime contraddizioni già insite a livello strutturale profondo negli USA. Il sogno americano da tempo sembra non essere piú un orizzonte desiderabile per innumerevoli strati della popolazione, sia nei suoi aspetti materiali che come immaginario a cui ambire per valorizzarsi come corpi singoli e collettivi.

Bisogna riuscire a guardare a questi episodi con una lente che sappia riconoscere le ricorrenze e le specificità date dalla situazione, non tanto per fare i telecronisti d’oltreoceano affascinati dal conflitto, quanto più per avere maggiori strumenti per riconoscere possibili anticipazioni di contraddizioni irrisolte e dotarci della capacità di attraversarle e farci attraversare.
Per queste ragioni le riflessioni dovute, dovranno essere piú approfondite e rimandiamo ad un secondo momento l’onere di sopperire a questa necessità.

In tutto questo i democratici arrivano tardi e quando più conviene loro. Davanti ad un presente fatto di sfruttamento creato anche in buona parte da loro, ma esacerbato dalla nuova presidenza, riescono solamente a fare un richiamo alla pacificazione sociale mentre le deportazioni avvengono sotto i loro occhi.
Si usava dire spesso che quello che succedeva in America sarebbe arrivato in Italia nel giro di pochi anni, questa volta siamo al passo con i tempi.

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pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

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