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Albania tra crisi di potere e rappresentanza: uno sguardo più ampio

Pubblichiamo un contributo di Immigrital, Cua Torino e Cua Pisa in merito agli avvenimenti in Albania degli ultimi mesi.

Negli ultimi mesi, Tirana non è stata soltanto una capitale attraversata da mobilitazioni: è diventata il punto di condensazione di una crisi politica che mette in discussione l’intero equilibrio istituzionale del Paese. Le proteste non nascono nel vuoto: affondano le radici in una sfiducia stratificata negli anni, alimentata dalla percezione di mancata trasparenza nella gestione del potere, dalla corruzione diffusa e dalla distanza crescente tra classe dirigente e cittadini.

Ridurre quanto accade allo scontro tra il primo ministro Edi Rama e il leader dell’opposizione Sali Berisha sarebbe semplicistico, ma ignorarne il peso significherebbe non cogliere una delle chiavi della crisi. Berisha non è un oppositore qualunque: ha segnato profondamente la storia recente dell’Albania. Negli anni Novanta, da presidente, guidò la prima fase della transizione post- comunista, culminata nel collasso del 1997 con il fallimento delle piramidi finanziarie, che precipitò il Paese nel caos e minò la fiducia nelle istituzioni. Tornato al governo come primo ministro tra il 2005 e il 2013, accompagnò l’ingresso dell’Albania nella NATO e promosse importanti opere infrastrutturali, ma il suo mandato fu segnato da accuse di corruzione, tensioni sociali e da una polarizzazione politica costante.

È proprio questa polarizzazione storica, insieme alla percezione di una gestione opaca del potere, a costituire l’asse attorno al quale si intrecciano le tensioni di oggi. La leadership di Berisha, improntata allo scontro frontale, ha consolidato un clima di contrapposizione permanente che ancora oggi condiziona il dibattito pubblico, contribuendo a una dinamica in cui l’opposizione mobilita le piazze contro l’esecutivo portando con sé un’eredità ambivalente: per alcuni cittadini rappresenta l’alternativa necessaria, per altri incarna una stagione politica segnata da conflitti istituzionali e ombre irrisolte.

Questo intreccio storico contribuisce a spiegare la crisi di rappresentanza, poiché molti cittadini non si riconoscono né in Berisha né in Rama. Il detonatore immediato della crisi è il caso della vice prima ministra Belinda Balluku, incriminata dalla Struttura Speciale contro la Corruzione e il Crimine Organizzato (SPAK) per otto accuse legate a presunte irregolarità negli appalti di grandi infrastrutture, tra cui il tunnel di Llogara e la Grande Tangenziale di Tirana. Il fascicolo dell’inchiesta, di circa 16.000 pagine, integra prove raccolte anche dai dispositivi di collaboratori già arrestati, evidenziando come la gestione delle grandi opere rappresenti un punto di intersezione tra interessi politici, potere economico e responsabilità istituzionali.

La crisi non si esaurisce nel caso Balluku, ma si intreccia con le stesse pratiche e controversie che hanno segnato il governo di Rama. Il premier è stato accusato negli anni di gestione ambigua delle gare pubbliche, di concentrazione del potere nell’esecutivo e di interferenze, dirette o indirette, nelle inchieste sui suoi collaboratori. Se in passato aveva lasciato senza protezione politica ministri e funzionari finiti sotto accusa, nella vicenda Balluku ha assunto invece una linea difensiva netta e pubblica, proponendo modifiche al Codice di procedura penale per limitare la sospensione dei ministri non arrestati. Una mossa che appare come un tentativo di ridurre l’autonomia della magistratura proprio nel momento in cui l’indagine colpisce il vertice del governo.

La Procura ha chiesto al Parlamento la revoca dell’immunità di Balluku per procedere con l’arresto, sostenendo il rischio di inquinamento delle prove, e la sospensione dal ruolo di deputata è stata confermata dalla Corte Costituzionale, nonostante il ricorso della maggioranza che denuncia una violazione della separazione dei poteri.

Questo episodio si inserisce in una sequenza di scandali ricorrenti e tensioni tra poteri dello Stato, in un assetto segnato da una polarizzazione persistente. Negli ultimi anni, numerose figure di primo piano del Partito Socialista guidato da Edi Rama – ormai al quarto mandato consecutivo – risultano sotto indagine o in arresto per corruzione, sia a livello centrale sia nei municipi. Tra i casi più rilevanti vi è quello del sindaco di Tirana, Erion Veliaj, arrestato e tuttora detenuto.

È questo intreccio tra eredità storica e continuità nelle logiche di potere a spiegare la profondità della sfiducia nelle istituzioni poiché delinea un filo conduttore tra governi diversi: opacità decisionale, concentrazione del potere e incertezza sulla responsabilità dei vertici.

La crisi, quindi, non è solo politica ma profondamente rappresentativa: cresce l’astensione, si amplia il distacco dalla vita pubblica e le piazze diventano spesso l’unico spazio di espressione del dissenso.

Il quadro sociale ed economico rafforza ulteriormente queste dinamiche: accanto a una corruzione endemica si consolidano forti concentrazioni di ricchezza in assetti di tipo oligarchico, rispetto ai quali le istituzioni sono spesso accusate di complicità. La transizione post-comunista avviata nel 1991 ha comportato uno smantellamento radicale del sistema di welfare e una diffusa privatizzazione, in particolare nei settori della sanità e dell’istruzione. I servizi pubblici residui risultano oggi segnati da sottofinanziamento, inefficienze strutturali e persistenti fenomeni corruttivi.

In parallelo, si è registrato un progressivo indebolimento dei corpi intermedi – in particolare sindacati e collettivi – con la conseguente contrazione degli spazi di rappresentanza sociale. In questo contesto, l’emigrazione assume un carattere strutturale e intergenerazionale, configurandosi non più come fenomeno episodico ma come elemento stabile dell’assetto sociale ed economico del Paese.

È dentro questa condizione di privazione e contrazione delle opportunità – in un modello segnato da privatizzazioni estese, assetti oligarchici interni e persistenti dinamiche di dipendenza esterna – che i conflitti sociali emergono periodicamente, dando luogo anche a nuove forme di organizzazione. Queste esperienze cercano di ricostruire un orizzonte politico di emancipazione, mettendo in relazione le rivendicazioni di classe con quelle territoriali e di genere, insieme al nodo centrale dell’emigrazione, con cui ogni famiglia albanese si confronta direttamente o indirettamente.

Queste dinamiche incidono in modo particolare sulle giovani generazioni, cresciute in un contesto di precarietà strutturale e caratterizzate da una progressiva assenza di prospettive. Ne deriva una diffusa disaffezione verso le istituzioni, percepite come incapaci di intercettare i cambiamenti in atto e sempre più distanti dalla realtà sociale. Infatti, le attuali proteste si inseriscono come espressione di un malessere generazionale più ampio, segnato dall’emigrazione di massa e dalla sensazione di un presente negato.

Accanto alla crisi politica, negli ultimi anni si sono sviluppate anche mobilitazioni sociali autonome legate a pensioni, salari e costo della vita. In questo contesto, pensionati e attivisti tornano ciclicamente nelle piazze per denunciare condizioni materiali insostenibili. Parallelamente, uno sciopero auto-organizzato di riders ha recentemente attraversato le strade di Tirana e Durrës/Durazzo.

A questa cornice si sovrappongono dinamiche economiche e geopolitiche che molti attivisti definiscono di matrice neocoloniale. Investimenti esteri e grandi progetti infrastrutturali – provenienti da Paesi dell’Unione Europea, ma anche da Turchia, Stati del Golfo, Stati Uniti e Cina – si inseriscono in un contesto di marcata asimmetria politica e fragilità istituzionale, contribuendo a consolidare una struttura economica fortemente dipendente dall’esterno. In alcuni casi, tali relazioni si accompagnano anche a forme di influenza culturale e religiosa.

Le conseguenze di questo assetto si riflettono direttamente sulle condizioni del lavoro: call center legati a imprese straniere, industria tessile e manifattura sportiva a basso salario, turismo stagionale caratterizzato da elevata precarietà. Il tratto comune è uno sfruttamento sistemico, che si manifesta attraverso irregolarità contrattuali, pratiche vessatorie e mancati pagamenti.

In questo quadro, l’emigrazione si conferma non solo come risposta economica individuale, ma come dimensione strutturale della vita collettiva. I legami con la diaspora attraversano infatti quasi ogni famiglia e le rimesse rappresentano ancora oggi un pilastro dell’economia nazionale.

Nel discorso mediatico, però, queste dinamiche vengono spesso ricondotte agli episodi più visibili di conflitto, riducendo la complessità dei processi sociali alla sola dimensione della protesta e, più in generale, della violenza di piazza. Ne deriva una rappresentazione centrata sull’impatto immediato e sulla spettacolarizzazione dello scontro, che tende a oscurare le cause strutturali che attraversano la società albanese. In questo modo, fenomeni articolati e di lunga durata vengono appiattiti su categorie semplificanti, spesso filtrate da uno sguardo esterno che fatica a coglierne le contraddizioni interne.

Il risultato è una narrazione che rischia di ridurre tali dinamiche a espressione di una presunta “inciviltà”, inserendole in una più ampia lettura di tipo neocoloniale.

Per questo, sia come giovani di origine albanese in Italia sia come militanti, riteniamo necessario restituire la complessità del panorama: da un lato lo scontro istituzionale, dall’altro i processi sociali che attraversano la società albanese.

Mentre l’Albania punta formalmente all’adesione all’Unione Europea entro il 2030, le tensioni interne rappresentano un banco di prova per la tenuta del sistema. Il voto sull’immunità di Balluku, le prossime mosse della magistratura e la capacità dell’opposizione di trasformare la protesta in proposta politica saranno passaggi decisivi.

Resta però centrale la questione della credibilità istituzionale: senza un recupero di fiducia, la distanza tra cittadini e istituzioni rischia di consolidarsi, rendendo strutturale una crisi che oggi appare ancora aperta.

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