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Le banche e la crisi: un’avvitamento inarrestabile

 

Premessa

Sono trascorsi ormai 5 anni da quando nel libero occidente, per la prima volta, ricomparvero le file di cittadini in coda allo sportello delle banche. per ritirare i risparmi da una banca a rischio fallimento. Era la britannica Northern Rock, la prima a essere salvata dall’intervento pubblico, perché aveva fatto l’errore fatale che ogni banchiere sa di dover evitare: raccogliere i soldi dei risparmiatori in depositi a vista e impiegarli nel medio-lungo termine per mutui immobiliari. Una attività redditizia ma rischiosa: alla base di tutti i fallimenti bancari della storia.

 

La separazione tra raccolta a vista e impieghi a lunga era stata la base della legge Steagall-Glass del 1933 che aveva rifondato il sistema bancario americano dopo la grande crisi ed anche della legge bancaria italiana del 1936, che aveva seguito la creazione dell’Imi e dell’Iri nella ricostruzione pubblica della disastrata economia privata. Leggi che hanno retto per 50-60 anni, prima di essere attaccate e quasi completamente smantellate dalla esplosione della finanza globale degli ultimi 30 anni. Come in un modello da manuale, non appena la separazione è caduta, i fallimenti bancari sono tornati, in misura massiccia e incontrollata.

 

Sono passati quasi 5 anni, dicevamo, e la situazione non solo non è stata risolta, ma si è terribilmente aggravata: gli interventi tampone che sono stati adottati hanno avuto il solo merito di rinviare la resa dei conti, mentre è mancato qualunque provvedimento strutturale davvero efficace nell’invertire la rotta. La politica resta succube della finanza e si procede verso disastri sempre più gravi.

Ricapitoliamo brevemente le tappe, perché conservare la memoria è il primo passo per evitare l’oblio e mantenere una minima padronanza dell’esatta sequenza degli eventi, stabilire i rapporti di causa-effetto, individuare le responsabilità e difendere le proprie ragioni. In una frase: fare pagare la crisi a chi l’ha provocata.

 

Si vuole far credere che quanto sta accadendo sia la logica conseguenza dell’attaccamento europeo al welfare state, l’abitudine di vivere “al di sopra delle proprie possibilità”, la sommatoria di un ceto politico dedito agli sperperi clientelari unito ad un sindacato che difende i pelandroni, la scarsa produttività del lavoro dovuta alla rigidità sindacale e l’inefficienza della pubblica amministrazione nel fornire alle imprese l’ambiente ideale dove investire, la carenza di infrastrutture e di sistemi formativi attrezzati, dovuta all’eccesso di spesa pubblica per pensioni e sanità.

Basta tagliare tutto ciò che fa parte della spesa sociale e, oplà, automaticamente si produce un cambio di passo che fa tornare i capitali, esplodere gli investimenti, moltiplicare l’occupazione e ripartire la crescita. Rigore e sacrifici oggi, per riagguantare stabilità finanziaria e sviluppo economico, trainato dall’energia del liberismo, finalmente liberato dalle pastoie statali.

 

Un quadro sideralmente distante dalla realtà effettiva e dalla sua analisi corretta, una lettura ideologica che ignora volutamente il carattere devastante assunto dai mercati (finanziari e speculativi) sul funzionamento della società nel suo complesso, che fornisce una interpretazione fuorviante del modello economico e ricette sbagliate per la sua correzione. Un modello analitico di parte e di classe, che tende a nascondere la propria impotenza ed il proprio fallimento, per scaricarlo sui ceti sociali più poveri ed indifesi, che però rappresentano, se non il 99% della società, qualcosa che ci si avvicina parecchio. Organizzare questo 99% diventa lo sforzo principale cui ci dobbiamo dedicare, l’unico obiettivo che consente di perseguire tutti gli altri obiettivi.

 

 

Un quadro d’insieme

 

A grandi linee possiamo sintetizzare in questo modo quanto è accaduto negli ultimi 40 anni.

A partire dai primi anni ’70 sono comparsi seri segnali di crisi del ciclo sistemico di accumulazione “americano”, quello dei gloriosi 30 anni del secondo dopoguerra.

La crisi è stata affrontata con un attacco profondo ai diritti e alle conquiste del movimento operaio, portato attraverso lo smantellamento del sistema di produzione fordista e la delocalizzazione. Lo spostamento delle produzioni manifatturiere verso la “periferia” del mondo è coinciso con l’adozione di un modello di accumulazione “flessibile” per le attività produttive “immateriali” rimaste “al centro”.

Nell’uno come nell’altro caso, si è verificato un processo di progressiva riduzione del salario diretto, del salario sociale e del salario differito: è calato il reddito disponibile mentre sono saliti i profitti, soprattutto finanziari. Sono cresciute le disuguaglianze economiche e la polarizzazione sociale. Ma soprattutto si è rischiato di fare venir meno la principale molla della crescita economica dei “gloriosi 30”: la leva dei consumi di massa. Per ovviare a questo problema, si è creata una forte espansione artificiale della finanza, incaricata di finanziare i consumi attraverso una massiccia assunzione di debito: carte di credito, crediti personali, finanziamenti al consumo, mutui immobiliari.

Il debito ha progressivamente assunto una dimensione inquietante: utile al settore privato per finanziare il consumo (fino ad usare il mutuo sulla casa come un bancomat per ottenere sempre più cash), utile alle imprese per finanziare fusioni e acquisizioni, utile alle amministrazioni pubbliche e allo stato per sostituire entrate fiscali in calo (per i tagli delle aliquote a favore di ricchi e grandi corporation).

 

In 30 anni il debito aggregato Usa è salito dal 100% al 350% rispetto al PIL. Negli altri paesi europei è accaduto qualcosa di analogo, seppure in misura più lenta, vischiosa e disomogenea. Lo “sviluppo” è stato drogato dal debito.

La dilatazione abnorme della finanza si è accompagnata ad un allentamento legislativo che ha ridotto le regole di controllo su banche, finanziarie, hedge funds e così via. Ne è nato un sistema bancario ombra, fondato sui derivati e su una leva finanziaria spropositata: si rischiano i soldi degli altri con pochissimo capitale proprio, ma si rischia di perdere in modo esponenziale e di bruciare in poco tempo tutto il patrimonio di cui si dispone.

 

La finanza casinò ha inventato prodotti, meccanismi e sistemi di occultamento completamente nuovi, opachi, sfuggenti ad ogni controllo, ad ogni regola, ad ogni autorità.

L’abolizione di ogni vincolo al trasferimento transfrontaliero dei capitali, le possibilità connesse all’uso delle nuove piattaforme tecnologiche e l’enorme iniezione di liquidità da parte delle banche centrali (in particolare la FED), per contrastare le crisi speculative ribassiste, hanno fatto il resto.

La forte pressione delle lobby finanziarie arriva fino a mettere il proprio personale negli uffici che emanano le leggi, le grandi banche d’affari esprimono ministri, presidenti, regolatori. I padroni della finanza si fanno da soli le leggi che servono al mondo del business, controllati e controllori sono la stessa persona.

 

Dopo la crisi delle torri gemelle, tassi bassi e liquidità abbondante hanno fatto partire l’ennesima bolla, questa volta sul settore immobiliare, con prezzi sempre crescenti e mutui rinegoziati di continuo. Poi l’emergere dei subprime ha scatenato l’inversione di tendenza e la bolla è scoppiata.

Con il fallimento di Lehman si è toccato un punto di non ritorno: per salvare il sistema sono stati concordati interventi senza precedenti a carico della finanza pubblica, in ogni paese importante.

C’è stata un’enorme espansione del debito pubblico per salvare le banche, con massicci interventi di ricapitalizzazione, di prestiti o di nazionalizzazione vera e propria: Usa, Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Francia, Germania, Svizzera, prima, poi anche Italia, Spagna, Grecia, Irlanda, Portogallo, sono stati costretti a intervenire per fermare fallimenti a catena e corse agli sportelli.

 

Nella prima fase le banche sono state messe in sicurezza, a spese dello stato. Poi il problema si è trasferito sullo stato e sul bilancio pubblico. Il rapporto debito-pil è salito a livelli insostenibili, soprattutto in ambito europeo, dove i criteri rigidissimi di Maastricht prevedono parametri ben più bassi ed alcuni paesi sono passati rapidamente dalla tripla A alla singola B: le agenzie di rating hanno confermato il loro ruolo nefasto e la loro fama di iene.

La quantità di risorse che è stata immessa nel sistema bancario a livello mondiale è sconosciuta: alcuni arrivano a parlare di 30.000 miliardi di dollari, ma in realtà nessuno dispone di cifre precise. I governi hanno continuato ad aiutare le banche, ma senza comunicare più i dati effettivi, per l’eccesso di indignazione sociale e politica che questo provocava. Ma l’effetto finale sui bilanci degli stati è stato devastante. Gli spazi aperti alla speculazione sono così diventati sempre più ampi, in particolare contro i paesi periferici dell’area euro.

 

La mancanza di principi di solidarietà politica tra i paesi europei, lo squilibrio strutturale tra le economie continentali, la possibilità della speculazione di adottare strategie da Orazi e Curiazi, attaccando un singolo paese alla volta nella totale indifferenza delle autorità e degli altri governi, inserendosi nelle divisioni politiche tra centro e periferia, hanno portato più volte l’Unione Europea sull’orlo del baratro. Il fallimento dell’euro resta una possibilità concreta e sempre più probabile, evento catastrofico che inizia ad essere visto quasi con sollievo, per motivi opposti, da larga parte dell’opinione pubblica: per i cittadini dei paesi “virtuosi” come la fine dell’incubo di doversi fare carico dei debiti dei paesi fragili; per i cittadini dei Piigs come la definitiva sottrazione alla dittatura della Merkel e della Bce.

 

Sarebbe l’esito infausto di un processo di integrazione europea che avrebbe potuto svolgersi in modo ben diverso, se condotto attraverso procedure democratiche di effettiva integrazione politica. Invece si è lasciato fare tutto alla finanza e ai mercati, ponendo le premesse per un disastro senza precedenti.

I movimenti sociali e politici hanno individuato da tempo le profonde correzioni che vanno apportate al funzionamento di un sistema che manifesta segni evidenti di fallimento: politiche fiscali a favore del lavoro, per fare ripartire consumi, produzione e occupazione; vincoli alla finanza e all’attività bancaria; tassazione delle transazioni finanziarie speculative; conversione dei modelli produttivi verso attività compatibili sul piano ambientale e sociale; audit del debito e ripudio di quanto dovuto a scelte politiche non condivisibili.

 

La politica rifiuta di prendere in considerazione ogni minima correzione: punta a rassicurare i mercati più che a riformarne le modalità operative.

Cinque anni di crisi dimostrano che nulla è cambiato, se non in peggio: Obama non ha avuto ragione dei banchieri (che lo hanno finanziato e continuano a farlo), così come nessun governo europeo ha posto limiti più stringenti all’attività delle banche, neanche quando sono stati costretti ad immettere enormi risorse finanziarie per tenerle a galla. Secondo un recente rapporto della Bri (la Banca per i Regolamenti Internazionali) l’ammontare dei derivati era a fine 2011 pari a 700.000 miliardi di dollari, circa 14 volte il Pil mondiale, molto di più di quanto non fosse prima del fallimento Lehman. Continuiamo ad essere seduti su una bomba ad orologeria e mentre i governi ci massacrano con le varie versioni nazionali di spending review , i derivati continuano a rappresentare “armi di distruzione di massa” fuori da qualunque controllo.

I casi recenti di J.P. Morgan (9 miliardi di dollari su perdite per derivati) e di Barclays (che ha truccato il tasso Libor, peraltro in compagnia delle altre 5/6 banche europee più influenti) dimostrano che tutto prosegue come prima nell’impunità generale. Il responsabile derivati di J.P.Morgan ha incassato 20 milioni di dollari di premio, mentre i banchieri hanno in generale alzato i loro bonus anche negli anni di “crisi”. Nouriel Roubini sostiene che l’avidità dei banchieri va punita con seri provvedimenti penali, altrimenti li troveremo impiccati per le strade, magari nel 2013, anno che si presta, a suo dire, ad una catastrofica “tempesta perfetta”….

 

 

Ma come vanno le banche italiane?

 

Lo stato di salute delle banche italiane è molto preoccupante. Sin dall’inizio della crisi è stata sostenuta la tesi che le banche tricolori erano sane e non avevano nulla da temere. La maggior parte rifiutò sdegnosamente di ricorrere ai Tremonti Bonds e solo quattro ne fecero uso (Monte Paschi, Banco Popolare, Bpm, Credito Valtellinese). Le altre temevano ingerenze della “politica” nella gestione (soprattutto in merito alla remunerazione dei manager!) o rifiutavano di pagare gli alti interessi previsti su questi strumenti, che erano obbligazioni convertibili in capitale e quindi avrebbero permesso, a termine, l’ingresso (o il rientro) dello stato nelle banche. Del resto, questo è quanto è accaduto nei giorni scorsi nel Monte dei Paschi di Siena, per cui si è assistito ad una “nazionalizzazione” di fatto, non dichiarata, con uso di ingenti risorse pubbliche per rimediare ad errori molto “privati”. Ma andiamo con ordine.

La “salute” delle banche italiane era dovuta a tre fattori:

  • una legislazione più restrittiva ed una vigilanza più seria;

  • un assetto azionario in mano alle fondazioni e quindi prevalentemente “pubblico”;

  • un ritardo strutturale nell’adozione di stili di gestione innovativi e aggressivi.

La conformazione del sistema bancario italiano attuale deriva da diversi fattori: provenienza pubblica, scarsità di capitali privati interni disponibili a investire durante le “privatizzazioni”, barriere all’entrata contro ingresso di capitali stranieri. Quando le barriere sono cadute, verso il 2005-2006, le banche italiane si sono fuse velocemente tra loro per alzare la soglia di capitalizzazione e impedire scalate ostili. Così si sono formati i tre gruppi maggiori, cui seguono tre gruppi medi, e poi le altre (compresi due soggetti esteri di matrice francese, la Bnl in mano a Bnp-Paribas e il gruppo Credit Agricole, e la tedesca Deutsche Bank).

 

Il primo fattore di debolezza sta proprio qui: le fusioni erano anti-scalata, ma non avevano logiche industriali, se non la copertura più omogenea del territorio. Le sovrapposizioni erano rilevanti e quindi i guadagni di efficienza potevano essere perseguiti solo tagliando i doppioni: da qui una serie innumerevole di accordi sugli esodi e sui prepensionamenti.

Il secondo fattore di debolezza è dato dalle modalità e dalla tempistica cui si è pervenuto alla formazione dei gruppi: scelte gestionali incomprensibili (Intesa che distrugge Comit e poi riesce anche a conquistare Sanpaolo), assorbimento di entità aziendali già minate da debolezze strutturali (Unicredit che assorbe Capitalia), prezzi carissimi pagati per fare massa (Monte Paschi con Antonveneta); decisioni dettate da Banca d’Italia per salvare banche fallite (es. banchi meridionali).

Il terzo fattore è dato dagli assetti azionari: le fondazioni sono stremate dai troppi aumenti di capitale necessari per ricostituire il patrimonio di vigilanza e dopo i disastrosi crolli dei prezzi in borsa non sono più in grado di garantire il controllo societario delle banche in portafoglio. Il sistema bancario italiano è di nuovo a rischio scalate. In parte il processo è già avviato.

 

Se questo attiene alla struttura costitutiva del sistema bancario italiano, bisogna anche considerare il contesto esterno in cui il sistema opera.

Tranne Unicredit e, in piccola parte, Intesa Sanpaolo, le banche italiane hanno una dimensione domestica. La stessa Unicredit, che aveva provato con più convinzione l’espansione verso l’Europa del Nord e dell’Est, sta di nuovo assegnando centralità al mercato italiano (l’unico su cui perde soldi), dopo varie e non sempre fortunate campagne estere.

Questo significa che il “rischio paese” è in generale molto concentrato e incide a tutti i livelli dell’attivo e del passivo: i titoli di stato in portafoglio sono prevalentemente quelli italiani (a prezzi calanti); i crediti incagliati sono a livelli enormi perché siamo in recessione; la raccolta langue perché il risparmio delle famiglie viene consumato dalla crisi.

I crediti incagliati delle banche italiane erano a fine marzo 111 miliardi di euro, qualcosa come il 7,7% dei crediti totali alla clientela. Il patrimonio netto di Monte Paschi, Banco Popolare e Banca Popolare dell’Emilia Romagna non è sufficiente a coprire l’ammontare dei crediti deteriorati. Per le altre banche la situazione non è molto diversa.

 

Siamo quindi in una situazione da allarme rosso, anche perché la redditività attesa permane estremamente bassa, non tale da poter ricostituire il patrimonio, per via interna, in tempi brevi. Né possono essere richiesti altri aumenti di capitale agli azionisti, se non offrendo le azioni a fondi di investimento esteri, a matrice speculativa. E’ quello che stanno provando a fare, con scarso esito, Mps e Unicredit.

Perchè si sia giunti a questo punto, partendo dal sistema bancario “più sano del mondo”, è una storia lunga.

Ha pesato il progressivo allontanarsi delle banche, anche quelle italiane, dalla loro attività caratteristica (raccogliere e prestare denaro): oggi l’intermediazione creditizia classica pesa per non oltre il 40% sui ricavi delle banche, in alcuni casi anche meno.

La scelta di gestire il risparmio degli altri, più che reimpiegare quello derivante dalla raccolta diretta, risale ad oltre 15 anni fa, quando decollò anche in Italia il risparmio gestito. Gli esiti per i risparmiatori sono stati alterni (il più delle volte negativi), le banche hanno lucrato commissione di gestione per un certo numero di anni, adesso il business è in costante calo e si rischia di perdere la gestione di uno dei pochi e storici “asset” del nostro paese (l’elevato tasso di risparmio interno).

Gli impieghi bancari hanno spesso preso la strada dei grandi gruppi, per difendere l’”italianità” di Fiat, Telecom, Edison, Parmalat, ecc., con gli esiti fallimentari che tutti conoscono. La funzione creditizia a favore del tessuto di piccole e medie imprese che, faticando, tengono in piedi l’economia è diventata sempre più problematica: i paletti, i parametri, i modelli di valutazione del merito creditizio sono diventati sempre più proibitivi per le attività normali, mentre si gettavano miliardi di euro per sostenere gli “amici” importanti sul piano politico o mediatico. Le banche italiane si sono ritirate dal loro business caratteristico e si sono affidate alle mode d’oltreoceano, per copiare alla fine i modelli peggiori. Ci sono arrivate tardi, ma ci sono arrivate. E adesso sono guai per tutti…

 

RENATO STRUMIA

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