
Una degna rabbia, per uno spregevole omicidio. La migliore Bologna in piazza a difesa di ciò che resta dell’umanità
Scoccano le 19.00 e su piazza del Nettuno il sole è ancora alto. Provare a quantificare il numero esatto delle migliaia e migliaia di persone già presenti e in costante aumento, risulta del tutto inutile: fiume, marea, oceano, sono tante le metafore acquatiche che solitamente si usano in casi del genere. E come tutti questi termini sottolineano in automatico, piazza del Nettuno ieri era sì un agglomerato eterogeneo di vite, storie, ma accomunato dalla trasversale necessità di scorrere.
Certo, a voler far retorica si può sempre sostenere tutto e il contrario di tutto, ma per chiunque fosse presente ieri era di lampante evidenza la necessità di urlare e camminare, a fronte dello spregevole omicidio di Abderrahim Fakir. Ma d’altronde qual era la pretesa? Dieci minuti di piantino collettivo e poi tutti a casa a cenare? La gente in piazza ieri era sconvolta, perché sconvolgenti sono le immagini di questo delitto, sconvolgenti quasi quanto la caparbietà con cui immediatamente si è deciso tra palazzi del potere e redazioni giornalistiche di insabbiarlo. Perché questo è il termine tecnico per descrive tutti i “eh ma”, “sì però”, “beh vediamo”: insabbiamento. Davanti a una vicenda come quella di Abderrahim non esistono vie di mezzo, e scegliere l’ambiguità delle parole invece che indignarsi per l’evidenza dei fatti, significa scegliere da che parte stare. Per opportunismo politico, pusillanimità, pochezza interiore, non importa ma si finisce immediatamente a far parte dello stesso fetido girone dei suprematisti che in queste ore sghignazzano e si eccitano al pensiero di “un ne*ro in meno” al mondo.
In piazza si è diffusa come un boato la voce di Youssra, nipote di Abderrahim, una giovane donna in lacrime e forte allo stesso tempo. Non un personaggio televisivo, né una politica di professione: semplicemente una nipote a cui hanno ammazzato lo zio, e che, mal grado la voce spezzata dal dolore, decide di parlare e pretendere giustizia. Oggi già girano moniti filologici e dattilografie minuziose delle sue parole, inneggiando al massimo rigore nell’esegesi del testo, “ipse dixit”. Sta di fatto che, durante i suoi minuti di intervento, piazza del Nettuno è stato un corpo unico, uno stringersi corale con un reciproco ringraziamento dal microfono alla piazza e dalla piazza al microfono. Senza entrare in dichiarazioni e commenti emersi oggi, qualsiasi tentativo di raffigurare una contrapposizione rispetto a ieri tra lei e l’oceano lì presente per lei e la sua famiglia, sarebbe esilarante se non fosse deprecabile.
Perché di questo parliamo, del fatto che migliaia di persone si sono opposte alla possibilità potesse calare il silenzio, al fatto che venisse calato il sipario su Abderrahim. Cori, urla, abbracci, lacrime, mani che si stringono, occhi che si cercano, voci che si uniscono: questa è stata la partenza del “corteo dei facinorosi”, ovvero della gran parte della gente presente in piazza. Non ci interessa attorcigliarci sui numeri, non abbiamo nulla da dover provare dato che circolano foto e video con ritratte migliaia di persone per strada fino a tarda notte. Sta di fatto che quello partito ieri pomeriggio non è stato un corteo organizzato, con promotori e sigle aderenti, ma una marcia popolare, una marcia di dignità, spontanea e collettiva. Un moto viscerale che ha condotto migliaia di persone a pretendere giustizia sotto la Prefettura, sì a gridare “assassini” alla polizia che blindava totalmente piazza Roosevelt già dalle prime ore del pomeriggio. Un fiume in piena che non si è fatto intimorire dalle cariche, dal fitto lancio di lacrimogeni e dai getti d’acqua degli idranti, pretendendo di rimanere lì, sotto la Prefettura, a gridare proprio “assassini”. Un fiume composto da giovani, certo – e qual è il problema? – ma anche da facchini, famiglie, gente di qualsiasi tipo. Un fiume determinato a non farsi cacciare via e attento alla propria difesa collettiva, indisponibile a continuare a subire in silenzio la violenza di celerini ed agenti di polizia.
Noi quello che abbiamo visto lo chiamiamo dignità: un elemento ormai raro e sconosciuto a chi siede tronfiamente su poltrone, vive comodamente dentro delle ville, senza il minimo pensiero su come riempire il frigo o pagare le bollette. La stessa dignità che si è espressa per tutta la notte tra i magazzini vuoti dell’Interporto di Bologna, quando in centinaia e centinaia di lavoratori hanno risposto alla chiamata di sciopero, pretendendo giustizia per Abderrahim e bloccando totalmente il più grosso hub logistico di tutto il Nord Italia. Oggi non se ne parla molto sui giornali, probabilmente perché fa paura questa risposta trasversale capace di connettere un tessuto metropolitano così ampio, dal centro cittadino fino all’ingresso dell’Interporto. Fa paura questa risposta trasversale capace di unire studenti e studentesse, giovani precari e precarie, facchini, famiglie, in una eterogeneità di persone, biografie e pulsioni. E forse avete ragione ad avere paura, perché la dignità, l’umanità è giusto che spaventi chi ha scelto una vita mossa da squallidi fini e misere passioni. Una vita in cui si legittima il sopruso, in cui si aderisce al suprematismo.
C’è tanto da inchiestare e discutere, ma, a caldo, la giornata di ieri nel suo complesso ha rappresentato un’irruzione tellurica di quella “Palestina Globale” che ha scandito il tempo dell’ultimo autunno. Non vogliamo scrivere parole posticce, né perderci nella mitopoiesi dei racconti, ma è evidente che il 2025 ha segnato per le vite di tutti e tutte noi uno spartiacque: il momento in cui si è scelto da che parte stare, in cui si è scoperta la possibilità, anzi, la necessità di alzare la testa ogni volta che questo inferno che chiamiamo presente ha deciso di infittirsi in infamia e dolore. Non un movimento lineare, ma un processo di movimentazione a macchie di leopardo, di scosse che nel loro rombare affermano il desiderio di un mondo nuovo, costi quel che costi. La giornata di ieri ha preso forma tramite un’incredibile alchimia di soggetti, e certo anche di gruppi: sindacati, associazioni, collettivi, che si sono messi a servizio di questo moto popolare. Giornate di questo tipo non sono mai lisce e senza contraddizioni, mai prive di dissidi, di prospettive diverse. Giornate di questo tipo non sono di proprietà di nessuno, e appartengono a tutte contemporaneamente. Nelle differenze, nelle affinità, nella difesa collettiva, imparando a resistere e a non indietreggiare, imparando a farlo insieme; questa giornata traccia una parte. La sfida diventa imparare a farla durare e dargli spazio.
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno,
e farlo durare, e dargli spazio.
Italo Calvino, Le città invisibili.
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