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Il rischio del “frontismo” e una svolta nella comunicazione politica: intervista a Carlo Formenti sul voto Usa

Infoaut: Si è ormai tutti d’accordo nel descrivere le recenti elezioni Usa come contraddistinte da un voto di classe, espresso all’interno di una campagna elettorale dove Clinton e Trump hanno di fatto giocato il ruolo di portavoce delle classi avvantaggiate e svantaggiate dalla globalizzazione. Il giudizio sui costi e i benefici di quest’ultima ha quindi giocato un ruolo decisivo per l’esito del voto. Quanto però secondo te questo voto è stato percepito anche in relazione ad una specifica forma di globalizzazione, quella neoliberista attuale, e ai suoi effetti di lungo periodo sulla popolazione scaturiti negli ultimi quarant’anni?

Per quanto ci siano state diverse analisi sui dati, basate sui numeri relativi oppure sui numeri assoluti, con le valutazioni che possono essere molteplici a seconda dei diversi criteri usati, io credo che se guardato nella sua articolazione per Stati ci sia un dato incontestabile. Ovvero che le situazioni che hanno determinato la sconfitta catastrofica della Clinton sono state quelle verificatesi negli Stati della cosiddetta rust belt, in quegli stati che più hanno subito i processi di deindustrializzazione i quali sono tra le principali conseguenze dei trattati commerciali di liberalizzazione e decentramento produttivo del lavoro industriale.

Non a caso Trump ha basato la sua campagna elettorale su un forte afflato razzista contro i messicani: molto di quel lavoro di cui sopra è finito infatti nelle maquiladoras messicane a partire dalla stipula del Nafta. C’è quindi una componente di classe nell’esito di questo voto, ma questa non è pura, il voto è stato molto composito. Importante ad esempio è stato il ruolo del ceto medio impoverito, che però va immaginato non solamente nel senso che i suoi componenti siano andati in miseria, bensì anche a partire dal semplice fatto che questi non possano più cambiare la macchina con la stessa frequenza di una volta, che abbiano avuto problemi con il mutuo della casa e cosi via.

Rispetto alla domanda credo che sebbene ci sia stato un voto di classe in un certo senso, va anche detto però che non esiste un discorso cosi articolato sulla globalizzazione a livello di cause, al contrario di quanto ce ne sia sui suoi effetti sulle vite di tutti. La questione della globalizzazione ha agito ad ogni modo come fattore decisivo, e sarebbe venuta ulteriormente alla ribalta come fattore nel caso ci fosse stato un confronto tra Sanders e Trump, e non tra Trump e la Clinton, la quale incarnava troppo decisamente la figura dell’establishment politico, industriale e militare. Sanders rappresentava invece fino in fondo un passo ulteriore di consapevolezza nella lotta non solo contro gli effetti della globalizzazione, ma anche sui meccanismi che stavano alla sua base e quindi contro il capitalismo neoliberista.

Infoaut: Con il voto americano è emerso fortemente un rifiuto di quello che potremmo definire il Partito della Stabilità, quello che affermava la continuità e la difesa dello status quo come valore da difendere rispetto ad un cambiamento descritto come ignoto, imprevedibile nei suoi effetti; una dinamica già vista ad esempio con la questione Brexit. Quale scenari si aprono per te da questa tendenza?

Io credo che se mettiamo insieme il voto USA, la Brexit e prima ancora il voto greco sul referendum, poi tradito da Tsipras che non ne rispettò l’esito; se a questo aggiungiamo lo sfondamento elettorale dei CinqueStelle in Italia, di Podemos in Spagna, cosi come della destra lepenista in Francia..mi sembra abbastanza evidente come da almeno dieci anni, con ovviamente l’accelerazione nel recente passato, l’idea della continuità e del mantenimento dello status quo, l’idea della conservazione degli equilibri politici come elemento di rassicurazione sociale abbia perso il suo appeal nei confronti degli elettorati e, su scala più ampia, delle popolazioni.

Non c’è più la possibilità di determinare un esito elettorale, o la tendenza su un tema, a partire dal ricatto della paura. Se pensiamo alle campagne condotte dai media, e qui c’è un elemento davvero interessante di scontro tra il fattore globale  – anche sul piano comunicativo – e le reazioni degli elettorati, vediamo come sia per la Brexit, sia in modo clamoroso nel caso greco, così come ora con Trump, c’è stata una pressione violentissima del sistema internazionale dei media.

Non sono stati solo le tv e i giornali, o gli apparati dell’establishment politico e finanziario, a condurre una serrata campagna elettorale contro Trump. È stato l’intero settore della comunicazione occidentale. Le forze politiche europee e mondiali hanno per esempio fatto un uso politico sistematico dei sondaggi per manipolare la realtà..eppure questi hanno perso completamente efficacia, dato che le persone ormai non dichiarano la realtà su quello che votano, compiono volontariamente una sorta di depistaggio..insomma, tutto questo meccanismo non funziona più! Le campagne terroristiche non funzionano più!

Mi viene in mente un libro di Wolfgang Streek, “Tempo guadagnato”, in cui si sostiene che il capitalismo abbia di fatto semplicemente rallentato negli ultimi trent’anni la sua crisi, precipitando intanto sempre più nelle sue contraddizioni ad ogni pratica di dilazione. Nel libro l’autore – riferendosi all’incapacità delle sinistre tradizionali (e non) di stare nell’attuale crisi, di riuscire a manovrarla a favore delle fasce sociali che avrebbero dovuto tutelare – afferma giustamente che quando ci si trova in una situazione dove l’atteggiamento di “responsabilità” tipico dei moderati, tipico della retorica catastrofista del “Non c’è alternativa” si distacca completamente dalla realtà, rimane alla popolazione solamente la possibilità di fare scelte irresponsabili. Scelte che poi vanno nella direzione della rottura forte, della discontinuità, o utilizzando la terminologia alla Grillo del grosso vaffanculo all’establishment.

Infoaut: Sia i media che gli istituti di sondaggio hanno, come dicevi tu, provato a giocare un ruolo decisivo in questa campagna elettorale, favorendo la Clinton, senza però poi riuscire a farla vincere. Approfondendo il tema del rapporto soggettivo tra dieta informativa del singolo e il comportamento politico alle urne, quanto secondo c’è stato nel voto Usa l’esplosione di una nuova attitudine nella formazione dell’opinione pubblica, dovuta al ruolo crescente dei social media e a quello decrescente delle forme classiche dell’informazione mainstream come la tv o i giornali?

Qui bisogna andare un po’ a intuito, non è facile misurare la portata di un fenomeno come questo. Questo fattore ha giocato senza dubbio molto, a diversi livelli: da un lato, una qualsiasi campagna elettorale è resa sempre più imprevedibile in relazione al suo successo; è sempre più difficile misurare la temperatura dell’opinione pubblica e quali sentimenti vi prevalgono (rabbia, paura, ribellione..). Nei miei ultimi anni di ricerca all’interno di un corso di Scienze della Comunicazione, ogni volta che si cercava di analizzare i flussi di consenso attraverso l’analisi dei dati ricavati dai social media, si vedeva che era un’impresa titanica, impossibile.

Se è facile analizzare i mezzi di comunicazione tradizionale, la frequenza di determinati termini, capire l’audience, l’impatto delle trasmissioni, il gradimento di questo o quel personaggio, i flussi di opinione dei social media sono estremamente difficili da analizzare, poiché funzionano per piccoli gruppi. C’è questo ruolo dei piccoli opinion leaders, che se possono influenzare anche solo qualche centinaio di persone a loro volta ne influenzano altre e si crea un meccanismo potente..eppure è difficilissimo capire quali sono le direzioni, sono cose che si determinano sotterraneamente. Prevedere è molto difficile se l’impatto si redistribuisce tra diversi canali di comunicazione come avviene oggi.

Inoltre bisogna prendere atto che i giornali non li legge più nessuno, o comunque sempre meno gente si informa attraverso la carta stampata..ci sono anche le testate online, è vero, ma queste a loro volta sono lette poco e usate più come materia prima per rafforzare la propria opinione in un dibattito che come elemento di formazione originario. Anche la tv in fondo ha un impatto decrescente, poiché con il passaggio al digitale non ci sono più pochi emittenti ma c’è una pletora  di canali e di trasmissioni, con la concorrenza che ne deriva..ciò ha cambiato anche lo stile di comunicazione, dei tg, dei talk show rispetto a quanto avevamo visto fino ad ora..

E’ cambiata profondamente la dieta mediatica e ciò ha portato ad enormi difficoltà di misurazione. La gente si serve dei vari media in modo idiosincratico, prendendo un po qua e un po là, e cìò a mio modo di vedere riapre  – per chi fa politica dal basso –  spazi notevoli di comunicazione soprattutto fisici, di faccia a faccia. Chi riesce in qualche modo a prendersi la piazza, a tenerla, a essere presente nei quartieri nei luoghi di lavoro, nei bar, chi riesce a comunicare in modo trasversale scambi di idee e emozioni ha un potenziale molto importante.

Questo ad esempio è stato alla base del successo di Cinque Stelle e Podemos.  Se guardiamo nel concreto delle cose, internet ha pesato molto meno di quanto sembra rispetto a quanto hanno spostato i comizi di Grillo, la loro capacità di mobilitazione, nell’esplosione del fenomeno grillino. Insomma sta cambiando un po’ tutto, c’è un paradossale ritorno a forme di comunicazione e mobilitazione classiche, tradizionali, che si ripropongono mutate ma sono comunque capaci di sfidare l’establishment della comunicazione. 

Infoaut: In un nostro testo su Infoaut abbiamo paragonato Obama a Gorbacev, sottolineando come entrambi possano essere considerati presidenti all’opera in giunture critiche per i loro paesi e dopo i quali niente è più lo stesso. Viene a crollare la legittimità di un’ideologia politica forte come quella che incarnava la Clinton, mentre si innalza fortemente installandosi nel cuore del paese più importante del mondo un populismo politico che è l’elemento delle tue ultime ricerche e che soprattutto in Europa è sempre più diffuso. Quanto secondo te però questa categoria può adattarsi a quanto avviene in America, dove Sanders è elemento che non si sta ponendo (lo vediamo anche nelle sue prime dichiarazioni) al di fuori dell’establishment e dove anche i movimenti alla Black Lives Matter, e prima Occupy, non sembrano ricadere/agire pienamente in questo schema?

E’ difficile dare una risposta univoca, ciò che si capisce è che siamo in pieno dentro un passaggio di fase radicale, su questo non ci sono dubbi. Da qui a dire che la forze della globalizzazione è finita ce ne corre, nel senso che queste sono battute d’arresto sul terreno della legittimazione, cioè della capacità di produrre consenso nei confronti delle scelte del potere, soprattutto di quelle più recenti. Su questo piano c’è un chiara impasse, la controparte ha grandi difficoltà.

Da qui va inoltre sottolineato che senza legittimazione si accresce sempre più la separazione tra capitalismo e democrazia; questa divaricazione viene sempre più percepita come tale da un numero sempre più grande di persone e non solo dalle classi subordinate: è una idea ormai di quello che possiamo chiamare oggi generalmente il popolo, al di là delle analisi sociologiche più varie sulla composizione di classe. Quali possano essere gli esiti degli scenari che si aprono sul piano politico e geopolitico, sui rapporti tra Usa, Russia e Cina, sull’ulteriore arretramento dell’egemonia Usa su scala globale è molto difficile dirlo. Da un lato ci sarà di sicuro un disperato tentativo di recuperare terreno, dovranno essere fatte delle concessioni da parte del potere..basti pensare a come stanno cercando già adesso di attenuare gli effetti più pesanti del liberismo, attraverso governi come quello della May in Inghilterra dopo il terremoto della Brexit.

Si riapre però dall’altra parte tutto uno spazio di rapporti di forza, di margini di trattativa, di un ruolo, a mio modo soprattutto nell’ambito del lavoro per quel movimento sindacale che sarà ancora capace di avere un atteggiamento conflittuale e di arrivare alla trattativa attraverso la lotta. Un altro aspetto da sottolineare per me è che laddove la variante populista, come l’ho chiamata nel titolo del mio ultimo libro, assume connotati e esiti di destra, la capacità delle elites finanziarie globali di riassorbirla è molto alta. Faranno letteralmente di tutto per riuscire in questo passaggio. Già la prime dichiarazioni di Trump –  che su alcuni temi soprattutto economici in campagna elettorale sembrava quasi indistinguibile da Sanders – sembrano nella direzione di voler attenuare quanto promesso in campagna elettorale: si occhieggia ai primi esperti di Goldman Sachs ad esempio..insomma, chi vince nella dimensione populista di destra poi si vede presentare il conto, non è in grado di fare ciò che vuole come gli pare.

La cosa su cui bisogna stare molto attenti, secondo me è come si ci si muove a sinistra nel nuovo scenario cosi magmatico e  contraddittorio. La cosa che va evitata come la peste, e che ho già visto emergere da giornali come Manifesto e in alcuni commenti circolati in rete, è rispondere con un riflesso frontista, che grida “Aiuto aiuto arriva il fascismo”. Se la minaccia principale è quella fascista, ne è conseguenza che ci si può alleare con i “democratici” per impedire che questo succeda..cioè passare ulteriormente dalla parte sbagliata della barricata.

C’è quindi un doppio rischio di rivoluzione passiva, per dirla con Gramsci: da un lato l’integrazione del populismo di destra nella logica sistemica, dall’altro l’assorbimento della “sinistra radicale”  all’interno di una coalizione a difesa delle istituzioni a fronte di un presunto pericolo fascista, che all’oggi è davvero immaginario per quello che possiamo vedere. La storia non si ripete uguale a sé stessa, per dirla con Mao oggi il nemico principale non è certo il ritorno del fascismo, per modo di produzione e rapporti di forza interni anche alle stesse elites un passaggio di questo tipo non è pensabile. Bisogna stare attenti invece a questo passaggio di fase, sfruttare le contraddizioni del nemico per fare i nostri interessi di classe; non certo mobilitarci a difesa di un interesse generale, a una difesa di una “democrazia”, la quale non mi sembra sia stata in grado di assicurarci molto negli ultimi decenni.

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