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Una critica fraterna sull’assemblea di Bologna

(Pur non partecipando al percorso e al neo-progetto politico cui l’autore dell’articolo fa riferimento , ci sembra ch’esso sollevi questioni di interesse più generale per tutt* gli/le anticapitalist* e come tale meriti di essere letto).


Ho trovato singolare che il dibattito di sabato scorso a Bologna abbia di fatto ignorato le straordinarie potenzialità dei due aggettivi presenti nel titolo dell’appello, e cioè “anticapitalista” e “libertario”. Peraltro molti interventi non solo hanno evitato di cimentarsi coi due termini, ma hanno proceduto speditamente in una direzione che a me è parsa francamente opposta. Porre, infatti, l’accento sull’anticapitalismo, quando quasi tutti partono dalla speculazione, dalla finanza, dalla corruzione e quant’altro, significa impegnarsi su un terreno preciso, che è analitico e programmatico allo stesso tempo. Significa provare a sostenere, con argomentazioni possibilmente documentate, motivate e credibili, che l’origine dei mali del nostro tempo non risieda affatto nella “degenerazione” del capitalismo, ma proprio nel suo sistema normale di funzionamento.

Dal mio punto di vista, far valere una tale affermazione è assolutamente necessario. E però, questa scelta ha poi delle conseguenze stringenti, tanto sul piano della cultura politica quanto sul piano delle modalità dell’azione pratica. Per dirne una, implica una serrata contesa critica con tutte le tesi che fanno della finanza la principale “linea del fronte”, quasi come se il capitalismo fosse uscito dalle proprie regole e dalla propria logica, consegnandosi, chissà perché, a determinati, strani personaggi, i quali arbitrariamente, o per pura bramosia dell’oro, sarebbero tutti intenti a “giocare” con il denaro e col nostro pianeta. Vengono, così, buttati a mare alcuni capisaldi della concezione, che fu anche di Karl Marx, del capitalismo come sistema di relazioni sociali, incentrato sulla produzione e la riproduzione della vita materiale, e soprattutto sulla “valorizzazione dei valori dati”. Un tale sistema si impone in maniera coattiva agli esseri umani, in particolare al proletariato; ma si impone ugualmente ai capitalisti. L’idea che i capitalisti “controllino”, o addirittura “giochino” col capitale, e che non valga, invece, il viceversa – e cioè il fatto che sia esattamente il capitale (come sistema di relazioni sociali) a determinare le scelte operative dei capitalisti -, corrisponde a una visione del mondo essenzialmente non-dialettica, completamente priva della dimensione della “totalità” e del tutto inconsapevole delle novità della nostra epoca, in particolare del fatto che al centro della struttura di valorizzazione ci sia oggi la interagenza dei fattori, e non soltanto la semplice attività di lavoro, e meno che mai la semplice speculazione. Chi ragiona sul presupposto che il capitalismo sia semplicemente i guadagni di tizio o di caio, o anche di tanti tizi e tanti cai, considera, in effetti, il capitale come una “cosa”, come un oggetto, come una “res”, e non, invece, per ciò che esso è realmente, ovvero una “relazione sociale”.

Ma non vado oltre su questo punto, sul quale, d’altronde, ho avuto modo di dilungarmi ampiamente nel primo libro di Teoria della totalizzazione. Il fatto è che qualcosa almeno, di questo insieme di riflessioni, il termine “anticapitalismo” poteva senz’altro suggerirlo; ma nel dibattito di Bologna non ne ho trovato traccia. E così vale anche per le implicazioni dell’altro termine dell’appello, “libertario”. E’ un aggettivo che prelude a un’idea “ricca” di liberazione del proletariato: non la semplice emancipazione dei diseredati e degli sfruttati, ma proprio la liberazione, o meglio la costruzione ex-novo, delle potenzialità umane. In certo qual modo, è un termine particolarmente adatto a tesaurizzare l’attuale doppia alienazione del moderno proletario, il quale, nel tempo di lavoro, è chiamato a valorizzare, come lavoratore (precario), l’investimento specifico; mentre, come persona, proprio nel suo tracciato di esistenza, è chiamato a valorizzare il general intellect, l’individuo produttivo sociale, la rete delle interagenze nella mobilitazione produttiva del corpo sociale. E’ esattamente il capitale che ha connesso tempo di lavoro e tempo di vita, per cui la figura proletaria è non soltanto sfruttata nelle ore di lavoro, ma è anche una persona disciplinata e autodisciplinantesi nel tempo di vita, sempre intenta a produrre, anche quando non lavora, l’individuo produttivo sociale, che è oggi il grande pilastro della valorizzazione della ricchezza. Con l’avvertenza che la ricchezza di oggi è null’altro che la potenza produttiva. Costruire, come potenza produttiva, una potenza produttiva ancora più grande, ciclo dopo ciclo: questa è la logica del capitale della totalizzazione. E questa logica implica esattamente la doppia alienazione del tempo di lavoro e del tempo di vita, cui la parola “libertario” obiettivamente rinvia.

Voglio dire, in breve, che gli aggettivi utilizzati nel titolo dell’appello sono stati una scelta davvero felice; se però poi, alla prima occasione, nessuno ne parla, viene il dubbio che si sia trattato di una felice, ma inconsapevole scelta. Resto dunque perplesso, perché ho difficoltà a credere che dietro quei vocaboli non ci fosse una giusta intenzione di “attualità”, e valesse semplicemente la preoccupazione di utilizzare parole poco “compromesse” con le sconfitte del Novecento, o anche parole concepite come tendenzialmente “generiche”. Se fossero state queste le motivazioni, davvero l’esito è paradossale: “anticapitalismo” è parola che “compromette” in partenza, perché impegna a parlare di un oggetto (il capitalismo) largamente trascurato dalla stessa sinistra di alternativa; e quanto a “libertario”, esso, proprio perché introduce le questioni del vivere accanto a quelle del lavoro, mi pare tutt’altro che generico in un’epoca che vede mischiarsi come non mai i tempi di produzione coi tempi di esistenza sociale.

Insomma, non si tratta di parole antiche, perché esse, nel passato, si riferivano solo a un’idea ristretta di capitalismo (in quanto consegnato al mero tempo della produzione) e a un’idea ristretta di alienazione (in quanto costruita come sostanziale sinonimo del concetto di sfruttamento). Adesso invece, con il rapporto sociale di capitale pienamente totalizzato, la produzione è divenuta produzione generale dell’individuo produttivo sociale, e come tale vive nei singoli segmenti di capitale, ma anche nel sistema sociale per come si struttura complessivamente; al tempo stesso, l’alienazione diviene più complessiva, poiché non è solo alienazione del lavoro ma anche alienazione della persona nella sua interezza. Se si vuole ripigliare un ragionamento di alternativa di società, a mio parere occorre partire consapevolmente dai fondamenti: esattamente dai concetti di capitalismo e alienazione; costruendo, nella critica pratica del mondo che c’è, la possibilità di un mondo diverso.

Devo aggiungere che un secondo aspetto mi ha negativamente colpito del dibattito di Bologna, e cioè l’uso disinvolto della parola “rappresentanza”. Per carità! c’è stato chi ha ben sottolineato come “rappresentanza politica” non significhi la stessa cosa di “rappresentanza istituzionale”; e che il tema, dal punto di vista di quelli che perseguono una società di liberi ed uguali, si pone molto più sul piano delle vicende generali della società che sul piano dei passaggi specificamente istituzionali. Ma la questione non è cosa significhi la parola “rappresentanza”, se sia cioè una parola legittima dentro le dinamiche della lotta di classe.

Sul piano della dimensione propriamente alternativa, penso sia evidente come la parola “rappresentanza” si presenti costitutivamente ambigua. Già Rousseau ne scrisse con parole di fuoco, considerandolo un termine ignobile; e, non a caso, nelle “nostre” rivoluzioni il concetto di “rappresentante del popolo” veniva sostituito dal concetto di “commissario del popolo”, con una logica di incarichi ad acta e non di delega complessiva, atteso che, per la nostra parte storica, è un valore la democrazia diretta e non la democrazia delegata. Nondimeno l’espressione ha un senso, e sul piano della lotta di classe la politica di alternativa si esprime anche con una “capacità di rappresentanza” degli interessi e delle soggettività in campo. Non polemizzo, dunque, con la parola in sé. Polemizzo, invece, sul fatto che tale parola venga assunta come centrale oggi, sul presupposto che quello che avremmo da fare, come compagni e compagne, è di dar voce ad una realtà che grosso modo si muove nella nostra stessa direzione, cioè produce conflitti e inimicizia col capitalismo. In sostanza la convinzione è che la lotta esiste, e però non riesce ad avere una per modalità unitaria di autorappresentarsi.

Il fatto è che le cose non stanno per niente così. Non c’è alcuna effervescenza sociale che chiede di essere rappresentata; e se i compagni che si sono visti a Bologna carezzassero l’idea di una immediata precipitazione politico-organizzativa del processo cui hanno dato vita, sbaglierebbero grandemente. Ora è il tempo della faticosa costruzione del conflitto, non della sua rappresentazione in termini politici complessivi. La situazione, infatti, è messa molto peggio di come vorremmo. Il conflitto di classe, almeno in Italia (ma non sarei troppo assertorio nemmeno per il resto del mondo) è sostanzialmente assente. A cosa potrebbe mai servire un ennesimo micropartitino, che non sostituirebbe, ma si aggiungerebbe ai micropartitini della sinistra di alternativa che già esistono? Serve piuttosto una dinamica di incontro, una rete di cultura critica, una struttura di servizio che aiuti a ri-costruire la lotta di classe.

Io penso, dunque, che dovremmo dar vita ad una rete strutturata di collegamento della cultura critica e delle pratiche di conflitto, che li aiuti e le generalizzi, che le metta in connessione. Non si tratta di lanciare “proclami al paese”, ma di accompagnare i compagni che, territorio per territorio, situazione per situazione, riprendono il cammino difficile della costruzione di momenti di conflitto e di critica dell’esistente. Insomma, se nei nostri discorsi invece di parlare di “rappresentanza” cominciamo a parlare di costruzione della presenza sociale degli anticapitalisti, forse si imbrocca una strada utile.

Debbo infine sottolineare l’assoluta mancanza, nel dibattito, di un aspetto che, in particolare nel Sud, ma non solo nel Sud, è davvero decisivo. In questa crisi ci sono dei posti che sono specificamente adibiti a “lavorare il degrado”. E saranno posti che lavoreranno il degrado anche nelle dinamiche di uscita dalla crisi, dinamiche che, per certi versi, cominciano già a fare capolino. Il Sud è uno di questi posti, è un luogo d’elezione della marcescenza sociale, dello spreco assoluto degli uomini e del degrado civile. La costruzione di vertenze, vale a dire di percorsi che hanno certamente un obiettivo generale ma procedono per accumulo di risultati, è perciò maggiormente possibile nei nostri territori, in quanto comprende l’effettiva urgenza generata dall’esperienza quotidiana delle persone.

Mi riferisco alla questione del conflitto possibile sui presìdi di civiltà, da una parte, e sul salario reale, dall’altra. Costruire reticoli attivi di convivenza civile, rivendicando le strutture pubbliche di promozione della persona – dalle scuole agli ospedali alle ferrovie locali eccetera – significa muoversi su un crinale di critica generale al capitalismo, pur parlando immediatamente del vivere quotidiano delle persone. Al tempo stesso, sul salario reale, vale a dire sul riconoscimento dei diritti di “piena cittadinanza umana”, quelli che rinviano alla dignità dei corpi, degli affetti, della cultura e della natura, è possibile mettere assieme i conflitti di resistenza nei luoghi di lavoro, l’aspirazione al vivere delle giovani generazioni e le mobilitazioni sulle esigenze primarie dei singoli, dalla casa alla salute al permesso di soggiorno dei migranti eccetera.

Concludo. In sintesi, io ho trovato il dibattito di Bologna troppo contratto sui contenuti teorici, e perciò poco capace di guardare al capitalismo per come l’abbiamo di fronte oggi; l’ho trovato troppo proteso alla traduzione in soggetto politico-organizzativo del lavorio di incontro, e perciò poco consapevole del fatto che prima ancora delle soggettività politiche c’è il problema gigantesco della vera e propria costruzione della lotta di classe; e l’ho trovato troppo disattento ai luoghi del contrasto immediato, quello che concerne la quotidianità delle persone, e perciò poco indirizzato a delineare percorsi chiari di conflitto vertenziale.

Ovviamente Bologna era solo un primo appuntamento. C’è tutto il tempo, forse, per operare correzioni di rotta. Ma il presupposto è che si dica con molta chiarezza quello che si pensa e quello che si desidera.

da: www.sinistrainrete.info

______________________

(il percorso cui l’autore fa riferimento è quello  di ROSS@ – vedi qui: http://perunmovimentoanticapitalista.wordpress.com)

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