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Spagna: la crisi politica e quella di Podemos

Gli oltre 300 giorni che si strascinano senza un Governo eletto rappresentano un fatto senza precedenti negli ultimi quaranta anni, ma questa situazione di blocco politico non ha messo a rischio, per il momento, il funzionamento istituzionale.
In effetti, vediamo che continua ad esserci un governo in funzione che si ostina a non passare da alcun controllo del Parlamento, con il risultato che la nostra quotidianità di sofferenze è stata appena scalfita dall’ empasse: le liste di attesa sanitarie persistono, i collegi e gli istituti scolastici si vedono forzati ad applicare la LOMCE [1] loro imposta e i corpi di polizia continuano ad eseguire gli sfratti.
La stagnazione risulta inoltre essere relativamente comoda per il Partido Popular, che la vive da una posizione di egemonia politica che gli consente di dettare i tempi. Dal’alto di un Parlamento involuto ha riprova in modo soddisfacente di come i suoi oppositori siano neutralizzati di fronte al dilemma insolvibile di voler scacciare Mariano Rajoy e, allo stesso tempo, dover contare sul PP come forza principale del palazzo.

Lo sguardo impassibile [2]
In questo scenario il Partido Popular si presenta come una roccia granitica, sottomessa alla pressione di elementi – i casi di corruzione – che la erodono e logorano, ma che non possono impedire che la sua presenza continui a sovrastare il paesaggio. Allo stesso modo non ha neppure da temere alcun tipo di pressione al di fuori delle istituzioni: il mutismo degli agenti sociali – specialmente dei due sindacati maggioritari, che non sembrano avere in programma di creare conflittualità, sta risultando tanto clamoroso quanto più si percepisce meglio la rovina della via istituzionale al cambiamento.

Le elezioni del 26 Giugno non solo hanno certificato che il sorpasso comunque restava lontano, ma han dimostrato il declino della leadership mediatica di Pablo Iglesias. Da allora, tanto la coalizione Unidos Podemos come lo stesso Podemos si trovano spaccate da diverse lotte intestine, dove gli appelli alla trasparenza e al legittimo confronto tra idee coprono appena con una patina di cinismo gli intrecci, le macchinazioni, lo scontro per il potere e la lotta tra gli ego esistenti.
Con questa difficile trama. l’unica “alternativa” che si scorge sarebbe un governo progressista presieduto dal PSOE; prospettiva magra che, a parte del sacrificio considerevole che esigerebbe, si complica per le resistenze che si danno tra i baroni regionali socialisti, coloro che dopo aver ottenuto le rispettive presidenze nelle autonomie si prodigano a declamare le virtù di una opposizione costruttiva. C’è anche chi, dalla periferia, proclama la necessità di contare in Ciudadanos, passando senza problemi né complessi di sorta dal fronte Popular al fronte AntiRajoy.
In appena due anni il vago ma illusorio orizzonte di cambiamento politico e sociale che ha promesso Podemos si è ridotto a un cambio di Governo strettamente vigilato dalla Troika e dai mercati. La crisi politica ha consegnato un conto salato alla formazione viola che, presa dall’ affanno di apparire responsabile e trasversale, ha smollato i suoi orizzonti utopici. Ora, il rimpolparsi com’era agli inizi di una militanza sostanzialmente etica proveniente dai movimenti sociali – caratterizzata secondo gli esperti da un alto livello di ideologia ma con un rifiuto delle rigidità gerarchiche – si è rivelata una strategia kamikaze.
La crisi politica è passeggera dal momento che le istituzioni continuano a funzionare; quella di Podemos, in cambio, si perpetua in una crisi esistenziale, e da uno strumento per il cambiamento è divenuto una stampella in più del regime.

 

1) La contestatissima legge organica per “il miglioramento della qualità scolastica”, approvata nel 2013, o legge Wert

2) Traduzione di “impasible el ademán”, noto verso di un inno falangista. (“Cara al Sol”)

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