L'ultima intervista a ETA

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È stata realizzata dal famoso giornale basco GARA in queste ultime settimane. Non è un’intervista normale, e non solo per il passaggio storico, ma perché nell’intervista i e le rappresentanti dell’organizzazione hanno affrontato ogni tipo di domanda, circa 400, senza eluderne nessuna, salvo quelle che, per motivi tecnici, come il trascorrere del tempo, non si sentivano capaci di chiarire. Il documento che ne consegue, imprescindibile per fare luce su questi 60 anni e che chiarisce molto la fine di questo ciclo, vedrà la luce sotto forma di libro nel mese di giugno in Euskara, la sua lingua originaria. Ma, per la sua innegabile attualità, GARA ha anticipato qui buona parte del primo capitolo, tradotto in castellano, e che riproponiamo con una traduzione nostra in italiano.

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«Non abbiamo raggiunto gli obiettivi, ma il cammino non si è concluso». Questa è una delle riflessioni proposte dalla tesi/versione approvata maggiormente e che sostiene la decisione di porre fine al ciclo e alla funzione dell’ETA. Suona sincero e realista, non c’è trionfalismo, però “forse vuole dire che l’organizzazione si è fermata a metà strada?”

Quel cammino continua. Il processo che ha come orizzonte la creazione di uno stato basco continua. L’ETA è stato l’attore fondamentale per mettere in marcia e dare corpo al processo di liberazione, non c’è alcun dubbio su questo, ma non possiamo equiparare la fine del ciclo storico dell’ETA e la fine di questo processo di liberazione.
Quello che vogliamo dire con la frase contenuta nella domanda è che gli obiettivi intermedi che prevedeva l’ETA (per intenderci, riconoscimento nazionale e diritto all’autodeterminazione) non sono stati ancora raggiunti, ma che ci sono modi per ottenerli.
Da un punto di vista storico, paragonando la situazione di quando l’ETA intraprese il suo percorso e quella in cui chiude il ciclo, si può trarre tale conclusione: allora c’era un popolo condannato a morire e oggi c’è un popolo che vuole essere padrone si se stesso.

Quando e perché sorge la necessità di chiudere questo ciclo?

La questione è a cosa si unisce la fine di questo ciclo. Tra di noi era abbastanza chiaro che la fine del’ETA sarebbe arrivata con il raggiungimento di alcuni obiettivi politici concreti. Facevamo una differenza, inoltre, tra il fine della lotta armata e il fine dell’ETA. Per noi l’ETA è sempre stata un’organizzazione politica che da un determinato momento a un altro determinato momento ha praticato la lotta armata. Non è stata un’organizzazione militare che fa politica. Per introdurre una curiosità, quando il Governo PNV-PSE ha detto, per censurare la notizia di un libro sul disarmo, che l’espressione organizzazione militare non era adeguata, noi abbiamo pensato: “beh... se sapessero che non piace per niente neanche a noi questa denominazione...” Per dirlo in modo semplice, abbiamo preferito essere ETA che ETA-militare (denominazione posteriore alla divisione degli anni ’70 e sorta come conseguenza del dibattito di quel momento).

Per riprendere il filo, il fine della lotta armata e il fine dell’organizzazione erano due cose diverse per noi. Così iniziammo a valutare, ad esempio, i processi di negoziazione. Era la lotta armata quello che si “negoziava”. Ora, invece, quest’ultima decisione è da intendere nella logica del cambio di strategia realizzato. La fine della lotta armata non era congiunta a uno schema negoziatore, ma a un cambio di strategia, e questa, inevitabilmente, avrebbe scatenato il dibattito sulla fine del ciclo dell’ETA. Tale dibattito e tale decisione devono essere collocati nel cambio di strategia e nel tentativo di cambiare fase.
Non possiamo dare una data esatta alla domanda, però possiamo dire che la riflessione che si apre nella sinistra abertzale a partire dal 2008 segna il punto di svolta, in maniera ancora più netta nel 2010 e ancora di più nel 2011. Questo ha dato inizio a un lungo percorso, fatto di alti e bassi e, a volte, contraddittorio, ma imponeva una logica. L’opzione della fine dell’ETA, in maniera esplicita e concreta, venne messa sul tavolo a partire dal 2015 (...). Purtroppo, in quel momento fu lanciata un’offensiva da parte della polizia. Ci furono gli arresti di Ortzaize e alcuni mesi dopo quelli Baigorri. Per questo le cose vennero rimandate, anche se nel Gudari Eguna di quel 2015 venne fuori un’idea: la maggior parte del percorso dell’organizzazione era stato già compiuto. Questo non voleva significare la sua fine, ma voleva dire che nel dibattito della sinistra abertzale ETA non sarebbe più stata la rappresentante fondamentale e che la strategia indipendentista aveva bisogno di altre colonne.

Paradossalmente, l’azione delle forze di polizia fece sì che lo sviluppo di quel dibattito venisse posticipato, anche se tale atteggiamento da parte degli Stati rendeva chiaro che dovevamo continuare con la nostra scommessa. In caso contrario, saremmo affogati politicamente nel precedente schema repressivo, nell’attesa di una soluzione accordata che non sarebbe mai arrivata. Alla fine completammo un pack nel quale gli elementi più visibili erano il disarmo e lo scioglimento [gli intervistati usano la parola desegitea] dell’organizzazione, mente la sinistra abertzale continuava per il sentiero del processo Abian. La fotografia del 2015 e quella di oggi sono davvero diverse.

È l’organizzazione che prende coscienza di questa necessità, per conto proprio, o viene interiorizzata per influenze esterne? Spesso vi è stato rimproverato di rimanere sordi di fronte alle richieste esterne...
Spesso sono state dette molte cose che non hanno a che vedere con la realtà dell’ETA. Abbiamo preso questa decisione “per conto nostro”, ma questo non vuol dire chi siamo malati di “autismo politico”. Abbiamo analizzato la situazione del processo politico e le sue opzioni di sviluppo, e il nostro principale obiettivo è stato favorire quel processo di liberazione, all’interno dell’analisi della sinistra abertzale, con il fine di costruire un movimento e un processo indipendentista forte, capace di rispondere ai dibattiti in ogni momento e con date mosse tattiche.
(...) La riflessione, in ogni caso, non riguarda a come porre fine a un’organizzazione armata, ma come deve andare avanti il processo di liberazione. È lì che venne fuori la nostra riflessione, e in questo quadro siamo arrivati a tale conclusione. Sarà l’evoluzione del processo che deciderà se questa decisione è stata adeguata. In quanto tale, un accordo negoziato non avrebbe comunque portato a niente.

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Ci sono state delle pressioni perché la fine fosse chiara e completa?

A dire la verità, anche se da tempo ci sono stati riferimenti e dichiarazioni dirette a quello, non abbiamo notato una particolare pressione. Questo può avere due ragioni: da una parte, i rappresentanti che hanno intavolato una discussione con noi, tanto di Euskal Herria quanto internazionali, avevano già chiare le nostre intenzioni; dall’altra, aver annunciato tale dibattito prima di compiere il disarmo, chiarì molte cose.
Poi, c’è sempre a chi piacciono le messe in scena, anche se non mancano le pressioni.

Ci sono alcuni politici di professione che quando sentono che succede qualcosa, si affrettano a fare dichiarazioni, a volte per fare la parte del leader, altre per turbare la situazione, o perché non gli va bene quello che accadrà... ETA ha già annunciato nella nota pubblicata nel settembre del 2017 i dettagli del dibattito, e abbiamo ribadito che al di là delle intossicazioni, delle operazioni e delle dichiarazioni fuori luogo e tempo, da quel momento era la militanza ad avere la parola e la decisione. Ci sarebbe piaciuto che questi sviluppi fossero stati percepiti da altri settori, anche se riconoscerli pubblicamente sarebbe stato troppo per alcuni. In questi anni abbiamo guardato con preoccupazione l’ossessione di intorbidire qualsiasi tentativo (in particolare da parte di PNV e Urkullu). Sembra che abbiano preferito gettare fango su questa situazione e valutare le opportunità che offre questa nuova situazione per i prossimi decenni. Sembra che temano che la nuova situazione evidenzi le loro falle e che non abbiano alcun problema ad adottare atteggiamenti da regime.

Dopo aver abbandonato la lotta armata definitivamente, c’erano altre opzioni: continuare come organizzazione fino a quando non si fossero risolte le conseguenze del conflitto, diventare un’organizzazione politica civile come ha osservato ad esempio Patxi Zabaleta... si sono messi a tavolo? Perché si sono messi da parte?

Non vogliamo polemizzare con Patxi Zabaleta, lo abbiamo già fatto, abbastanza, qualche anno fa. Ad ogni modo, non crediamo che quello che l’ETA ha fatto fin ora e quello che diceva lui fossero cose contrapposte. Le sue dichiarazioni avevano una logica, come ce l’ha la nostra decisone (...) Ma approfittiamo della domanda per fare un’osservazione su questa affermazione: se si dovesse rinnovare un accordo di governo in Nafarroa [il governo autonomo della Navarra è retto dal 2015 una coalizione che tiene assieme Bildu con il PNV e Podemos] e altri partiti proponessero lo scioglimento incondizionato dell’ETA, cosa dovrebbe fare EH Bildu? Proporrebbe che l’ETA continuasse a vivere e non firmasse l’accordo? (...)

L’altra questione riguarda i temi delle conseguenze del conflitto, che storicamente sono apparsi legati all’ETA. La riflessione di molte persone proviene da lì, nel senso che l’ETA sarebbe dovuta durare fino a quando non li avesse risolti. Alcuni hanno difeso questa posizione nell’organizzazione all’interno di questo dibattito. Ciò nonostante, negli ultimi tempi, con il trascorrere dei mesi, vediamo che si stanno configurando altri modelli per affrontare tali questioni. Con il disarmo questo è diventato evidente. E anche per il tema dei prigionieri si stanno provando altre vie, con alcuni sviluppi per la prima volta dopo tanto tempo, anche, sicuramente, molto piccoli. Diremmo di più: unire la fine dell’ETA con la soluzione del problema dei prigionieri avrebbe piantato il seme di un nuovo blocco. Avrebbe presentato la risoluzione integrale del conflitto come una richiesta dell’ETA. Gli sarà più difficile se è una richiesta del popolo.

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Raccogliendo la terminologia internazionale, alcuni rappresentanti come il Foro Social hanno rivendicato in questi mesi, il termine “smobilitazione”. Altri hanno scelto “scioglimento”. ETA ha scelto “fine”. Sono tutti uguali? Perché esattamente questa forma?

(...) Quando i media dicevano che avremmo utilizzato il termine “smobilitazione” tra di noi ci guardavamo meravigliati. Per le caratteristiche dell’organizzazione e del processo basco, non ci sembra che quella parola rispecchi bene quello che c’era da fare. Forse perché, per scherzarci su, quando sentiamo la parola “smobilitazione” immaginiamo lunghe file di guerriglieri scendere dai monti. Secondo gli standard internazionali, politicamente potrebbe essere un termine adeguato, ma noi non lo abbiamo usato. E forse è meglio, perché altrimenti direbbero che è un termine dell’ETA. E quei rappresentanti sociali ancora dovranno continuare a lavorare...

Dobbiamo dire, inoltre che abbiamo ricevuto un messaggio curioso. Rappresentanti del Governo di Parigi hanno detto che “smobilitazione” non era un termine chiaro, perché quello che si smobilita potrebbe di nuovo mobilitarsi. Ci è sembrato assurdo, perché, seguendo questa logica, anche quello che si disfa può rifarsi di nuovo. Ci è sembrato molto curioso l’argomento e ci ha dimostrato che ogni scusa è buona per non proporre una risoluzione, anche il significato supposto di una parola. Tutto è buono per ribadire ancora “non è sufficiente”.

In quanto a “scioglimento”, è stato un termine maledetto tra di noi, poiché Stati, esponenti della polizia, alcuni dirigenti politici e mezzi di comunicazione lo hanno usato legandolo a “sconfitta”. Le parole vengono caricate troppo. Sicuramente, in ogni caso, nel dibattito interno molti compagni e compagne hanno usato questo termine con naturalezza, non legandolo a “sconfitta”, ma per esprimere quello che stava succedendo, semplicemente usando il dizionario.
Comunque sia, “desegitea” è la parola giusta per noi. È quella che usiamo. Bisogna dire che l’ETA pensa principalmente in euskara e che in euskara questo termine viene fuori in modo naturale. Abbiamo fatto l’ETA e ora la disfiamo. Abbiamo voluto rifletterlo così, continuando con l’idea principale usata nel disarmo: l’ETA è stata creata dal popolo e ora si scioglierà nel popolo.

Per molta gente questa decisione comporta la perdita di quelle sigle che sono state di riferimento per decine di anni. O non è così?

Come riferimento storico, le sigle continueranno ad esistere. Continueranno come testimoni di una lunga fase del movimento e del processo di liberazione. Ma l’ETA scomparirà come organizzazione e per tanto come conseguenza della sua decisione, le sue sigle non si useranno nell’azione politica. Dal 2010 non è stata praticata la lotta armata in nome dell’ETA. E da allora non c’è e non ci sarà azione politica a suo nome: non si interpellerà nessuno, non ci saranno proposte politiche...

Eccetto LAB, tutte le grandi sigle storiche della sinistra abertzale sono scomparse in questo processo. Che conclusione si trae da questo?

La risposta politicamente corretta consisterebbe nel dire che sono strumenti, ma non saremmo onesti. Per la sua militanza, l’ETA è più che una mera organizzazione, è il riflesso dell’impegno nella lotta per Euskal Herria e l’arca che conserva i valori profondi condivisi con il resto dei compagni e delle compagne. I e le militanti dell’ETA, manterranno questo sentimento fino alla morte. E anche quella responsabilità per fare arrivare, anche se in modo diverso, il nostro contributo allo sviluppo dell’indipendentismo di sinistra e per mantenere l’impegno che esige il processo di liberazione, ognuno con i propri mezzi. Saremo ex militanti dell’ETA ma ci porteremo fino alla morte il fatto di aver fatto parte dell’ETA. A livello di sentimenti, saremo l’ETA per sempre. Considerando tutto quello che abbiamo fatto, inclusi gli errori e tutto quello di cui ci facciamo carico (...).

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L’organizzazione sarebbe stata inevitabilmente un ostacolo per la somma di forza che richiede un processo indipendentista?

Come immaginerà, non ci piace per niente sentir dire che potevamo essere un ostacolo per il processo di indipendenza. Pensiamo che non sia una forma adeguata. Lo abbiamo sentito anche altre volte. Al tempo di Lizarra-Garazi abbiamo sentito a ELA dire “l’ETA è di troppo ed è d’intralcio” e dava l’impressione che questo fosse l’unico problema. Con il passare degli anni, abbiamo visto molte volte che chiedere il conto ad altri è il modo ci camuffare le proprie falle. Non lo rimproveriamo a nessuno concretamente, è una riflessione in generale e il nostro obiettivo non è fare polemiche o creare liti. Però, questo sì, vogliamo fare notare che molte volte sembrava si volesse dire che se l’ETA avesse lasciato la lotta armata tutto sarebbe stato più facile, ma non era assolutamente così. Capiamo che ci sono cose da cambiare nell’azione politica e prima di chiedere qualcosa all’altro bisogna pensare che ognuno deve fare il suo. A questo ha puntato l’ETA in questi ultimi anni.
Secondo la nostra analisi, per configurare il movimento che ha bisogno di un processo di indipendenza, i protagonisti e i rappresentanti devono organizzarsi in funzione dello stesso e così abbiamo detto onestamente che non vedevamo a tal proposito il contributo di un’organizzazione clandestina come la nostra. Doveva essere, semmai, un contributo qualitativo, ma questo non combaciava con quello che deve essere questo movimento. La gran maggioranza che avrebbe formato questo movimento non lo avrebbe capito. E anche noi abbiamo rifiutato l’opzione di sopravvivere come organizzazione occulta.

Da una prospettiva essenzialmente storica, chiudere un ciclo di 60 anni deve dare le vertigini, o almeno sollecitare delle responsabilità. Come si superano queste sensazioni?

Difficilmente. Quando Zuzendaritza Batzordea [comitato esecutivo] dell’ETA presentò questa proposta, ammise che forse non c’era una traiettoria sufficiente per fare questa cosa. In realtà lo pensavamo. Per questo era importante raccogliere le opinioni di chi formava Zuzendaritza Batzordea. Volevamo sapere se la nostra proposta avesse una base sufficientemente solida. Nella cultura dell’ETA, Zuzendaritza Batzordea ha totale legittimità nel proporre e agire, ma iniziavamo a mettere in dubbio noi stessi, coscienti della responsabilità che richiede una decisione del genere. Può anche essere visto come un segno di debolezza, ma è questo il modo in cui affrontiamo la questione. Fortunatamente Zuzendaritza Batzordea avallò la proposta e successivamente la militanza diede l’appoggio assoluto. Oltre a questo, i rapporti con rappresentanti internazionali e con altri di Euskal Herria ci ha dato sicurezza.

Gli stati e anche molti rappresentanti baschi, diranno, senza dubbio, che questa decisione è frutto di un fallimento. Come si risponde a tali affermazioni? O è una battaglia persa in partenza?
È chiaro che ci sarà un bombardamento in questo senso. La pratica in tanti anni non è cambiata. I copioni sono scritti e non cambiano, succeda quel che succeda. Questo impoverisce il dibattito e le opportunità politiche e questo è esattamente ciò che preoccupa l’ETA e non tanto quello che verrà scritto sui fallimenti della nostra organizzazione. La battaglia principale sta nel superare il conflitto; il conflitto politico e le sue conseguenze. La battaglia principale è ottenere un’altra situazione, realmente democratica.
Ad ogni modo, si potrebbe anche formulare la domanda in un altro senso: è lo “Stato di Diritto” spagnolo quello che ha vinto in Euskal Herria, quello che ha avuto una vittoria incredibile? In questo momento la distanza rispetto al progetto della Spagna è più grande che mai e chi difende quel progetto ha meno appoggio che mai.

Niente è scritto. Per tanto, supponiamo che da qua a 10-20 anni un processo indipendentista stenta prendere piede e che, invece, la “colonizzazione” va avanti e il socialismo è pura finzione. Di chi sarebbe la colpa? Dell’ETA? Della sinistra abertzale? Della somma delle forze? Della cittadinanza?

Crediamo che in Euskal Herria ci siano forza, coraggio e intelligenza sufficienti per ottenere un’altra realtà politica e sociale. E per questo abbiamo fatto ciò che abbiamo fatto, abbiamo deciso di sciogliere l’organizzazione. Sicuramente il futuro non è scritto e il processo politico può retrocedere se non si riescono a raggiungere gli obiettivi prefigurati. Anche gli Stati cercheranno di preservare il proprio dominio e sappiamo già che sono disposti a questo. Abbiamo davanti a noi l’opportunità di combattere e il popolo deve metterci tutto il meglio di sé in questo. Crediamo che ci siano dati oggettivi per credere in questo. Manca un po’ di prospettiva, e anche di tranquillità strategica. C’è una base sufficiente affinché Euskal Herria non venga assimilata e per costruire un progetto di liberazione e ciò deve darci una certa tranquillità minima come popolo. E poi, usare la colpa in maniera preventiva non è molto adeguato e ancora meno adeguato sarebbe dare la colpa al popolo.

Immaginiamo adesso l’opzione opposta. Immaginiamo che, ad esempio a medio termine, le condizioni sono convenienti e nasce lo Stato Basco. Chi ha fatto parte dell’ETA, considererebbe allora che l’organizzazione ne è stata la chiave?

Sappiamo che rispondere a questa domanda a partire dall’orgoglio potrebbe generare rumore e manipolazione, perché alcuni rappresentanti politici e media hanno sempre l’abitudine di ritorcere questo genere di cose e presentarle come prepotenza e disprezzo. Il progetto di creare lo Stato Basco richiede uno sforzo collettivo impressionante. È questo il messaggio che bisogna sottolineare e chi è stato membro dell’ETA si sforza affinché sia così, ognuno a partire dal posto che decide di occupare. Siamo arrivati fin qua grazie al lavoro e allo sforzo di molti, perché in molti abbiamo fatto fronte contro il franchismo, abbiamo disegnato un progetto popolare e lottiamo molto. Questa è un’eredità per il futuro, anche se ci sono stati degli errori.

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Nei comunicati si menziona Zuzendaritza Batzordea, ma anche Zuzendaritza Zabala... Si lascia intendere che molta gente ha preso parte al dibattito, compresi quelli che non sono stati membri dell’organizzazione. Perché si è deciso di aprire quella porta?

Nel dibattito si è tenuto conto anche di chi non è stato membro dell’organizzazione, considerando la relazione e il legame con l’ETA. In tutto, ne sono venute a conoscenza 2.500-3.000 persone. Ad ogni modo, al cuore del dibattito hanno preso parte e votato solo i suoi militanti. Si è fatto un enorme sforzo per fare un censimento ampio dei compagni e delle compagne. Come si può supporre, per ragioni di sicurezza questo compito non è stato facile, perché alcuni militanti erano facili da raggiungere, ma in altri casi il filo si era abbastanza perso. La partecipazione è stata molto notevole.

Si è raggiunto un alto livello di consenso, quale conseguenza ne deriva?

Che abbiamo fatto centro nella forma e nella sostanza. Questo, sicuramente, fa capire che avremmo dovuto farlo prima. Però se lo avessimo fatto male, la base sarebbe stata più debole e i rischi più gravi. Anche per questo motivo abbiamo impiegato abbastanza mesi per questo processo di dibattito. E la proposta è stata chiara, con il fine di dare un sì o un no chiaro. Per tanto, una delle conseguenze principali da sottolineare è la profondità che ha questa decisione.
Il processo di dibattito è servito, inoltre, per fare chiarezza. Molte e molti militanti hanno apprezzato lo sforzo. E vorremo credere che alcuni settori popolari che in questi decenni sono stati intorno all’ETA, compresi quelli che avevano perso il filo, hanno visto di buon occhio quello che si è fatto.

Se la proposta della direzione avesse ricevuto un No in maggioranza, in che situazione saremo ora?
Dopo aver sommato gli argomenti di rifiuto, si sarebbe fatta una nuova proposta politica, affinché venisse avvalorata dalla militanza e, sicuramente, per canalizzare quel processo avrebbero assunto responsabilità altri militanti che oggi non sono nella direzione. In ogni caso, oggi tutto questo è mera speculazione, perché l’appoggio ricevuto per la proposta è stato quasi totale.

“Con la nostra dichiarazione sui danni causati abbiamo voluto favorire i consensi per la convivenza, non creare linee rosse”. L’organizzazione è cosciente dei danni che ha causato? Nella sua totalità? Cioè, in tutti i casi?

Sì, l’ETA riconosce tutti i danni che ha causato e adesso ha voluto riconoscere la grande sofferenza che quei danni hanno causato. Pensiamo che sia una buona base per il futuro, malgrado quelli che continuano a creare ostacoli e hanno letto la dichiarazione di cattivo occhio.

Tutti i morti e i feriti a causa dell’ETA sono vittime?

Il fratello di un comandante della polizia morto dopo un’azione dell’ETA, anche lui poliziotto, dichiarò questo davanti ai media: “Mio fratello non è una vittima, è un grande soldato basco”. È chiaro che quella persona non voleva sminuire il danno causato e nemmeno la responsabilità dell’ETA.
L’ETA ha detto qualcosa, d’altra parte, che qualcuno sa: che c’è stato chi era al centro dello stesso conflitto, per sua responsabilità, e chi c’è stato non per sua responsabilità. Questo è stato chiamato categorizzazione. Ma la categorizzazione la fanno altri, nelle loro leggi e dichiarazioni, perché, ad esempio, in quelle non sono uguali le vittime provocate dall’ETA e quelle provocate per la guerra sporca. Si è ipocriti. Nell’azione contro Aznar con un’auto-bomba [1995], quella esplosione uccise una donna, ma praticamente nessuno la mise davanti all’Aznar che si salvò la vita. Questa sì che è categorizzazione.
Non è intenzione dell’ETA sminuire il danno di nessuno né disprezzare nessuno. Senza alcuna intenzione perversa, a giudicare quello che è stato fatto per anni, ha descritto alcune realtà trascorse. Questo è il punto di vista dell’ETA, però secondo l’ETA ne esistono altri. Tra i cittadini baschi è molto esteso il concetto che bisogna riconoscere tutte le vittime e su questo si può lavorare al di là delle contraddizioni e dei punti di vista. Perché l’ETA non esisterà più e tra i cittadini baschi ci saranno altri consensi destinati a rafforzare la convivenza. Noi abbiamo voluto porre una base con la nostra dichiarazione, per favorire quei consensi, non per mettere linee rosse.

E i volontari dell’organizzazione, sono vittime?

Nella misura in cui abbiamo vissuto il conflitto, si potrebbe dire di sì, ma a onor del vero l’ETA non considera vittima i caduti nella lotta, perché, come detto, sono stati nel centro del conflitto di proposito e su propria responsabilità, sono stati attivisti. Questo è il punto di vista dell’ETA, il suo pensiero politico, nient’altro. Una cosa diversa è che i membri dell’ETA abbiano subito dei danni, compresa la morte, come conseguenza di attività che lo Stato non ammette, ma che ha praticato (tortura, guerra sporca o negazione dei diritti umani nelle carceri). E sì, Joxe Arregi, anche se era attivista dell’ETA, è una vittima, perché lo hanno torturato fino alla morte, perché subì un trattamento che sta al di fuori persino delle norme e delle leggi della guerra più crudele del mondo.

La conseguenza principale da risolvere oggi del conflitto è riportare a casa chi è stato arrestato, esiliato, deportato (...). Al momento di prendere questa decisione, cosa dite a quelli che sono in quella situazione?
Prima di tutto, come sanno meglio di noi, i prigionieri sono militanti politici (...). E questa decisione è frutto di un’analisi politica profonda, di una riflessione che è il miglior contributo che l’organizzazione può dare a questo processo di liberazione in questo momento del XXI secolo. Ovviamente sappiamo che questa decisione non scioglie da sola tutti i nodi e che le conseguenze del conflitto e più concretamente il tema dei prigionieri e degli esiliati rimane irrisolto. E di conseguenza bisognerà continuare a lavorarci, come in tutti gli altri ambiti. Poi, le persone in carcere che sono state membri dell’ETA saranno unicamente membri dell’EPPK e continueranno a dare così il loro contributo (...). Crediamo che le persone in carcere e i rifugiati sono più coscienti di chiunque altro di tutto ciò. Come diceva un compagno prigioniero, non abbiamo iniziato a lottare per liberare chi era stato arrestato, ma per ottenere obiettivi politici. Ed è ancora così.

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Credete che la decisione dell’organizzazione aiuti in questo percorso? Anzi, siete convinti di questo?

La decisione non è stata presa con tale obiettivo, ma è la conseguenza logica del cambio di strategia e delle decisioni prese dalla sinistra abertzale dal 2009. L’apertura di una fase implica la chiusura di quella anteriore (...). In una logica di risoluzione del conflitto, questo dovrebbe ripercuotersi sulla questione dei prigionieri e degli esiliati, questo è quello che lasciano intendere gli esempi e la pratica internazionale, ma che nessuno ci chieda di entrare nella logica spagnola, perché la sua unica logica è la vendetta. Ad ogni modo, e anche se questa non è stata la ragione principale, abbiamo la speranza che tale decisione almeno faciliti la ricerca e l’ottenimento dei consensi in Euskal Herria.

Supponiamo che si riuscissero ad avviare le conseguenze di questo ciclo di scontro armato ma il cuore della questione politica, invece, rimanesse ancora bloccato come adesso. Significherebbe il conflitto torna al punto di partenza?
Il conflitto non è mai al punto di partenza. Da una prospettiva storica possibile, il progetto politico di una Repubblica basca è più forte che mai ed è questo che dobbiamo considerare: se oggi siamo più di ieri e se con la nostra strategia domani riusciremo a essere più di oggi. Questo richiede lavoro, giocare in grande, dare valore a quello che ci unisce e mettere di lato quello che ci separa per il bene dell’obiettivo principale. Il giorno magico non esiste. Il dirigente dell’IRA e grande amico dell’Euskal Herria, Brian Keenan, lo esprimeva con queste parole: “Le liste dei desideri appartengono al Natale”. Noi diremmo che appartengono a Olentzero. Noi rivoluzionari non possiamo fermarci a sognare ad occhi aperti, quello che dobbiamo fare è creare strategie adeguate per fare del sogno la realtà. Questa è la chiave. E questa oggi è la grande sfida della sinistra abertzale, disegnare una strategia reale ed efficace, con i piedi per terra, tenendo in conto il popolo e la realtà. Facendo la strada passo dopo passo, come il bue.

 

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