
Francia, antisemitismo e islamofobia: intervista a un attivista di UFJP
Abbiamo intervistato un attivista de l’UJFP (Union Juive Française Pour La Paix) in merito ad alcuni temi all’ordine del giorno: l’antirazzismo e l’islamofobia, l’antisemitismo e l’antisionismo, per approfondire cosa si muove in Francia sul piano delle mobilitazioni e degli avanzamenti della soggettività organizzata su questo dibattito. E’ interessante la critica che il compagno ebreo decoloniale per la Palestina rivolge alla sinistra – istituzionale e non – individuando nella rigidità ideologica uno dei limiti nell’andare nella direzione di un movimento di massa contro la guerra e l’imperialismo.
Daniel è un attivista sindacale e insegnante di liceo nei quartieri popolari nella periferia di Parigi. In quanto ebreo, è anche attivista dell’Union Juive Française Pour La Paix (UJFP). Da tempo si occupa della questione palestinese e della lotta contro il sionismo nell’ambito delle attività sindacali e dei movimenti sociali. In questa intervista analizza il fenomeno dell’imperialismo e del riarmo europeo che si sta delineando sempre più chiaramente sia in Europa che al di fuori di essa. L’intervista è stata svolta a giugno 2026.
Buona lettura!
Mi chiamo Daniel, sono insegnante in periferia di Parigi. Faccio parte dell’Union Juive Française Pour la Paix, che lotta contro il razzismo e contro il colonialismo, per i diritti dei Palestinesi e sono sindacalista nel mio istituto scolastico e con gli insegnanti e il personale della scuola ho partecipato ai movimenti degli ultimi anni come i Gilet Gialli o Bloquons Tout ma anche agli scioperi dei lavoratori.
Come si possono interpretare i legami che diventano sempre più evidenti tra il sionismo e i discorsi politici di destra in Europa, il razzismo, l’islamofobia e l’imperialismo? Oggi c’è stata una rottura con il 7 ottobre e soprattutto dal genocidio massiccio dei Palestinesi ma diciamo che questo si inserisce in una continuità.
Prima di tutto, l’Europa ha sostenuto la creazione di Israele e l’espulsione dei Palestinesi fin dall’inizio, presentando ciò come un processo di autodeterminazione nazionale. Quindi c’è stato un rovesciamento dei valori e si è data la solidarietà a un progetto coloniale.
Questo è stato un atteggiamento permanente da parte delle grandi potenze imperialiste, che si trattasse dell’Europa, della Gran Bretagna, della Francia, della Germania, degli Stati Uniti, dell’URSS. Questo, all’inizio. Poi c’è stato un momento in cui hanno preteso di chiedere agli israeliani di fare degli accordi. Accordi che sono sempre stati ingiusti e sfavorevoli nei confronti dei Palestinesi oltre ad essere stato presentato come colpa dei Palestinesi da parte di Israele. Si parla di Nakba permanente, con una grande espulsione nel 1948, una grande espulsione nel 1967, e ora, molti morti da tre anni. Casa per casa, espulsione per espulsione, in modo permanente. Oggi vediamo un’accelerazione e un’ideologia che viene da Israele, che si presenta come la punta avanzata della civiltà occidentale in difesa di quella che viene considerata un’opposizione musulmana, che riproduce una guerra di civiltà, permeata di islamofobia, di autoritarismo e che trasgredisce tutte le norme di diritto comunemente accettate fino a questo momento.
Quindi ciò che vediamo in Israele risuona con ciò che accade in generale in Occidente, ossia il bisogno delle classi dominanti di entrare in una competizione esasperata che risponde a una sorta di crisi nell’accumulazione del profitto, il che aumenta lo sfruttamento. Per andare in questa direzione ci sono forse due vie, una via che conserva i diritti democratici e un’altra via, puramente di estrema destra fascista, che vuole affrancarsi dalle norme, e che quindi è arrivata al potere con Haider, Orbán, Meloni, Trump — beh, non in Europa ma… Quindi questa estrema destra si ispira a Israele, ma in realtà tutte le borghesie si muovono nella stessa direzione e quindi considerano la solidarietà con lo Stato d’Israele come qualcosa di essenziale. Quindi è vero che, vista questa radicalizzazione di Israele, ciò provoca una radicalizzazione delle classi dominanti occidentali.
Dunque, nel rapporto di dominazione e nella repressione altrettanto duratura rispetto alle colonie, nel rapporto coloniale con altri paesi o con le popolazioni provenienti dalle colonie che abitano le metropoli, c’è sempre stato un razzismo, una stigmatizzazione, un doppio standard nel trattamento. Ma ora, con la solidarietà alla Palestina, ci sono stati regolarmente tentativi di vietare queste manifestazioni di solidarietà, tentativi sempre più radicali, di delegittimare la solidarietà qualificandola come antisemita, per esempio. Ora anche con leggi in corso in Germania, ci sono tentativi come la legge Yadan in Francia, che siamo riusciti a far fallire tre mesi fa ma che verrà ripresentata tra qualche settimana.
Quindi ecco, c’è una vera solidarietà nel radicalizzare le popolazioni su una frattura culturale, razzista, coloniale, piuttosto che indebolire le lotte sociali e l’idea di un’opposizione di classe.
Per quanto riguarda la Francia farei un focus su islamofobia. Va collocato precisamente nel 1989 il momento in cui il Partito Socialista ha iniziato ad attaccare i musulmani, anche già nel 1984 ma si trattava di scioperi nel 1984.
Nel 1989 invece, l’attacco è avvenuto contro le scuole e al tema del velo. Ma c’è stata chiaramente un’accelerazione dell’islamofobia dal 2001 e anche una mutazione dell’estrema destra che non è necessariamente legata a Israele. L’estrema destra francese, quella che conosco meglio, tradizionalmente era basata più su un razzismo legato all’aspetto, avendo come obiettivo ad esempio gli arabi o i neri.
L’odio contro l’islam, anche se si appoggia su una vecchia tradizione, è stato veramente riattivato in modo intenso, direi, dal 2001. E quindi c’è stata un’accelerazione dell’islamofobia negli ultimi tempi, con una grande quantità di occasioni per le classi dominanti francesi di prendere di mira i musulmani e le musulmane classificandoli come i nuovi pericoli, come minacce prioritarie. Ed ecco, quindi in questo, il legame con Israele è comunque importante, nel senso che si parla, per esempio, di civiltà giudaico-cristiana.
In un quadro in cui l’Europa era in realtà piuttosto antisemita, dopo la creazione di Israele è stato volutamente posto l’accento sul fatto che gli ebrei e i cristiani avessero punti in comune in contrapposizione con i musulmani. Quindi concretamente, negli ultimi tempi, questa lotta ideologica è diventata molto efficace in Francia, con media e casi giudiziari in cui si sono tentati omicidi, persone non difese, per cercare di far esistere questa frattura riguardo all’islamofobia. Direi però che comunque in Francia c’è una buona resistenza.
Riguardo alla recrudescenza dell’antisemitismo, diversi Stati strumentalizzano la definizione stessa di antisemitismo come possiamo affrontare questo?
E’ chiaro che l’antisemitismo è una vecchia tradizione europea e che si è anch’essa evoluta a partire dal momento in cui hanno incoraggiato la creazione di uno Stato d’Israele definito come Stato ebraico. Dopo la Seconda Guerra Mondiale è stato anche definito relativamente a una sorta di riparazione rispetto al crimine europeo, ovviamente a spese dei Palestinesi che non avevano fatto nulla in merito.
Quindi questo ha cambiato le carte in tavola. Già il riconoscere che questo Stato sia rappresentativo degli interessi di tutti gli ebrei del mondo è qualcosa che è relativamente accettato in Francia almeno, e in Europa in generale. E quindi, dato che ora c’è uno Stato che parla a suo nome e che commette molti crimini, ci dà ulteriori ragioni per avere un problema con questo.
La confusione tra antisemitismo — accettando che Israele sia lo Stato ebraico — critica della politica israeliana e antisionismo va collocata all’origine. Questo aspetto che lega politica israeliana e antisionismo porta inevitabilmente a una recrudescenza dell’antisemitismo. Anche se, occorre sottolinearlo, perlomeno in Francia che è il Paese in cui vivo, gli ebrei possono vivere in maniera pacifica dichiarando apertamente la propria fede e cultura. Quindi non bisogna concepire il fenomeno in maniera più grave di quello che è. Registriamo però un aumento dell’antisemitismo. E bisognerebbe analizzare in modo corretto questo dato, dirimendo quando si tratta effettivamente di razzismo che si basa su pregiudizi classici nei confronti degli ebrei (ad esempio l’avarizia o il controllo sul mondo). Questi aspetti rientrano in un antisemitismo tradizionale e vanno distinti dalle critiche nei confronti della politica dello stato di Israele. A volte queste critiche vengono poste in maniera confusa e il rischio è che si presta il fianco a venire accusati di antisemitismo, mentre altre volte non sono confuse per niente. Quando ad esempio scandiamo lo slogan “Free Palestine from the river to the sea”, Palestina libera dal fiume Giordano al mare, per noi questo non è antisemitismo. Ma per Israele sì, poiché condanna l’esistenza di uno Stato ebraico. In realtà ciò che viene confuso è l’esistenza degli ebrei e il bisogno di uno Stato ebraico, che sono due cose molto diverse. Per esempio, viene anche sostenuto che il 7 ottobre Hamas ha compiuto pogrom antisemiti. Ma in realtà bisogna capire il 7 ottobre prima di tutto come una reazione di persone colonizzate, rinchiuse, che si difendono. E non che sarebbero mobilitate da un odio verso gli ebrei, anche se questo può a volte accompagnarlo ma non è il fattore esplicativo principale. Ecco, quindi questo per stare sulla teoria. Poi va detto che la Francia o l’Europa hanno parlato enormemente dell’aumento dell’antisemitismo con l’obiettivo di difendere Israele e squalificare le critiche a Israele.
In questo caso quindi si può parlare di effettiva strumentalizzazione che arriva fino al tentativo di definire questa materia sottoforma di nuove leggi. Prima si è voluto vietare il boicottaggio dei prodotti israeliani dicendo che è antisemita, mentre boicottare i prodotti provenienti da uno Stato non è una critica a una religione. E ora le nuove leggi, delle vere e proprie controffensive giudiziarie.
Al momento esiste un progetto di legge, la legge Yadan, che dice chiaramente che quando si critica Israele, o si contesta la legittimità di uno Stato ebraico, si tratterebbe di antisemitismo. Questo è veramente nuovo. E quindi questa proposta di legge, che si chiama legge Yadan dal nome di una deputata francese — dei francesi residenti in Israele, ma anche francesi residenti in Palestina, in Italia, in Grecia, in Turchia, è una circoscrizione per i deputati all’estero.
Questa deputata ha presentato questa proposta di legge e si temeva che passasse. Ma c’è stata una petizione, una mobilitazione, e quindi è stata bloccata all’Assemblea Nazionale. E da allora, il governo ha detto che avrebbe proposto una nuova versione a giugno.
Quindi il pericolo è sempre presente: ossia il tentativo di qualificare questo come antisemitismo e squalificare la solidarietà internazionale. Ciò avviene in parallelo ad altri pregiudizi razzisti, come il fatto che sarebbero in particolare gli arabi, i musulmani, i giovani delle periferie ad essere più antisemiti. E quindi in realtà, ecco, continuano a frammentare la popolazione.
E vorrei concludere dicendo che, secondo me, che sono ebreo da parte di madre — non per fede, ma israeliano per nazionalità, poiché sono nato lì — e faccio parte di una corrente minoritaria dell’ebraismo che considera che ciò che fanno laggiù è razzista, coloniale e criminale, in realtà la Francia e gli altri Stati occidentali, sostenendo Israele, sono antisemiti. È una continuità dell’antisemitismo da parte loro.
E quindi vorrei ribaltare la questione: sì, c’è un aumento dell’antisemitismo di Stato, a causa della radicalizzazione, dell’aumento del sostegno a Israele, che si radicalizza nel suo lato criminale. Ma fin dall’inizio, considerare che gli ebrei, per stare bene, debbano avere un luogo tutto loro, non è il punto. Gli ebrei hanno il diritto di stare bene ovunque vogliano, mescolati agli altri. Non hanno bisogno di essere radunati, non hanno bisogno di avere uno Stato ebraico, perché lo Stato ebraico laggiù spossessa altre persone, quindi è intrinsecamente dipendente dall’imperialismo. Non è quindi una lotta di liberazione nazionale, è la strumentalizzazione di un’oppressione al servizio di un’altra oppressione. e questo non è affatto qualcosa di positivo per gli ebrei.
Ci hanno fatto un regalo avvelenato chiedendoci di servire interessi europei e occidentali. E quindi il fatto di essere raggruppati non è un bisogno, il fatto di avere uno Stato non è un bisogno, il fatto di imporcelo come se fosse una necessità significa legarci all’imperialismo, all’Europa coloniale, e questo è antisemita.
Noi ebrei non vogliamo questo, e ce lo si impone, e si arriva a cose assurde: questa legge dirà “critichi lo Stato d’Israele, sei antisemita”, anche se sei ebreo. Quindi si dirà a degli ebrei che, poiché politicamente non sono allineati, allora sono contro l’ebraismo. Insomma, è qui che il loro ragionamento arriva all’assurdo. Ed è un’assurdità che serve unicamente a disegni di divisione, di strumentalizzazione di cultura, religione e popolo gli uni contro gli altri, per dividere e governare.
Qual è il ruolo dell’identità islamica politica e culturale e la sua importanza nella lotta contro l’imperialismo coloniale e il razzismo, dall’Iran ad Hamas passando per le periferie francesi?
Sì, allora, quando vedo questa domanda, il mio primo riflesso è di criticare la domanda, e in un secondo momento andare nel senso della domanda per procedere insieme. Prima di tutto direi che quando si citano l’Iran o Hamas, si citano popoli del Vicino Oriente che sono vittime del colonialismo europeo da 150 anni. Questi popoli del Vicino Oriente non sono solo musulmani. Sono una molteplicità di religioni. Ci sono cristiani, ci sono ebrei, ce ne sono sempre stati, e tanti tipi di cristiani e musulmani sciiti, sunniti, ecc.
E queste persone sono state prima di tutto vittime di una politica coloniale europea. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando l’impero ottomano-turco è crollato, gli eserciti inglesi e francesi si sono spartiti il Vicino Oriente, come avevano fatto in Africa, con un righello e una mappa, e “questo è per te, questo è per me”. Hanno ottenuto dei mandati. Lì hanno cominciato a tradire. C’era già assolutamente una resistenza musulmana. Le persone, in nome della loro religione, si stavano difendendo. Ma c’era anche una resistenza nazionale, nazionalista. Era il nazionalismo arabo. La Gran Bretagna gli aveva promesso un Regno arabo unito.
E quindi questo nazionalismo arabo è stato tradito dall’Europa che in cambio, li ha frammentati in paesi. E così prende avvio tutta una lunga tradizione di nazionalismo arabo, come resistenza all’imperialismo, a volte alleato all’URSS, con una volontà di unità e di liberazione. Ed è con questi alleati che la sinistra marxista europea lavorava in solidarietà, alleanza che poi è stata indebolita. L’Egitto è stato portato a collaborare con Israele. La Giordania, fin dall’inizio, è stata una creazione della Gran Bretagna. Il Libano è stato estremamente indebolito da conflitti interni. La Siria, che era una repubblica araba laica e socialista, anche se è stata oggetto di una lunga guerra civile, ormai è in frantumi. L’Iraq, lo stesso. La Libia, anche. Ecco.
L’Iran è insorto come resistenza all’imperialismo. Chiaramente, all’inizio, la rivoluzione iraniana era una rivoluzione sociale, una rivoluzione anti-imperialista, contro lo Scià, per recuperare il petrolio e la sovranità. E in questa rivoluzione, alla fine, ha prevalso un’ala musulmana sciita, gli ayatollah, ma su una base anti-imperialista. Quindi in questo frangente si è arrivati a una vera confusione politica tra anti-imperialismo e identità musulmana in Iran. In seguito il movimento per la Palestina è stato diretto dall’OLP, da Al Fatah, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in un ampio fronte.
Ed è solo negli anni ’80 che sono emerse alternative musulmane al suo interno, come Hamas, la Jihad islamica. In Libano, Hezbollah e altri. Nel frattempo in Afghanistan, i talebani sono stati sostenuti dagli Stati Uniti contro l’invasione sovietica e la sinistra afghana. Quindi in questo senso c’è stata una rivitalizzazione dell’identità musulmana come identità politica che si è organizzata e ha mobilitato le persone per difendere i propri interessi. Questo ha visto un incremento dagli anni ’80, ’90 e ora sempre di più. Ma voglio dire, c’è un aspetto intrinseco alle società di questi paesi dell’organizzarsi su base religiosa.
Ma anche un aspetto estrinseco che viene da interessi imperialisti. E quindi si può dire che il processo di trasformazione dell’identità musulmana in identità politica negli anni ’80-’90 è avvenuto tramite l’emergenza di forze politiche musulmane nella resistenza in quanto tale. Si può quindi considerare che dal punto di vista della sinistra diventava più complicato mostrare solidarietà con l’OLP, con Al Fatah, che prima parlava di una Palestina laica, unita e democratica e dopo sempre meno. Ora l’OLP e Al Fatah si sono ritrovati coinvolti, essendo integrati dagli accordi di Oslo e dall’Autorità Palestinese, in un ruolo di subordinazione e di compromesso con il sionismo e l’imperialismo, e quindi di repressione. Un processo repressivo che ha incluso gli stessi palestinesi che, proprio per questo, hanno trovato nelle forze musulmane una reale offerta politica di resistenza. Quindi oggi siamo a questo punto, e penso che questo debba essere preso come dato.
L’islamismo è un oggetto politico ambivalente, ampio ed eterogeneo. Bisogna ad esempio fare una grande differenza tra gli ayatollah — tra l’altro in Iran ci sono ancora oggi diverse religioni che possono praticare il proprio culto — che riproducono aspetti oppressivi superiori rispetto a, per esempio, Hezbollah o Hamas, che sono prima di tutto forze di liberazione nazionale con un aspetto musulmano, anche in queste dimensioni esiste il pluripartitismo e il multiconfessionalismo nella loro realtà politica contemporanea. Quindi se su questo livello la situazione è diventata più complessa, tuttavia continuiamo a essere solidali con le lotte di questi popoli per il loro diritto all’autodeterminazione e a potersi sviluppare liberamente di fronte all’imperialismo.
Quindi in Francia o in Europa le persone si mobilitano contro le guerre, contro i genocidi, in solidarietà con i diritti nazionali dei popoli e anche con il loro diritto di praticare la propria religione. Potremmo dire che è più difficile, ma nonostante tutto continuiamo con questa solidarietà, a fronte dell’evoluzione della situazione.
Per quanto riguarda la Francia c’è una solidarietà musulmana con i musulmani altrove, ma c’è anche una solidarietà araba. Oggi vivono molti maghrebini in Europa di origine maghrebina, e questo è culturalmente un motivo di solidarietà. Ma ci sono anche persone francesi, bianche, che sono anch’esse solidali con la Palestina. E tutti lavoriamo insieme, nell’ottica di costruire solidarietà. Al momento non abbiamo visto emergere in Francia, o in Europa, forze politiche musulmane in quanto tali. Quindi, per tornare un po’ alla domanda, ora che ho fatto tutte queste precisazioni storiche, sorgono delle questioni, perché essendo state alimentate oppressioni e divisioni, in particolare contro i musulmani, si rivela oggi necessario in Europa lottare contro l’islamofobia.
Oggi vediamo politiche di Stato che stigmatizzano i musulmani molto gravemente nella vita quotidiana — per frequentare la scuola, per camminare per strada, per accompagnare le uscite scolastiche, per lavorare con un velo, per trovare un impiego, per trovare un alloggio. Tutto questo ora è reso più difficile, e assistiamo davvero un’islamofobia attiva. Questa è una creazione reazionaria a cui dobbiamo reagire, ed è stato difficile in particolare in Francia che ha una tradizione laica distante dalle religioni, fare questo passaggio.
La sinistra francese si è contraddistinta per una mancanza di solidarietà catastrofica per molto tempo. Era molto minoritaria, e c’è voluta circa una decina d’anni perché a sinistra questo evolvesse, in particolare grazie alle nuove generazioni, che sono molto meno segnate da schemi ideologici tradizionali. E quindi siamo riusciti in Francia a dare alla lotta contro l’islamofobia più legittimità, più forza. E quindi, anche se è difficile, siamo in una posizione migliore rispetto a prima per affrontare queste evoluzioni e mantenere la solidarietà. Ma è ancora estremamente complicato dato che l’offensiva dello Stato francese passa attraverso un attacco ai musulmani nella loro quotidianità, lo Stato li squalifica e impedisce loro di poter esistere politicamente in quanto tali. Quindi questo nella sinistra francese, è ancora un lavoro necessario da fare, su un piano di pedagogia, di solidarietà nella lotta, per essere sufficientemente uniti e riuscire a opporsi a ciò — riuscendo, come sinistra, ad accettare la legittimità di una lotta a difesa di un soggetto e di un culto religioso che viene squalificato sulla base di pregiudizi reazionari.
Per provare a fare un paragone in Europa è stato meno difficile in Gran Bretagna, in quanto la tradizione laica è meno sentita da parte della sinistra. Ci sono stati infatti fronti unici, unitari, di resistenza molto più forti, che hanno fatto sì che l’islamofobia avesse forse meno forza lì, anche se la si vede aumentare anche lì.
E quindi è chiaro che con il sostegno dei fenomeni dei social media i nuovi discorsi politici dell’estrema destra finanziati dagli Stati Uniti danno più forza all’islamofobia. La battaglia culturale è intensa, e tuttavia sul campo siamo comunque riusciti a mantenere o a ristabilire il fatto che questa oppressione è inaccettabile. Quindi direi che questo è veramente un dato nuovo, e questo nuovo dato obbliga a delle evoluzioni, e queste evoluzioni richiedono molto tempo, ma avvengono comunque, e permettono comunque di resistere, per quanto occorra fare i conti con il fatto di poter resistere ma con dei limiti.
Concluderò dicendo che, per esempio in Francia, sulla guerra contro l’Iran, ci sono persone che dicono “tutti insieme contro la guerra” e ci sono persone che dicono “né Scià né Mollah” o “né Stati Uniti né Mollah”. Questo avviene in continuità con un’identità tradizionale della sinistra francese che vuole tener conto delle oppressioni di minoranza nazionale o di genere e quindi hanno bisogno di dissociarsi da forze musulmane che sono essenzialmente caricaturizzate, per quanto abbiano delle contraddizioni su questi temi. E poiché i media puntano la lente d’ingrandimento sui problemi che ci sono in Medio Oriente, questo permette di dividere la sinistra e di renderla meno forte nella sua opposizione alla guerra e alle politiche imperialiste. In Francia non c’è un movimento anti-guerra corretto perché a sinistra si accentuano sempre le divisioni, ciò che ci separa, ciò che non ci permette di essere solidali, piuttosto che accentuare ciò che ci unisce e come possiamo unirci per combattere insieme, anche se non siamo d’accordo su tutto. Ecco, si tratta ancora di una vera e propria battaglia politica.
Prima di concludere volevo aggiungere una cosa sul tema del sionismo: in quanto ebrei si considera che il sionismo sia una forma di antisemitismo dunque bisogna costruire alleanze. Gli ebrei non potranno farcela da soli contro il sionismo, hanno bisogno di solidarietà con musulmani, cristiani, atei, lavoratori, donne, movimenti sociali vari, ecologisti. Abbiamo bisogno di far coagulare tutte queste prospettive per costruire un campo sociale che riesca a rovesciare gli Stati e le loro politiche borghesi, razziste e imperialiste.
Un’ultima riflessione viene dalla vittoria del PSG a fine maggio che ha visto una grande mobilitazione, diciamo popolare, a partire dai quartieri, dai giovani, ecc. Abbiamo analizzato questo rispetto al fatto che si vede come lo Stato strutturalmente razzista francese abbia messo in atto una strategia atta a reprimere e anticipare qualsiasi emersione di gioia o di lotta. Lo Stato ha messo davvero in atto una presenza con l’obiettivo di disarticolare fin dall’inizio le relazioni, i rapporti, e anche la possibilità stessa di radunarsi per strada e semplicemente festeggiare la vittoria di una squadra di calcio. Ecco, un po’ per riassumere: come hai visto questi momenti? Come sono andati? Quali sono le tue analisi a riguardo?
Ho letto il vostro articolo e sono completamente d’accordo, perché non è la prima volta. Il PSG infatti aveva già vinto la coppa europea l’anno scorso, e già l’anno scorso avevano messo in atto questa strategia della repressione, con moltissimi poliziotti estremamente aggressivi. Nei media non si insiste sulla gioia e l’unità ma piuttosto sulla violenza, sulla divisione e sulla paura che tutto questo suscita. Quindi chiaramente abbiamo uno Stato aggressivo che, tramite una pratica neocoloniale, trova molteplici occasioni per far avanzare il suo programma razzista e di terrore sul piano di impossibilitare.
Questo è da leggersi come un’evoluzione, perché quando la nazionale francese aveva vinto nel 1998 i Mondiali e all’epoca si parlava della Francia “Black, Blanc, Beur” [nero, bianco, arabo], in realtà c’era una sorta di orgoglio, persino istituzionale, da parte della borghesia, nell’accettare questa unità.
Nel tempo si sono radicalizzati nel loro bisogno di dividerci su piani identitari e sociologici. E’ vero, ad essere mediatizzate e esposte sono soprattutto le periferie, i poveri, le “classi pericolose” e questo ha l’obiettivo di costruire mediaticamente e ideologicamente un amalgama che venga identificato come il problema che possa aprire a scenari di guerra civile su base identitaria. Questa prospettiva è ciò da cui dobbiamo difenderci. Per questo lo Stato è lì, con la sua repressione, la sua forza. E tutte le persone che non vivono in questi quartieri popolari non si rendono conto della realtà del contesto: io ci insegno e nonostante l’incredibile diversità culturale delle persone, esiste un vivere insieme, delle relazioni dei miei alunni.. io lavoro in un liceo di periferia dove, in una classe di 24 alunni, abbiamo fatto delle statistiche a un certo punto: 11 nazionalità: di cui 10 alunni su 24 avevano come prima lingua una lingua diversa dal francese. Quindi sono davvero dimensioni molto mescolate. E in questi posti molto mescolati, gli alunni lavorano insieme e amano lavorare insieme. Quindi quando si è in periferia, che ci si rende conto.
Ho potuto parlare per esempio con un professore che veniva dal sud della Francia, da un posto dove lui stesso vota Rassemblement National, e mi ha detto: sono rimasto sorpreso quando sono venuto a lavorare in una periferia vicino a Parigi, nello scoprire che in realtà c’erano tanti giovani che meritavano di essere sostenuti, e questo lo ha fatto evolvere, perché li ha conosciuti. Ma quando si è lontani, con i media che costruiscono una loro narrazione sull’attualità, si mantiene tutta una parte della popolazione francese in questa paura basata su fratture identitarie. Quindi questa è veramente una strategia di lungo termine da individuare nella borghesia francese, e che si è espressa anche nelle partite di calcio.
Facendo un passo di lato rispetto all’attualità, in Francia ci sono state anche delle rivolte delle periferie: prima nel 2005, quando la polizia aveva ucciso Zyed e Bounna, e furono soprattutto le periferie a mobilitarsi, vittime del coprifuoco e della grave repressione poliziesca. Ed è stato piuttosto un momento in cui il resto della popolazione francese non sembrava così solidale. Ma questo è in parte falso, perché ciò accadeva in un momento in cui c’erano anche altre lotte, e in altre lotte tutti si erano battuti insieme nel corso del 2005.
Bisogna anche aggiungere che ci sono state ancora delle rivolte per Nahel, circa 3 anni fa, un altro giovane di periferia che è stato ucciso da un poliziotto che è stata l’occasione di enormi manifestazioni nei quartieri popolari, che hanno bruciato centinaia di commissariati nel Paese. Si è trattato di un momento rivoluzionario ma la composizione era ancora in parte segmentata, per quanto in realtà vi sono dei momenti in cui è la borghesia stessa a proporre una realtà falsata per rappresentare il proletariato frammentato. Fra il 2005 e il 2023 possiamo individuare degli avanzamenti in generale. Nel frattempo c’è stata la Loi Travail e il movimento che l’ha contestata e in quel passaggio vi è stata un’identificazione della sinistra bianca con i giovani vittime delle violenze poliziesche. Questo è avvenuto con la solidarietà nei confronti di Adama Traoré e con il lavoro di mobilitazione di sua sorella Assa Traoré. Diverse lotte come questa sono riuscite a sviluppare una presa di coscienza tra i giovani — per caricaturare — una solidarietà tra “bianco di centro città” e un “razzializzato di periferia”, una solidarietà che è di fatto aumentata. Ma anche nelle manifestazioni per Nahel questo si vedeva. E quindi in realtà si è sviluppata anche una tendenza mediatica che vuole mostrare tutto questo come segmentato. Esiste certo un piano di realtà della frammentazione, ma anche un dato che vede maggiori alleanze anche legato al fatto che la forza principale a sinistra è La France Insoumise. LFI ora ha coniato il termine “Nouvelle France” e riesce in qualche modo a fornire degli strumenti ideologici per riassorbire queste fratture e riunificare i diversi frammenti del proletariato. Quindi si vedono, nella popolazione, dal punto di vista della sinistra, dei progressi. Ma è quando si è militanti che lo si vede. Se si è passivi politicamente e si dipende solo dai media — o anche quando si è militanti — si vedono tutti questi episodi come eventi nefasti che ci piombano addosso e che fanno avanzare la loro visione. E ogni volta rispondiamo, e facciamo quel che possiamo. Altri avanzamenti vanno ricondotti al lavoro di media come Parole d’Honneur — so che avete intervistato Youssef Boussouma — e alle relazioni tra i movimenti delle periferie, dei razzializzati, dei musulmani, con La France Insoumise, la sinistra più mainstream. E quindi questo avanza.
Come vedi la rimilitarizzazione della società in questa fase di guerra e l’esempio del progetto di legge in corso di elaborazione sull’”état d’alerte de sécurité nationale” in Francia.
Tutto questo è molto preoccupante. Diciamo che, in più, c’è stato un momento molto significativo quando un generale ha detto che i francesi si rendessero conto che i nostri figli avrebbero dovuto combattere e morire per la patria, e che bisognava esserne davvero consapevoli. Quindi la rimilitarizzazione avanza molto. Si potrebbe fare tutto un confronto con i metodi di militarizzazione della società israeliana. In Francia ci sono stati diversi modi di procedere, in particolare nell’istruzione pubblica, con il Servizio Nazionale Universale, con il posto lasciato alla difesa, i partenariati, si è trattato molto di un discorso ideologico — prima per la laicità, e ora per la difesa nazionale e il patriottismo — che progredisce.
E di fronte a questo siamo riusciti a dimostrare che il Servizio Nazionale Universale, che era un progetto di Macron, alla fine non ha funzionato. Ha coinvolto soltanto 100.000 giovani quando avrebbe dovuto coinvolgere tutti i giovani, piuttosto giovani borghesi, figli di militari, che hanno partecipato perché era su base volontaria. Ma è stato molto complicato, è stato squalificato nei media, e i giovani lo rifiutano. Alcuni giovani hanno fatto blocchi nei licei per protestare contro il militarismo. E quindi questa tematica cresce in Francia. Ci sono collettivi contro la militarizzazione nell’istruzione. C’è un collettivo che si chiama “Né guerra né stato di guerra”, che è molto valido. All’Eurosatory, un salone delle armi, siamo riusciti a far togliere gli stand israeliani qualche anno fa. Ma insomma, sono manifestazioni che hanno riunito 5000 persone, tutte molto di sinistra, è interessante ma è ancora marginale. Un grande movimento contro la guerra in Francia fatica ancora molto a emergere, a causa delle divisioni della sinistra, e anche in conseguenza al fatto che questa ideologia militarista è in qualche modo riuscita a convincere dei francesi che ci sia bisogno di tornelli di sicurezza davanti ai licei perché bisogna difendersi nel caso si venga attaccati da terroristi, oppure che bisogna fare partenariati con l’esercito per dare lavoro ai giovani, oppure che bisogna comunque spendere soldi per difendere il Paese perché la guerra è un pericolo e la Russia sia un pericolo per l’Europa. Questi assi di propaganda riescono a toccare le persone e dunque complica il lavoro, da un lato. E dall’altro lato ci sono le divisioni a sinistra. Ma contro la guerra, in realtà, dobbiamo constatare che i governi e la Repubblica francese organizzano con metodi sempre più autoritari anno dopo anno una radicalizzazione del militarismo, dell’autoritarismo, un aumento delle spese militari, uno spostamento della produzione civile verso produzioni militari. Quindi in realtà questo è veramente il loro nuovo carburante economico, che si accompagna a un’ideologia per giustificarlo e far sì che le persone vi aderiscano.
Purtroppo non c’è in Francia un esempio di manifestazione davvero significativo in questo senso, abbiamo fatto dei blocchi, abbiamo fatto degli avanzamenti con la lotta per la Palestina, il boicottaggio e la critica. La Francia ha preteso di non essere complice nell’armare Israele, cosa falsa e che siamo riusciti, con dei collettivi, con studi dettagliati, a dimostrare come la Francia collaborasse e aiutasse militarmente Israele. Quindi questo ha approfondito le difficoltà del governo e le sue contraddizioni. Abbiamo contribuito così a screditarlo, e questo ha portato anche ad azioni di blocco dei movimenti sociali. A settembre scorso ci sono state manifestazioni contro il governo Bayrou e contro il bilancio e, in alcune città, a Marsiglia, a Rennes, dei militanti hanno bloccato fabbriche di armamenti denunciandone la complicità con Israele. Questi sono stati i tentativi che abbiamo messo in campo per fare uscire la lotta contro il militarismo dal suo lato teorico, passivo e marginale, rendendola più concreta e, il genocidio in Palestina, quindi, è stato unificante. Va sottolineato come, ancora oggi per esempio la CGT porta avanti una posizione tutta schiacciata sulla difesa dei posti di lavoro e dunque sulla necessità di difendere i propri investimenti. Questo dimostra che la situazione è ancora complicata e ci sono aspetti che pesano molto ma al tempo stesso che ci sono avanzamenti e che lottiamo per questo.
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