InfoAut
Immagine di copertina per il post

Stralci di inchiesta (5): PizzaBo, JustEat e sfruttamento nel platform capitalism

Talvolta questo tipo di capitalismo è stato definito anche sharing economy (pensiamo a portali come Blablacar o Airbnb); ma in questi giorni si è anche mostrato come gig-economy, ovvero quella economia che include anche la messa a valore di figure professionali come il fattorino che erano considerate una volta come “secondi lavori”, come ci insegna il caso di Foodora e delle mobilitazioni intorno ad essa.

Un meccanismo che prospera e prolifera sulla vita iper-precaria di centinaia di migliaia di giovani, che hanno sempre più difficoltà ad arrivare alla fine del mese e che si trovano costretti ad accettare paghe da fame e condizioni lavorative indecenti. Queste prestazioni lavorative non riescono nemmeno più ad essere sufficienti alla riproduzione del singolo, che in un circolo vizioso deve spendersi in altri lavoretti per provare a raggiungere la sostenibilità finanziaria.

L’utilizzo smodato di strumenti come i voucher si rivela inoltre funzionale allo sfruttamento più profondo, negando alcun tipo di previsione di welfare al lavoratore; tanto che per paradosso diventa quasi un intralcio, dato che contribuisce alla crescita dell’imponibile su cui si possono poi avere o meno agevolazioni fiscali, senza assicurare alcun beneficio in cambio.

Abbiamo intervistato Paolo (nome di fantasia), studente universitario bolognese che ha fatto per anni il porta-pizze in città e ha conosciuto da vicino il modello di PizzaBo, start-up creata a Bologna e venduta qualche mese dopo per più di 50 milioni di euro ad una multinazionale berlinese che a sua volta l’ha rivenduta al colosso danese del take-away JustEat.

La conversazione che segue ha toccato differenti punti interessanti, come la correlazione tra un welfare sempre più assente e l’aumento del lavoro nero, la rottura di alcuni pregiudizi che vedono nella sharing economy un guadagno per tutte le parti in causa (quando per aziende e suoi dipendenti non è affatto detto che sia così), ma anche il processo di accentramento monopolistico in corso da parte delle start-up più famose o in grado di conquistarsi una posizione di forza sui mercati.

Buona lettura, qui i link alle precedenti interviste e considerazioni raccolte nell’ambito dell’inchiesta (1234).

INFOAUT: PizzaBo è uno dei principali esempi di start-up di nuova generazione, aziende che di fatto guadagnano solamente sulle commissioni che chiedono a chi utilizza la propria piattaforma virtuale per comprare e vendere beni. Di fatto dalle sue recenti vicende emerge una logica di spartizione del mercato in corso nel settore.

 

Paolo: Esatto. Per esempio, stando sul locale, PizzaBo prima si afferma in maniera imponente a Bologna, poi si espande ad altre città italiane; per il suo successo, viene comprata da Rocket Internet che poi a sua volta la vende a JustEat, in cambio di altri asset di proprietà di JustEat in altre aree geografiche d’Europa. Quello che si crea è una sorta di cartello nel mercato del take-away, con PizzaBo che fra qualche settimana sparirà come marchio, cosa che porterà a conseguenze come i dubbi sul futuro dei suoi lavoratori, che sono al centro di una causa legale e sindacale dato che JustEat vuole trasferirli a Milano e loro a parte qualcuno non vogliono accettare, in quanto tutti bolognesi di lungo corso. PizzaBo ha monopolizzato il mercato, da quando è nata a Bologna oltre a lei c’erano la multinazionale JustEat e CosaOrdino, che però avevano quote di mercato residuali.

 

INFOAUT: Ma su cosa guadagnano aziende come PizzaBO?

 

Paolo: PizzaBo si prende circa un 10-15% su ogni pagamento che viene effettuato da cliente a ristorante. Ovviamente sei obbligato a dare l’esclusiva del tuo take away a PizzaBo, non puoi diversificare le piattaforme che usi. I pagamenti che tu fai in carta di credito non convengono alla pizzeria, dato che a differenza del contante quei pagamenti vengono girati da PizzaBo all’azienda solo in un secondo momento, arrivano a fine mese scalati delle commissioni che tu devi a pizzaBo sugli acquisti in contante. Il tutto ovviamente toglie liquidità all’azienda. Uno potrebbe rispondere che però pizzaBo in cambio da visibilità e pubblicità: però non è manco vero che questo sia cosi positivo, dato che pizzaBo da visibilità a tantissime pizzerie e la fidelizzazione è sempre più difficile.

Insomma, PizzaBo vince sempre, mentre le pizzerie vincono una volta a testa; solo per il cliente è un passo avanti, ovviamente a meno che non sia anche un fattorino (ride). Inoltre ormai essendo cosi noto e utilizzato, non puoi neanche pensarne di uscirne, pena la morte completa della tua pizzeria, o quantomeno del suo reparto di take-away. La quantità di ordini non è aumentata, parte del totale si è trasferito sulla piattaforma e molto del traffico “diretto” dell’andare fisicamente al locale si è persa. 

 

INFOAUT: Come era organizzato il modello PizzaBO, anche in relazione ai fattorini che svolgevano fisicamente le consegne?

 

Paolo: Partiamo dal fatto che non esiste ancora a Bologna un qualcosa come Foodora, qui tutti i fattorini sono dipendenti diretti delle pizzerie, non di terzi come JustEat. Qui si può scegliere se fare la consegna da soli o se affidarsi ai fattorini di JustEat (ovviamente il ristorante dovrà pagare di più). Prima, se accettavi di entrare nel suo ambito, PizzaBo offriva ai fattorini la borsa termica con il logo per consegnare le pizze, ma non era un obbligo o una affiliazione vera e propria, era solo un gadget.

I ristoranti ad ora non si affidano a JustEat perchè costa molto molto di più che farlo da soli; ergo è tutto molto più individualizzato, non c’è una gestione unica e coordinata dei fattorini come Foodora, o quantomeno non sembra essersi sviluppato ancora così tanto. Io ho lavorato fino a giugno scorso, non so se anche qui a Bologna c’è un passaggio in questa direzione; mi sento di essere stato alla fine un privilegiato, la maggior parte di quelli che fanno questo lavoro sono studenti del liceo che vogliono arrotondare. Le pizzerie prima cercavano gente per lavoretti, ma è evidente che non è un lavoro vero e proprio, è tipo il ragazzo che vende il latte nei film americani.

 

INFOAUT: Quindi non certo un lavoro che può assicurare una sussistenza..

 

Paolo: Puoi guadagnarci uno stipendio solo se lavori 12-15 ore. L’arrivo di massa dei minimarket e il moltiplicarsi delle piccole pizzerie ha ammazzato questo modello; io sono passato dall’essere pagato 7 all’ora e usare il motorino aziendale con benzina pagata, a sentirmi fare proposte di farlo per 5 all’ora con tutte le spese mie, altrimenti non conveniva più al datore. E queste sono anche le condizioni di chi lo fa adesso, almeno stando a quelli che conosco che fanno la stessa cosa. Il punto è che in una situazione del genere è anche difficile immaginarsi percorsi di rivolta, dato che non c’è una unificazione del datore di lavoro e la dinamica è essenzialmente di impiego da parte di un familiare. Forse è troppo presto, probabilmente stiamo andando verso quel passaggio là, che sarà di impatto non male dato che qui si parla di centinaia e centinaia di persone.

 

INFOAUT: Come si viene pagati in questo tipo di lavori?

 

Paolo: Fino alla settimana scorsa quei pochi che lavoravano in regola lavoravano coi voucher, dato che i voucher li potevi attivare anche dopo la giornata di prestazione del servizio; ciò voleva dire che tu in caso di infortunio lo attivavi, altrimenti no e prendevi i soldi in nero. Ora invece si dovrà attivare il tutto in anticipo, e questo porterà a situazioni complicate dato che il lavoro nero che piaccia o no è quello che in un contesto simile permette a tante persone di rimanere a galla; questo per esempio perchè lavorare in nero ti salva dal dover pagare una barca di tasse, sia all’azienda che a te.

Io sono anche studente, e lavorare in nero ti fa stare sotto la somma di guadagno che per esempio, se la raggiungi, non ti permette di accedere alla borsa di studio. Io l’anno che ho lavorato in regola non sono riuscito a prendere la borsa di studio, dato che le soglie per ottenerla sono davvero basse: visto che anche il voucher ora va dichiarato nel calcolo ISEE paradossalmente il sistema ti incentiva a lavorare in nero e quindi senza diritti per non ricevere ancora meno welfare rispetto alla miseria che già (non) percepiamo oggi. Dopo che l’anno scorso non ho fatto alcun voucher e ho chiuso il contratto a chiamata che avevo, quest’anno riesco a prendere la borsa di studio e a lavorare giorni in meno rispetto a prima perchè non devo pagare le tasse universitarie. E’ un circolo vizioso, che parte evidentemente da fasce troppo basse per l’esenzione dalle tasse, e quindi interroga anche il modello di città che si vuole costruire.

 

INFOAUT: Di fatto se lavori in nero puoi iscriverti, se sei regolare no..

 

Paolo: C’è una diffusione comunque sempre maggiore di questo tipo di lavori che si sta sviluppando in Italia. Una svolta tra i fattorini è sicuramente necessaria anche perchè la situazione sta precipitando, le paghe sono scese incredibilmente e sicuramente l’intreccio tra crisi complessiva e impoverimento giovanile continua a creare queste condizioni. Il punto è che tutto il rischio è su di te, e dopo un po’ ad ogni modo non ce la fai a starci dentro anche perchè devi lavorare tutto il giorno per riuscire a fare qualcosa…bisognerebbe provare davvero a rompere questa situazione, perchè è davvero molto dura starci dentro ma è ancora più complicato andare avanti standone fuori!

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Approfondimentidi redazioneTag correlati:

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

La solidarietà continua: venerdì 11 settembre presidio al carcere delle Vallette

A più di un mese di distanza dalla giornata di lotta del 25 luglio, due giovanissimi attivisti tedeschi sono ancora rinchiusi nel carcere delle Vallette.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Di greenwashing, militarizzazione dei territori e questione energetica

La Toscana è sempre più al centro di una serie di interessi economici legati a doppio filo alla macchina bellica e al complesso militare-industriale.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Il 3 ottobre torniamo a marciare insieme

Da Sant’Ambrogio ad Avigliana. Una marcia popolare contro la nuova tratta nazionale Avigliana-Orbassano e per il futuro del nostro territorio.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

RitardaTav: quando i treni non sono mai in orario, dal 2033 si passa al 2035

Il tempo passa ma le vecchie abitudini restano. Se c’è un punto fermo nella costruzione della Torino-Lione è sicuramente che non si può mai dire — nemmeno per scherzo — che i cantieri siano un esempio di puntualità ed efficienza. La grande piaga che ci portiamo appresso da trent’anni continua infatti con i suoi ritardi cronici.

Immagine di copertina per il post
Intersezionalità

No justice no peace: verità e giustizia per Fakir!

Condividiamo l’appello verso il 12 settembre 2026 giornata di solidarietà, discussione e raccolta fondi a Bologna a seguito dell’omicidio di Fakir diramato dalla Piattaforma di Intervento Sociale.

Immagine di copertina per il post
Confluenza

Più canadair meno armi

In vista della due giorni di iniziativa che si terrà a Torino il 19-20 settembre contro il riarmo (al fondo all’articolo il programma completo) alla quale anche Confluenza contribuirà per portare il tema su come la guerra investe il nostro territorio, condividiamo un’intervista che abbiamo svolto a Don Renato Sacco, prete della Val d’Ossola sconvolta dagli incendi durante questa estate di calore ed emergenza ecoclimatica.

Immagine di copertina per il post
La Fabbrica della Guerra

Danimarca: “Mosca prepara sabotaggi contro le nostre aziende della difesa”. La guerra ibrida si avvicina 

Che la filiera bellica si espanda in Europa e che questo porti inevitabilmente a un aumento del rischio anche per il nostro territorio è chiaro, la vicenda di Colleferro è uno degli esempi più lampanti.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Torino è contro il riarmo

Ripubblichiamo l’indizione della due giorni del 19-20 settembre 2026 che si terrà a Torino organizzata dall’assemblea cittadina Torino Partigiana.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Hanover: finto think tank utile a diffondere propaganda israeliana

Un’inchiesta originariamente svolta dal Guardian ha svelato il meccanismo utilizzato da un finto Think tank – inesistente in quanto senza sede, senza indirizzi né referenze – “Hanover” che allena l’intelligenza artificiale nella creazione di propaganda ad hoc in favore di Israele e del suo operato.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

A Travagliato (BS) il Comitato contro il data center ottiene una prima vittoria

I progetti per costruire nuovi data center in Lombardia e per gli allacciamenti alla rete Terna aumentano di giorno in giorno.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Dibattito su Imperialismo digitale @Blackout Fest 2026 con Dario Guarascio

Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico. Di seguito ripubblichiamo il podcast del dibattito tenutosi al BlackoutFest 2026 e condiviso da Radio Blackout.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Francia, antisemitismo e islamofobia: intervista a un attivista di UFJP

Abbiamo intervistato un attivista de l’UJFP (Union Juive Française Pour La Paix) in merito ad alcuni temi all’ordine del giorno: l’antirazzismo e l’islamofobia, l’antisemitismo e l’antisionismo, per approfondire cosa si muove in Francia sul piano delle mobilitazioni e degli avanzamenti della soggettività organizzata su questo dibattito.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Ceuta: il contesto e i responsabili della crisi umanitaria

Ripubblichiamo questo articolo che approfondisce alcuni aspetti della tragedia umanitaria di Ceuta, individua responsabilità politiche e inserisce ciò che è avvenuto in un quadro più ampio di dinamiche di guerra globale e di garanzia per il regime egemonico.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

“No NBA Europe”: una campagna necessaria

All’interno di una fase in cui può sembrare difficile distinguere tra potenze in declino o in ristrutturazione, anche dal mondo dello sport arrivano segnali che propendono verso la seconda alternativa.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Genova 2001. Una storia del presente

Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida: alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega-Parte 2

In una minuscola frazione dell’Aspromonte un giovane sulla trentina viaggia a dieci km orari a bordo del suo Jimny scalcagnato. Sono le 22, l’aria gelata dell’inverno sta sferzando le cime degli ulivi. I finestrini dell’auto sono appannati. Lui non deve andare da nessuna parte, non deve raggiungere parenti o amici: molti di loro si sono trasferiti in città, altri sono al Nord, forse torneranno per le ferie di Natale. Una grande cappa di solitudine lo avvolge, lo opprime. Si chiede, quando è solo, sempre più solo, se il resto del mondo sappia cosa vuol dire vivere così, abitare in un paese morente senza la possibilità, l’intenzione o la forza di andarsene.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Qualcosa di nuovo sul fronte orientale

Negli ultimi anni, l’Armenia e più in generale i Paesi del Caucaso stanno emergendo come nuovi attori cruciali nel processo di ristrutturazione del capitalismo digitale nato dal boom della Silicon Valley. Mentre Stati Uniti, Israele e Unione Europea costruiscono i presupposti per future capitalizzazioni e posizionamenti strategici nell’area, Russia e Iran  – per ora – prendono nota.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida. Alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega – Parte 1

Faida è una delle parole germaniche che è sopravvissuta nell’italiano odierno. La sua sopravvivenza è dovuta probabilmente al fatto che per lungo tempo ha rappresentato un istituto giuridico preciso nelle culture germaniche. Infatti, mentre noi usiamo comunemente faida come la definizione di uno scontro brutale e prolungato tra due gruppi di persone (si pensi alle “faide familiari”, o quelle tra le cosche mafiose), il suo significato originale indica il diritto, per un privato, di ottenere soddisfazione per un torto subito ricorrendo all’uso della forza. Una sorta di “giustizia privata”.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

L’Intelligenza Artificiale come «Macchina», «Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati – di Emiliana Armano

l presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e non canonizzato con l’opera di Marx: i suoi strumenti concettuali non vanno intesi come dottrina, ma come dispositivi analitici aperti, da ripensare continuamente alla luce delle trasformazioni del capitalismo.