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Il Segretario di tutte le guerre

La visione che Hegseth porta dentro l’amministrazione Trump è quella di un’America che può tornare «grande» solo riconoscendo la guerra come sua condizione naturale. Non più guerra soltanto contro nemici esterni, ma contro tutto ciò che — dentro e fuori i confini — viene percepito come ostacolo al primato americano: la cultura «woke», i migranti, i Paesi latinoamericani troppo autonomi, la Cina come avversario sistemico.

Questa idea di un’America «prima tra le Americhe» traduce il vecchio privilegio imperiale in una dottrina di sicurezza emisferica, dove difendere la patria significa estendere la sua influenza militare e politica sull’intero continente. Fare l’America «great again» coincide, in pratica, con rimettere ordine nella geoeconomia del Sud e riaffermare un ruolo egemonico ormai in crisi.

A tenere insieme questo progetto è una retorica da crociata, che fonde il linguaggio della fede e quello della forza: la guerra diventa una missione morale e la battaglia culturale contro il «woke» assume i toni di una purificazione necessaria. Nella visione di Hegseth, come in quella degli aderenti al «partito della guerra», la potenza americana non si misura più solo nei mezzi militari, ma nella capacità di ridare forma e senso a un’identità ferita, anche per distogliere l’attenzione dalle cause profonde delle sue crisi sociali interne.

Un articolo di Alberto Toscano, come sempre chiarificatore su quanto accade dall’altra parte dell’Atlantico e sulla natura del governo Trump.

***

Il 5 settembre, il presidente Donald J. Trump ha firmato il duecentesimo Ordine Esecutivo del suo secondo mandato, intitolato «Ripristino del Dipartimento della Guerra». Trump ha aggirato l’approvazione del Congresso – costituzionalmente richiesta per un cambio di nome ufficiale – presentando il provvedimento come una «designazione secondaria». Da sempre ossessionato dal potere dei nomi (ricordate il Gulf of America?), l’Ordine di Trump enunciava lo scopo del rebranding: «pubblicizzare la nostra volontà e disponibilità a fare la guerra per garantire ciò che è nostro».

Durante la cerimonia pubblica di firma, Trump ha descritto la soppressione del Dipartimento della Guerra nel 1947 come un punto di svolta, che avrebbe segnato la fine di un secolo e mezzo di vittorie militari americane:

E poi abbiamo deciso di diventare woke e abbiamo cambiato il nome in Dipartimento della Difesa.

I milioni di vittime delle guerre statunitensi nella seconda metà del Novecento – dalla Corea e dal Vietnam fino all’Iraq e all’Afghanistan – guerre intrise di giustificazioni razziste per omicidi di massa, resterebbero senz’altro sorpresi di sapere di essere stati vittime del «woke» (Trump sembra aver dimenticato la sua stessa identificazione con il tenente colonnello immaginario Bill Kilgore nel suo famigerato post sui social Chipocalypse Now).

La narrazione caricaturale e revanscista di Trump ignorava il fatto che il passaggio – in gran parte eufemistico – da «guerra» a difesa» fu un fenomeno globale del dopoguerra, avvenuto all’indomani della promulgazione della Carta di Norimberga, che mise al bando i «crimini di aggressione» o «crimini contro la pace».

L’idea che la potenza militare americana sia stata indebolita dal wokeness è centrale nell’ideologia MAGA, ed è il motivo per cui i trumpisti non riescono a parlare o a condurre conflitti armati senza legarli alle guerre culturali, evocando continuamente scenari di guerra civile.

Il segretario della Guerra Pete Hegseth ha costruito la propria figura politica proprio su questa ambiguità dei diversi significati della parola «guerra». Accanto a Trump nello Studio Ovale, durante la firma dell’Ordine Esecutivo, si è lasciato andare a una rima imbarazzante ma rivelatrice:

Andremo all’attacco, non solo in difesa. Massima letalità, non tiepida legalità. Effetto violento, non politicamente corretto.

Avendo preso la decisione, del tutto insolita, di convocare centinaia di generali per un incontro di massa a Quantico – evento che ha alimentato speculazioni su possibili ristrutturazioni radicali o addirittura preparativi di colpo di Stato – il 30 settembre Hegseth si è scagliato contro la necessità di porre fine al «Dipartimento woke» ereditato dall’amministrazione Biden, con la sua «spazzatura ideologica tossica».

«Basta con i mesi dell’identità, gli uffici Diversity, Equality and Inclusion (DEI), gli uomini in vestiti da donna», ha proseguito, «basta con il culto del cambiamento climatico, basta con la divisione, la distrazione o le illusioni di genere, basta con le macerie».

Elemento cruciale di questa epurazione della corrosiva «ideologia di sinistra» dalle forze armate è il ripristino della cura personale, della forma fisica e della mascolinità. Tagliare le barbe (perché «non abbiamo un esercito pieno di pagani nordici»), perdere peso («le truppe grasse sono stancanti da guardare») e imporre «solo il più alto standard maschile» sono gli obiettivi della missione.

Quanto alla strategia o alla geopolitica? Hegseth l’ha messa giù semplice: «Ai nostri nemici, Fuck Around and Find Out [1]». Una volta restaurato, l’«ethos del guerriero» si occuperà di tutto.

Questa è l’essenza dell’argomentazione che Hegseth porta avanti da anni, di persona e per iscritto. Nel suo libro del 2020 American Crusade: Our Fight to Stay Free ha sfruttato il fatto che il linguaggio della guerra si estende facilmente dal materiale al figurato, dai nemici esterni a quelli interni, scrivendo: «Armati — metaforicamente, intellettualmente, fisicamente. La nostra lotta non è con le armi. Per il momento».

Il suo seguito del 2024, The War on Warriors: Behind the Betrayal of the Men Who Keep Us Free, sviluppa a lungo l’argomento secondo cui i successi della sinistra nelle guerre culturali hanno paralizzato la capacità degli Stati Uniti di combattere guerre «vere» (con uomini veri). Veterano delle invasioni e occupazioni illegali statunitensi in Iraq e Afghanistan, passato anche per la base di Guantánamo, Hegseth collega costantemente la propria immagine di soldato cristiano-nazionalista, impegnato a combattere gli «islamisti», all’idea — ormai divenuta un vero e proprio mito — secondo cui la sinistra «marxista» avrebbe tradito i patriottici e altruisti guerrieri della nazione.

L’ascesa del MAGA è dipinta come una vendetta per quel tradimento. Come dichiara minacciosamente Hegseth:

Occupati a uccidere islamisti in paesi di merda — e poi traditi dai nostri leader — i nostri guerrieri hanno ogni motivo per lasciare che la dinastia americana si spenga. La sinistra ci ha tolto molto, ma non permetteremo che ci portino via questo. È il momento del secondo turno — non perderemo questa guerra.

A meno che la vittoria in questa guerra culturale non venga ottenuta, la guerra americana e i guerrieri americani sono destinati al fallimento:

Non illudetevi: la sinistra vuole distruggere l’unica istituzione che sta fra loro e il controllo totale — l’esercito degli Stati Uniti. La sinistra ha catturato rapidamente i militari, e dobbiamo riconquistarli a un ritmo ancora più veloce. Dobbiamo condurre un assalto frontale. Un rapido contrattacco, in pieno giorno.

Ora che si trova in una posizione di potere, Hegseth resta fedele al proprio programma polemico. Oltre a mettere il bavaglio ai media, la sua crociata contro la «smilitarizzazione» della classe guerriera si concentra su due nemici: la diversità e la legalità. Il Pentagono si è unito alla campagna contro la DEI e l’ «ideologia di genere», imponendo propri divieti editoriali e epurazioni dei contenuti online, ed eliminando di recente il Defense Advisory Committee on Women in the Services.

La portavoce del Dipartimento della Guerra, Kingsley Wilson, ha dichiarato su X che il Comitato era «concentrato sul promuovere un’agenda femminista divisiva che danneggia la prontezza al combattimento».

Nel suo libro The War on Warriors, facendo risuonare con forza i più riconoscibili fischietti ideologici (dog-whistles), Hegseth aveva attaccato l’amministrazione Biden per aver promosso «reclute “woke” e “diverse”» e messo da parte «giovani americani patriottici, devoti e coraggiosi».

Nella sua visione, l’esercito potrebbe essere una «macchina di deradicalizzazione». Come ha dichiarato: «Vogliamo che quelle reclute “diverse” — imbottite di vaccini e di ideologie ancora più velenose — condividano la branda dell’addestramento di base con americani sani di mente.»

Mentre le università, che Hegseth sembra considerare uniformemente «marxiste», sarebbero soltanto luoghi in cui «i ragazzi svantaggiati imparano a darsi un tono con le élite», egli immagina l’esercito come l’istituzione in cui «i potenziali membri di Antifa imparano cosa significa davvero usare la forza per ragioni giuste e onorevoli».

Nella visione del mondo di Hegseth, giustizia e legalità (quella «tiepida») non sono sinonimi, e la sua avversione per la diversità è pari solo all’ostilità verso gli avvocati che limitano la proiezione violenta della potenza americana.

Prima di entrare nel gabinetto di Trump, Hegseth si era già scagliato contro i judge advocate generals (JAG) — gli avvocati militari incaricati di fornire consulenza indipendente sulla legalità delle operazioni — che lui scherniva chiamandoli «jagoffs» (un insulto gergale che suona come “idioti”).

Per Hegseth, la colpa del fatto che gli Stati Uniti non abbiano vinto nessuna guerra dalla Seconda guerra mondiale ricade sugli avvocati. Una volta assunto l’incarico, ha dato seguito alle sue parole licenziando i principali consulenti legali dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, sostenendo che rappresentassero «ostacoli agli ordini impartiti da un comandante in capo».

Il suo avvocato personale, Tim Parlatore — che lo ha rappresentato in un caso di aggressione sessuale e ha lavorato per Trump nei casi dei documenti riservati di Mar-a-Lago e del 6 gennaio — è stato incaricato di esaminare il corpo dei JAG, mentre Hegseth sta ora cercando di riassegnarne centinaia come giudici temporanei per l’immigrazione.

Nella visione del mondo di Hegseth, giustizia e legalità (quella «tiepida») non sono sinonimi, e la sua avversione per la diversità è pari solo all’ostilità verso gli avvocati che limitano la proiezione violenta della potenza americana.

Prima di entrare nel gabinetto di Trump, Hegseth si era già scagliato contro i judge advocate generals (JAG) — gli avvocati militari incaricati di fornire consulenza indipendente sulla legalità delle operazioni — che lui scherniva chiamandoli «jagoffs»[2].

Per Hegseth, la colpa del fatto che gli Stati Uniti non abbiano vinto nessuna guerra dalla Seconda guerra mondiale in poi ricade sugli avvocati. Una volta assunto l’incarico, ha dato seguito alle sue parole licenziando i principali consulenti legali dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, sostenendo che rappresentassero «ostacoli agli ordini impartiti da un comandante in capo».

Il suo avvocato personale, Tim Parlatore — che lo ha rappresentato in un caso di aggressione sessuale e ha lavorato per Trump nei casi dei documenti riservati di Mar-a-Lago e del 6 gennaio — è stato incaricato di esaminare il corpo dei JAG, mentre Hegseth sta ora cercando di riassegnarne centinaia come giudici temporanei per l’immigrazione.

La messa a tacere degli avvocati militari si inserisce perfettamente nella svolta del Dipartimento della Guerra verso una nozione emisferica di «patria», che collega l’invio di truppe a Los Angeles o nella «Portland devastata dalla guerra» per fornire supporto all’ICE — intervento giudicato di recente una violazione del Posse Comitatus Act, la legge che vieta l’uso delle forze armate in operazioni interne — con le esecuzioni extragiudiziali di presunti narcotrafficanti su imbarcazioni al largo delle coste del Venezuela.

La nozione proteiforme di «narco-terrorismo» viene ora impiegata per estendere a Messico e America Centrale la stessa logica che fu utilizzata per autorizzare e giustificare le guerre con i droni di Obama contro al-Qaeda e i suoi successori. Hegseth ha anche ipotizzato la possibilità di colpire i cartelli direttamente all’interno del territorio messicano.

Nel frattempo, l’idea infondata che il presidente venezuelano Nicolás Maduro sia a capo di un Cártel de los Soles e alleato con la banda del Tren de Aragua, insieme alla tesi — altrettanto priva di basi — secondo cui il Venezuela sarebbe un canale centrale per il traffico di fentanyl e altre droghe verso gli Stati Uniti, viene utilizzata per giustificare un potenziamento navale nel Mar dei Caraibi, con una chiara minaccia di regime change.

I parallelismi con l’invasione di Panama del 1989 ordinata da George Bush — giustificata allora con la cattura dell’ex alleato Manuel Noriega con accuse di narcotraffico — sono evidenti.

Sta circolando al Congresso una bozza di legge che conferirebbe a Trump il potere di ordinare azioni militari nell’ambito di una «guerra al narcotraffico». Il professore di Harvard Law School ed ex funzionario dell’amministrazione George W. Bush, Jack Goldsmith, l’ha definita «un’autorizzazione di guerra senza limiti, contro un numero indefinito di paesi, organizzazioni e persone che il presidente potrebbe ritenere rientrare nel suo campo d’azione».

Hegseth si trova perfettamente a suo agio con questa concezione estensiva e amorfa della guerra. Parlando a Panama City, durante la conferenza sulla sicurezza dell’America Centrale tenutasi in aprile, ha collegato la criminalizzazione della migrazione e la lotta ai cartelli della droga all’idea che «l’era della capitolazione di fronte alla coercizione della Cina comunista è finita», facendo riferimento al «controllo crescente e ostile della Repubblica Popolare Cinese su terreni strategici e infrastrutture critiche».

Questo potenziamento bellicoso della Dottrina Monroe è stato presentato come sostenuto da un ritorno all’«ethos del guerriero» e riassunto in uno slogan: «Per mettere l’America al primo posto, metteremo le Americhe al primo posto».

A quanto pare, questa proiezione del potere militare statunitense sull’intera regione non sarebbe «globalismo» né «interventismo», bensì «un’età dell’oro di interessi nazionali condivisi» — in breve, «Make the Americas great again».

In un’intervista a Fox, dopo l’attacco a un motoscafo nei Caraibi che ha causato undici morti, Hegseth ha sviluppato ulteriormente questa idea, sostenendo che garantire la sicurezza della patria significa garantire la sicurezza dell’intero emisfero: è così — e solo così — che la potenza statunitense dovrebbe essere proiettata, non in «luoghi lontani che avevano un legame nebuloso con la nostra sicurezza nazionale».

Come mi ha detto lo storico Greg Grandin, ciò a cui stiamo assistendo in questa svolta emisferica è un’egemonia regionale che, in un mondo frammentato, cerca di mettere al sicuro il proprio retroterra.

A suo avviso, il «partito della guerra» dell’amministrazione — composto da Hegseth, dal segretario di Stato Marco Rubio, dal capo della Drug Enforcement Agency Terry Cole e dal vicepresidente J.D. Vance — ritiene che «la chiave della regione stia nell’eliminare Maduro; dopo di lui cadrebbero Nicaragua e Cuba, e a quel punto anche i governi di centro-sinistra più indipendenti, che vendono soia e rame alla Cina, diventerebbero più facili da gestire».

Resta da vedere se questo «partito della guerra» prevarrà; ma se dovesse riuscirci, le conseguenze sarebbero senza dubbio catastrofiche.

Nel frattempo, Hegseth è già riuscito a porre un’idea subdolamente indefinita di guerra al centro del regime MAGA. Mentre Trump viene presentato come il «presidente della pace» per aver presumibilmente posto fine a sette conflitti armati, il suo segretario della Guerra promuove una concezione della guerra che è un micidiale cocktail tra guerra al «woke», guerra alla droga, guerra all’immigrazione «illegale» e la guerra condotta da veri guerrieri come lui stesso (come scrisse una volta: «Alimentare una macchina da guerra ben oliata, ecco la mia passione»).

Non dobbiamo dimenticare che, per quest’uomo — che ha descritto che il suo «scopo planetario» è quello di «distruggere i radicali islamisti» — e diversamente dal notoriamente irreligioso Trump, l’immagine della guerra non è mai del tutto secolare: è una crociata.

Nel suo elogio funebre per Charlie Kirk («un guerriero per la patria, un guerriero per Cristo»), Hegseth ha dichiarato: «Questa non è una guerra politica, non è nemmeno una guerra culturale, è una guerra spirituale.»

Ma per un nazionalista cristiano — o meglio, un imperialista cristiano — come Hegseth, che di recente ha annunciato che i soldati responsabili del massacro di Wounded Knee contro i Lakota nel 1890 conserveranno le loro medaglie, non è mai esistita una vera distinzione tra i diversi significati della parola “guerra”: la “macchina da guerra ben oliata” è sempre intrisa di “spirito”, di discorsi su Dio, la civiltà, la nazione, la virilità, la patria — anche quando, in realtà, ciò che la muove è lo sforzo disperato e sempre più violento di usare il potere militare per sostenere la potenza economica declinante degli Stati Uniti e distogliere l’attenzione dalle cause profonde delle sue crisi sociali interne.

Note

[1] Fate i furbi e scoprirete cosa succede.

[2] Un insulto gergale che suona come «idioti».

***

Alberto Toscano insegna alla Simon Fraser University. È autore di vari articoli e libri sull’operaismo, sulla filosofia francese e sulla critica al capitalismo razziale, di cui è uno dei punti di riferimento nel dibattito internazionale. Per DeriveApprodi ha pubblicato: Tardo fascismo. Le radici razziste delle destre al potere (2024).

Da Machina

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