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Ayotzinapa, 24 mesi e la lotta per la verità

Fabrizio Lorusso

La lotta per la verità sui 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, i sei morti e le decine di feriti della “notte di Iguala”, così come la verità sui più di 30 mila scomparsi di questo paese, senza contare i tanti altri (o più) che probabilmente non sono stati denunciati essendo migranti o per paura e sfiducia verso le autorità, è una lotta per la storia e per la giustizia.

È per la storia perché il potere vuole sempre scrivere e imporre la propria narrazione comoda e compiacente, la propria “verità storica”, come nel gennaio del 2015 l’ha chiamata, cinicamente e perentoriamente, l’allora procuratore generale della Repubblica Jesús Murillo Karam. L’incessante lavoro di familiari, attivisti, organizzazioni della società civile, giornalisti, periti, accademici, e della comunità internazionale deve permettere, in cambio, l’affermazione di un’altra verità, forse non storica, ma giusta, non imposta con stratagemmi e manipolazioni né definitiva o perfetta, ma corroborata e probatoria, rispettosa per lo meno della dignità umana e dell’intelligenza della gente.

Sembrano qualità e requisiti minimi, nonostante ciò, abbiamo visto come in varie occasioni la procura, il governo, gli apparati pubblici e i media allineati al potere siano stati carenti di questi e, anche, di senso comune con lo scopo che all’interno e all’estero si chiudesse la falla. Ma non è stato così, la tenacia di coloro che non hanno accettato menzogne o prebende ha condotto a versioni, significati e, perciò, a verità riconosciute internazionalmente. La sfida è sostenerle, rafforzarle e non dimenticare, mentre continua la richiesta della restituzione in vita dei normalisti. Per questo i settori combattivi della società non hanno abbassato la guardia e cercano di costruire immaginari, iniziative, lotte, documenti, testimonianze, narrazioni e spiegazioni su quanto avvenuto nella notte del 26 settembre 2014 ad Iguala e su tutti gli altri crimini di cui, indubbiamente, lo stesso stato ha responsabilità enormi e dirette.

La stampa governativa, in primis Milenio e La Razón, non si stanca di giocare sporco pur di giustificare il potere e conseguire propri benefici, ossia, non rispetta le fondamentali funzioni del giornalismo e della critica che, ipoteticamente, la società e la politica gli chiedono e gli affidano. E di nuovo ci tocca leggere sulla prima pagina di La Razón, in un articolo firmato da María Cabadas, assurde infamie contro Omar García, che è stato portavoce degli studenti della Normale Rurale “Isidro Burgos” di Ayotzinapa ed è stato molto attivo nel denunciare all’estero l’orrore che tutti noi viviamo in Messico, anche se c’è chi crede che questo non esista e neghino l’evidenza, come quando in Italia si diceva che la Mafia non era mai esistita… “Legato a Los Rojos, l’attivista per i 43 in USA de Europa”, intitola l’inopportuno quotidiano del 5 settembre.

Come si avvicinano le azioni per i 24 mesi dal massacro di Iguala, il quotidiano va avanti nel costruire una specie di “nuovo caso” che, in realtà, è un remix di altre presunte piste, che si dice metterebbero in relazione il gruppo delinquenziale Los Rojos con gli studenti di Ayotzinapa. “Il portavoce dei normalisti è stato segnalato, nella sua dichiarazione di fronte alla Procura Generale della Repubblica, da El Cepillo, membro dei Guerreros Unidos; La Razón ha avuto accesso al documento che nell’inchiesta pubblica era stato secretato”, sottotitola. L’articolo è la ripetizione del mantra che Milenio, La Razón e i loro replicanti sono andati ripetendo fino alla stanchezza, senza mostrare progressi nelle loro “ipotesi” né prove, forse credendo che, ripetendo molte volte una menzogna, questa si trasforma in una verità. Il medesimo trattamento lo hanno ricevuto i membri del GIEI e il Messico è stato ridicolizzato internazionalmente per contrasti e attacchi alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani.

La lotta è anche per la giustizia perché, a fianco di una lotta di breve, medio e lungo periodo per la storia e la narrazione che il potere combatte e cambia a proprio favore, ci sono i cittadini, le vittime, la società e gli scomparsi nel buco nero messicano dell’impunità, della narcoguerra e della corruzione. C’è lo scontro per una Legge sulla Scomparsa Forzata che sia degna e ampia, e non finisca come la Legge delle Vittime, inoperante e senza fondi, bocciata per inefficienze, negligenze e mancanza di volontà politica, dopo che milioni di cittadini l’hanno appoggiata nelle strade, a partire dal Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, e attraverso i loro rappresentanti politici.

C’è allora la lotta per cercare e trovare coloro che sono scomparsi, ovvero, sono stati fatti scomparire, e lo scontro per delineare responsabilità a tutti i livelli, anche se questo implica che il medesimo stato si processi e si condanni, ammettendo le proprie incapacità e le proprie connivenze. Solo questo necessario esercizio di ammissioni, di costruzione della giustizia e riscrittura della storia, considerando le vittime e quelli in basso al di là del racconto ufficiale, può incominciare a favorire riconciliazioni e a sanare il tessuto sociale. La lotta non è per la vendetta, ma per chiarire e castigare i responsabili, è per scrivere la verità e la storia nel presente, oggi, proprio perché giustizia significa qualcosa di più che legalità e garanzie individuali e si riferisce anche alla sfera dei diritti umani, inalienabili e universali, e abbattere l’autoritarismo statale e l’indifferenza-complicità delle istituzioni.

6 settembre 2016

da: comitatocarlofonseca.noblogs.org

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