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“Shield of Americas”: l’Impero annuncia la guerra in America Latina

Pubblichiamo, in due puntate, questo speciale a cura della redazione sul progetto imperialista Usa, targato Trump, diretto verso l’America Latina. Nella prima parte, si approfondirà il progetto “Shield of America” e il nuovo corso interventista portato avanti dagli Stati Uniti. Nella seconda parte ci si concentrerà sulla portata politica della nuova fare apertasi con il rapimento di Maduro e l’assedio di Cuba, analizzando le implicazioni e i compiti che potenzialmente ci si pongono di fronte. Buona lettura!

Prima parte


Il 7 marzo 2026, in Florida, il presidente americano Donald Trump ha organizzato un summit con numerosi capi di Stato latinoamericani. Presenti l’argentino Javier Milei, il boliviano Rodrigo Paz Pereira, Rodrigo Chaves per il Costa Rica, Daniel Noboa per l’Ecuador, Nayib Bukele per El Salvador, Irfaan Ali per la Guyana, l’hondureño Nasry Asfura, il panameño José Raúl Mulino, Santiago Peña per il Paraguay, Luis Abinader per la Repubblica Dominicana e Kamla Persad-Bissessar per Trinidad e Tobago. Ha inoltre partecipato, seppure senza status formale perché non ancora insediato, anche il presidente eletto del Cile José Antonio Kast, accompagnato dal suo futuro ministro della Difesa. Per l’amministrazione americana, presenti il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa (o per meglio dire alla Guerra) Pete Hegseth, il segretario al Tesoro Scott Bessent, il segretario al Commercio Howard Lutnick, il rappresentante per il commercio Jamieson Greer e la segretaria alla Homeland Security Kristi Noem – la cosiddetta “regina delle deportazioni” che, significativamente, ha assunto il ruolo di delegata ufficiale statunitense per seguire l’iniziativa.

Basterebbe l’orientamento politico ed il ruolo istituzionale dei presenti a rendere esplicito lo scopo di una simile riunione: l’adunata completa dei leader latinoamericani di destra o di estrema destra – significativamente assenti, infatti, Messico, Venezuela, Colombia, Brasile – seduta allo stesso tavolo con i responsabili economici e militari dell’amministrazione Trump. Più chiaro di così non si può, direbbe qualcuno. Ed invece sì. L’iniziativa si è conclusa infatti con il lancio della coalizione militare “Shield of the Americas”, “Scudo delle Americhe”: una nuova architettura di cooperazione militare e di sicurezza regionale che Washington presenta come una coalizione multinazionale contro cartelli della droga e influenza geopolitica di potenze extra-emisferiche, in particolare Cina e Russia.

L’iniziativa, definita anche “Americas Counter-Cartel Coalition”, prevede il coordinamento tra apparati militari e di sicurezza, la condivisione di intelligence e l’organizzazione di operazioni militari congiunte. Nella dottrina strategica che accompagna il progetto la sicurezza del continente viene ridefinita attorno a tre priorità principali: la distruzione delle reti dei cartelli transnazionali, il contenimento dell’influenza economica e infrastrutturale cinese nella regione e il controllo dei flussi migratori verso gli Stati Uniti. Il punto principale, secondo le dichiarazioni finali della conferenza, è «un più stretto allineamento tra i governi partecipanti e gli Stati Uniti».

“Shield of the Americas” è un’operazione passata largamente sotto silenzio nella stampa mainstream – e, in larga misura, anche nei circuiti dei movimenti rivoluzionari e anti-imperialisti – perché ha coinciso con i primi giorni della violentissima aggressione americana e israeliana contro l’Iran. Eppure, essa è l’esplicitazione dell’intenzione statunitense di tornare a esercitare un controllo egemonico sull’amministrazione politica ed economica delle risorse, dei flussi logistici e dei mercati che strutturano l’intero continente latinoamericano, e rappresenta con ogni probabilità la forma concreta che questo progetto assumerà nei prossimi mesi. In alcune analisi1 abbiamo già descritto come a dominare gli sviluppi contemporanei della politica e dell’economia mondiali sia la crisi dell’egemonia globale statunitense. La principale risposta in termini di “politica estera” degli Stati Uniti a questa crisi – che abbiamo riassunto qui 2 consiste nella ricostruzione e nel dispiegamento di una potenza di fuoco adatta a garantire il controllo, quantomeno parziale, delle basi materiali della produzione e degli snodi logistici delle catene del valore.

I round di apertura della strategia statunitense in America Latina risalgano a gennaio, con l’operazione militare contro il Venezuela che ha permesso a Washington di segnare due punti a proprio favore. Il primo: il controllo diretto sul petrolio venezuelano. Uno degli elementi centrali del tentativo americano di uscire dalla crisi consiste infatti nell’accaparramento diretto delle risorse alla base delle catene di produzione, e le più significative del continente latinoamericano sono rappresentate dalle riserve di petrolio greggio nel sottosuolo del Venezuela. Il recupero del controllo su queste risorse ha permesso agli Stati Uniti di superare gli storici problemi di approvvigionamento successivi alla guerra in Ucraina e di corazzarsi contro la crisi globale del petrolio che Trump sapeva di scatenare bombardando Teheran. Nota bene: proprio mentre scriviamo queste righe, la buona vecchia “politica delle cannoniere” sperimentata nel raid contro Maduro del 3 gennaio sta permettendo alle compagnie Chevron e Shell di chiudere un accordo definito “storico” con il governo venezuelano. Riduzione delle sanzioni sull’esportazione di petrolio, nonché l’apertura dei lavori estrattivi in due nuovi giacimenti. I profitti promettono già di per sé di essere enormi, ma aumenteranno a dismisura a causa del blocco dello stretto di Hormuz e del crollo della produzione di petrolio proveniente dal Golfo, i cui depositi sono sotto pressione iraniana.

Il secondo punto segnato a vantaggio di Washington con l’operazione del 3 gennaio risiede nella dimostrazione della propria potenza militare nei confronti di un governo erede di un processo rivoluzionario popolare esplicitamente anti-americano, radicato in una tradizione politica marxista e profondamente anti-imperialista. Potenza che ha reso possibile un parziale recupero politico di questo governo non mediante una sostituzione lineare del gruppo dirigente, ma attraverso una ristrutturazione forzata dei rapporti di forza interni, prodotta dall’impatto combinato dell’intervento militare e della pressione strategica (diciamo “parziale recupero politico” perché crediamo che ridurre quanto accaduto in Venezuela a una semplice operazione di “cambio di regime”, nella quale Maduro viene sostituito in maniera pressoché indolore da una vicepresidentessa in tutto e per tutto fantoccio di Washington, rappresenti un’analisi alquanto superficiale delle dinamiche politiche interne al paese e di ciò che resta del processo rivoluzionario bolivariano).

Ma l’importanza del raid del 3 gennaio riguarda anche il messaggio rivolto simultaneamente al resto dell’America Latina e al “fronte interno” statunitense. Da un lato, l’operazione contro Maduro rappresenta un precedente che dimostra fino a che punto gli Stati Uniti siano disposti a spingersi per ristabilire il proprio dominio e al tempo stesso, ridefinisce i margini di manovra degli altri attori regionali; dall’altro, rappresenta la dimostrazione del possibile successo di una linea di condotta aggressiva che era stata prudentemente evitata dalle scorse amministrazioni americane, restie a scommettere su interventi muscolari diretti per paura di venire trascinati nei pantani di una guerra lunga e costosa.

Se l’attacco contro il Venezuela puntava quindi alle risorse petrolifere e a sdoganare l’opzione militare come possibile forma di intervento americano nella regione, i round successivi della strategia statunitense introdotti da “Shield of the Americas”, con ogni probabilità, riguarderanno alcuni altri elementi centrali nel tentativo di recupero del potere egemonico statunitense in America Latina. Il primo riguarda il rafforzamento del controllo politico e militare sugli snodi centrali della logistica del valore che strutturano il quadrante latinoamericano dell’economia globale. Il secondo è la necessità di portare a casa una vittoria “definitiva” contro ciò che in America Latina conserva ancora un peso storico che in gran parte del resto del mondo è stato neutralizzato o marginalizzato: le opzioni politiche di carattere popolare, rivoluzionario e marxista, radicate in tradizioni di lotta che attraversano l’intero continente.

LA WAR ON DRUGS COME GESTIONE MILITARIZZATA DELLE CATENE DEL VALORE EXTRA-LEGALI

L’espansione e la diversificazione dei flussi di merci costituiscono una delle architetture fondamentali dell’economia capitalistica globale e della riproduzione del valore. In questo contesto, il controllo degli snodi attraverso cui questi flussi transitano diventa essenziale per garantire la continuità dell’accumulazione: il controllo politico e militare sui punti di strozzatura della circolazione globale permette, infatti, la possibilità stessa di organizzare produzione ed estrazione su scala macro-regionale e planetaria. Fino ad oggi, in America Latina, questo controllo si è dato nella forma di una architettura gerarchica di dispositivi politici, commerciali e logistici che hanno garantito a Washington il mantenimento, seppur a tratti risicato, di un’influenza duratura nel continente. Al livello più alto di questa architettura si collocano gli strumenti politico-istituzionali del sistema interamericano: l’Organizzazione degli Stati Americani e la rete di accordi di libero scambio con paesi come Cile, Colombia e Perù, che hanno integrato porzioni decisive dell’economia latinoamericana nelle catene commerciali e finanziarie dominate dal capitale nordamericano. Questo modello è stato parzialmente messo in crisi dai primi governi progressisti latinoamericani, che hanno promosso diversi tentativi di integrazione regionale – Mercosur, UNASUR, CELAC – provando ad aprirsi uno spazio relativamente autonomo nei campi del commercio e delle infrastrutture. Ma questi progetti, sostenuti dal boom delle materie prime che precedette la crisi del 2007-2008, sono stati progressivamente trascinati a fondo dalle contraddizioni delle economie estrattive e duramente ridimensionati con il rallentamento economico del decennio successivo.

Negli ultimi anni, la crescente presenza del capitale cinese nella regione si è intensificata soprattutto nel campo dei grandi progetti infrastrutturali. È su questo terreno che l’America Latina è tornata a configurarsi come uno dei principali spazi di confronto tra Cina e Stati Uniti. Tuttavia, leggere l’attuale fase politica latinoamericana unicamente alla luce del “grande gioco multipolare” tra Cina e Stati Uniti non permette di comprendere a fondo i meccanismi che si stanno dispiegando in un continente dove l’influenza cinese, tutto sommato, è ancora relativamente debole – e rischia di riprodurre il solito, scontato mantra geopolitico che ci impedisce di cogliere a fondo i processi ed i piani reali dell’imperialismo americano. La partita con gli interessi economici cinesi, infatti, nei prossimi anni si giocherà con ogni probabilità all’interno delle istituzioni nazionali latinoamericane e negli apparati statali chiamati a decidere su infrastrutture, concessioni e investimenti strategici. Gli Stati Uniti stanno intervenendo sul piano politico, economico e diplomatico per orientare questi processi e garantire l’affermazione di candidati e governi strettamente allineati a Washington, in grado di contenere l’avanzata del capitale cinese e di mantenere l’inserimento della regione dentro l’orbita statunitense. In questo senso vanno il rafforzamento delle relazioni con determinate élite politiche e la costruzione di blocchi politici “affidabili”, e guarda caso i governi invitati al vertice in Florida coincidono con quelli più disponibili a questo riallineamento: segno che la competizione tra Stati Uniti e Cina passa – ad ora – principalmente attraverso la selezione di classi dirigenti locali funzionali a uno specifico ordine geopolitico ed economico.

“Shield of the Americas”, al contrario, è una coalizione di carattere militare, ed il suo primo obiettivo dichiarato riguarda i cosiddetti cartelli della droga. Con una lettura piuttosto superficiale della realtà, siamo abituati a considerare i cartelli come bande di gangster armati che accumulano miliardi producendo cocaina nelle profondità della selva, invece di vederli per quello che sono: articolazioni armate del capitale (ma d’altronde, quale articolazione del capitale non è armata) di carattere extra-statale. Il potere politico, economico e militare dei cartelli è cresciuto a dismisura proprio perché detengono la capacità di governare segmenti cruciali dell’accumulazione – in primo luogo la produzione e il traffico di stupefacenti, ma non solo – collocati nella sfera dell’extra-legalità e quindi formalmente fuori dalla portata regolatrice delle istituzioni economiche e giuridiche statali. Negli ultimi decenni, i cartelli si sono trovati nella redditizia situazione di poter rappresentare soggetti protagonisti all’interno della ristrutturazione dei flussi produttivi seguita alla globalizzazione, intervenendo nella sfera della circolazione come dispositivi di cattura del valore e trasformando il controllo territoriale in una forma di appropriazione di rendita. Il loro ruolo si colloca sempre di più nei punti di strozzatura delle infrastrutture logistiche latinoamericane, ma principalmente lungo i punti nevralgici (frontiere, porti e corridoi terrestri e marittimi) dell’asse America Latina-Stati Uniti – Messico, Honduras, Colombia, Ecuador ed El Salvador – dove esercitano un potere materiale decisivo attraverso l’organizzazione del passaggio e la selezione delle merci e delle persone che attraversano le frontiere.

Il problema che rappresentano per gli Stati Uniti non ha certamente a che fare con questioni “etiche” legate all’ultraviolenza dell’agire politico e militare dei cartelli nei confronti delle classi popolari, delle donne, dei popoli indigeni. Anzi: in quanto strumenti di governo materiale di alcune filiere economiche, i cartelli impongono disciplina produttiva, garantiscono la continuità dei flussi e il controllo territoriale necessario al loro funzionamento consentendo al capitale “legale” di esternalizzare la violenza indispensabile a questi processi e scaricarne così i costi politici fuori dal perimetro diretto degli Stati. Per anni, inoltre, cartelli hanno lavorato insieme ai dispositivi statali contro i movimenti rivoluzionari latinoamericani, arrivando ad essere usati come vere e proprie truppe di assalto anti-insorgenti. Basta ricordare i cartelli colombiani trasformatisi in paramilitari e responsabili di un vero e proprio genocidio politico nei confronti dell’opposizione rivoluzionaria e progressista del paese.

La “guerra contro i cartelli” approfondita dagli Stati Uniti con “Shield of the Americas” ha altrettanto poco a che vedere con gli effetti devastanti degli oppiacei sul proletariato statunitense, se si considera che la domanda è stata indotta ad arte tra le fasce proletarie americane dalle grandi compagnie farmaceutiche statunitensi, prima tra tutte la Purdue Pharma. L’introduzione di massa sul mercato libero dell’ossicodone, nel 1996, è ormai riconosciuta come la causa principale dell’attuale epidemia di oppiacei – insieme alla natura stessa della sanità americana, strutturata intorno alle assicurazioni mediche private, che spesso si negano a pagare operazioni e controlli sanitari importanti e si limitano a coprire i costi degli anti-dolorifici. Se gli Stati Uniti volessero completamente interrompere il flusso di fentanyl e oppioidi gestito dai cartelli centro- e latinoamericani, si troverebbero quindi probabilmente a fare i conti con una enorme richiesta di programmi pubblici di disintossicazione e di revisione delle politiche delle assicurazioni sanitarie.

Il punto di rottura all’interno dell’equazione è quindi altro. Esso si produce se e quando i cartelli eccedono la funzione assegnata, abusando del grado di parziale autonomia che hanno raggiunto nel controllo dei flussi. Quando cioé alcuni cartelli non si limitano più ad operare dentro le catene del valore, ma provano a governarle in proprio, a esercitare una sovranità diretta sulla circolazione, a trattenere o produrre quote crescenti di rendita fuori dal controllo del comando imperiale. Qualsiasi operazione contro “il narcotraffico” in America Latina va quindi intesa nel senso di un recupero militarizzato da parte degli Stati Uniti e dei governi latinoamericani apertamente allineati con gli USA del controllo e del comando sui corridoi logistici e di “richiamo all’ordine” delle strutture criminali incaricate del loro governo materiale delle economie extra-legali.

Un esempio: il 24 febbraio, in una gigantesca operazione militare con caratteristiche di guerra dispiegata, come l’utilizzo di elicotteri e droni da combattimento, viene ucciso dalle forze armate messicane “El Mencho”, il leader di uno dei cartelli più potenti e sanguinari del Messico, il Cartel Jalisco Nueva Generación – scatenando la reazione violentissima della struttura paramilitare del CJNG, che ha risposto con giorni di attentati e blocchi stradali. Non è un caso che le informazioni necessarie alla localizzazione ed eliminazione del Mencho siano venuta proprio dagli Stati Uniti – e non dalle agenzie di intelligence federali storicamente deputate alla lotta al narcotraffico, come la DEA, bensì da un’unità specializzata delle forze armate statunitensi creata apposta per l’occasione.

Il CJNG si era espanso fino a diventare la struttura criminale più grande del Messico approfittando dell’offensiva poliziesca e militare contro il suo rivale, il potente Cartel de Sinaloa guidato da El Chapo. Il CJNG rappresenta un’anomalia rispetto alla tradizione dei cartelli, in quanto organizzato come una sorta di “federazione sotto marchio”, con articolazioni territoriali fortemente autonome che pagano una quota sui profitti e acquistano droga e servizi logistici dal centro. Queste strutture autonome hanno ampia influenza al confine tra USA-Messico, dove controllano il passaggio di migranti, cocaina e fentanyl: significativamente, si sono specializzate nell’aggirare i blocchi della guardia di frontiera e dell’esercito statunitense.

La morte del Mencho, ovviamente, non significa la fine del CJNG. Ma un nuovo equilibrio interno o uno scontro tra le varie articolazioni del gruppo permetteranno ad altre reti criminali di prendere temporaneamente parte del controllo sul confine. E gli altri cartelli messicani, come racconta soddisfatto il media latinoamericano di destra Infobae3 si trovano adesso in uno stato di “paranoia e nervosismo”, ben più coscienti dei rischi che si possono correre a forzare troppo la mano nel traffico con gli USA. In questo senso, l’operazione contro il Mencho ha permesso agli Stati Uniti di riguadagnare parte del controllo sulla logistica della droga e di riaprire una trattativa implicita o esplicita sulla gestione della frontiera e del flusso di fentanyl.

  1. https://infoaut.org/approfondimenti/un-pugno-di-odio-grondante-intervista-a-phil-a-neel, https://infoaut.org/culture/la-lunga-frattura-dalla-crisi-globale-al-blocchiamo-tutto ↩︎
  2. https://infoaut.org/approfondimenti/i-tatuaggi-di-pete-hegseth-lamerica-latina-e-la-guerra-che-viene, https://infoaut.org/editoriali/guerra-alliran-da-un-certo-punto-in-la-non-ce-piu-ritorno ↩︎
  3. https://www.infobae.com/mexico/2026/03/18/tras-muerte-de-el-mencho-carteles-mexicanos-intensifican-amenazas-y-hackeos-contra-militares-de-eeuu/ ↩︎

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