La Corsa Rosa macchiata di sangue: il Giro rallenta a Catania

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Prima tappa in Italia per la centounesima edizione della seconda corsa ciclistica più importante al mondo. Siamo alla quarta frazione, la prima dopo le tre in Israele. Il governo di Netanyahu si è comprato la corsa dal gruppo RCS-Gazzetta nel maldestro tentativo di ripulire l’immagine di uno Stato che vive sulla segregazione razziale e sul genocidio del popolo palestinese. Ma non dappertutto si è disponibili a voltare lo sguardo...

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A Catania questa mattina, in via Etnea, a poche centinaia di metri dal villaggio di partenza e nei pressi del chilometro zero, un numeroso presidio di solidali nei confronti della causa palestinese si è radunato nei pressi del tracciato della corsa. Ormai il ciclismo è un carrozzone mediatico, un grande spettacolo che offre visibilità riconciliando nello sport. Ma lo sport c’entra ben poco. RCS, il gruppo Gazzetta dello Sport che organizza la corsa, ha venduto a Israele la partenza della competizione di fatto offrendo copertura mediatica a un’operazione politica di legittimazione dello Stato di apartheid israliano nei confronti dei palestinesi. Troppo silenzio per crimini troppo grandi.

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Nelle ultime sei settimane sono stati oltre cinquanta i palestinesi “abbattuti” al confine di Gaza. Con la sfacciataggine dell’aguzzino le autorità israeliane affermano che “difendersi” significa sparare su uomini e donne che si avvicinano a un confine disarmati e bandiere alla mano. Un tiro al bersaglio su chi non rinuncia a esistere e resistere nella prigione di Gaza. Il vero problema per Netanyahu è che esistono i palestinesi. Così si porta il Giro in Israele, facendo finta di niente...

La corsa passa per Gerusalemme “Capital of Israel” e gli israeliani ricambiano nominando “Giusto tra le nazioni” il nostro Gino Bartali per aver messo in salvo centinaia di ebrei durante la seconda guerra mondiale, mentre faceva il corriere in bici per l’esercito italiano. Una storia che non si capisce se sia vera o meno ma che non in ogni caso Bartali, anche solo per la riservatezza che contraddistingueva il campione, non ha mai tirato fuori. Tre giorni di corsa nei territori occupati con le inquadrature attente a non riprendere il bordo strada perché sul campo lungo si scorgono gli insediamenti dei coloni che hanno strappato con le armi le terre ai palestinesi. Tre giornate di corsa noiose finiscono a Eilat, pieno deserto. Una parentesi arida di ciclismo e colma di ingiustizia.

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Oggi il Giro a Catania ha ritrovato il contatto con la realtà. Le proteste nei confronti di RCS hanno costretto la corsa a rallentare di circa un’ora. Volano spintoni e manganellate. Alla fine via Etnea è libera e il carrozzone rosa passa. Ma il cerimoniale è rotto. Non si può più essere indifferenti. Anche Alessandra de Stefano al Processo alla tappa deve tagliare i tempi e sacrifica un po’ della sua solita retorica ridondante per spiegare che “un gruppo di attivisti impegnati a denunciare il passaggio della corsa nei territori palestinesi occupati ha ritardato la corsa”. Non è il solo episodio, bandiere palestinesi e striscioni accompagnano la corsa nell’entroterra siciliano fino a Caltagirone, sede di arrivo della tappa odierna. Il Giro quest’anno si confronterà lungo il suo tracciato con la delusione e la rabbia di tanti che non accettano l’operazione di RCS.

Mentre la corsa attraversa Palazzolo Acreide un inserto sulla storia del giornalista Giuseppe Fava spezza la diretta Rai: «Io mi batterò sempre per cercare la verità, in ogni luogo ove ci sia confronto fra violenza e dolore umano. E capire il perché». La diretta RAI raggiunge il colmo dell’ipocrisia. L'antimafia civile viene servita in tv normalizzata. Lo spettacolo andrà avanti ma un’altra voce in cerca di verità si affaccia sulle strade del Giro. 

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