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I giorni dell’isolamento… dal libro di Mario Trudu

Riporto oggi un altro brano tratto dal libro autobiografico del nostro amico Mario Trudu, in carcere dal 1979 e, da poco, “residente” nella Casa di reclusione di San Gimignano.

Il libro si chiama “Totu sa beridadu – Tutta la verità” e racconta di come la sua vita di pastore saldo fu, a partire dal maggio 1979, sconvolta per sempre.

Nell’estratto che pubblico oggi Mario Trudu rievoca alcuni aspetti della quotidianità carceraria dei primi tempi dell’isolamento -succeduti all’arresto- nel carcere di Cagliari.

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Secondo giorno. Avevo dormito di filata fino all’alba senza che nessuno venisse a disturbarmi, ma, anche se sveglio, rimasi ancora a letto. Non avevo motivo per alzarmi preso. Non dovevo mungere o fare un giro a controllare le mucche. In quel luogo avevo il “servo” per conto mio, mi portavano anche il latte in “camera”!.

Dopo un po’ sentii il blindo aprirsi e, anche quella mattina, fu la guardia a chiedermi se volevo il latte, non il lavorante come nelle altre celle, ma non mi preoccupavo più di tanto. Dicevo a me stesso: “Vedrai che si stufano. Anche per me, prima o poi, sarà come per gli altri”. Ma pensavo che non sarebbe finita tanto presto. Mi ero ricordato dei miei amici e paesani arrestati nel dicembre del 1976, che erano rimasti isolati per sette mesi in quel maledetto carcere. Quei lunghi isolamenti erano normali, facevano parte della “politica” di Lombardini. Non c’era altro giudice che in Sardegna applicasse isolamenti così lunghi.

Iniziava un nuovo giorno e pensavo a cosa avrei escogitato per passare il tempo. Pensavo che sarebbe arrivato il giudice a interrogarmi e mi chiedevo se dovevo o no rispondere alle domande. Si dice che quando una persona è innocente non esistano domande che possano metterla in imbarazzo, ma non è vero, soprattutto nella situazione in cui ero io. Accusato di un reato grave come il sequestro di persona, tenuto in isolamento totale dal giudice Lombardini che al mio paese non a caso aveva fama di essere “il boia” da quanto aveva fatto arrestare il prete, don Foddis, con l’accusa di favoreggiamento nei confronti dei latitanti. Quel pover’uomo dopo cinque o sei mesi di isolamento fu scarcerato, ma morì poco tempo dopo per il dispiacere di essersi visto arrestare e imprigionare senza colpe.

Verso le dieci mi fecero fare i minuti d’aria da solo, nello stesso bugigattolo di cortile del giorno prima. Rientrato sentii sotto la finestra il trambusto dei detenuti che stavano rientrando dall’aria. Una voce non tanto alta disse: “Oh! Mariè” (oh Mario). Io chiesi: “Ser Luisu?” (sei Luigi?).  La risposta fu affermativa. Luigi era un mio paesano, si trovava nel carcere di Cagliari per il processo d’Appello per la strage di Lanusei. Da allora ogni giorno aspettavo che arrivasse quel momento per sentirmi chiamare. Durò per tutto il tempo dell’isolamento e, anche se ci dicevamo una sola parola, mi faceva compagnia e mi dava coraggio.

Quando più tardi mi restituirono la gavetta con il pranzo, vidi che non era la mia, faceva schifo, aveva i lati neri e sudici, era affumicata. Forse il proprietario non aveva il fornellino a gas e usava degli stoppini fatti di giornale per riscaldare il cibo. Rovesciai “il pranzo” nel cesso e ricominciai il lavoro di pulizia della gavetta con pezzuola e calcinaci. Mi vengono alla mente le parole di Voltaire che diceva: <>, e io posso aggiungere “anche il pensiero delle disgrazie”.

Più tardi andai all’aria, mi fecero fare venti minuti e, una volta in cella, mi accorsi che avevano cambiato le lampadine rotte la sera precedente.

Quando mi mettevo alla finestra sentivo la televisione accesa nelle altre celle. Anche se io non ero uno che l’amava molto, non averla mi metteva ansia. Avrei voluto sentire il telegiornale, sapere come stavano facendo apparire un innocente all’opinione pubblica. Ero all’oscuro di tutto, non potevo neppure comprare i giornali e, a tutto ciò che immaginavo avrebbero detto, non avrei potuto replicare.

Ritornò l’ora di cena, il menù era quello della sera prima: le solite due patate, mezza gavetta d’acqua con due chiazze d’olio, e, come la sera precedente, buttai tutto nel cesso, non lavai nemmeno la gavetta. Mi sarebbe piaciuto potermi addormentare e rimanere giorni e giorni senza svegliarmi.

Sul tardi aprirono il blindo e si affacciò una guardia, salutò e si appoggiò al cancello e mi disse: “Non tidha pighis non sses su solu a esseres tratau aici” (non prendertela, non sei il solo ad essere trattato così).

Gli domandai se ci conoscevamo e mi disse: “No, ho aperto il blindo perché credo che una chiacchierata faccia bene. Ho visto tante di quelle persone isolate che credo di sapere cosa voglia dire rimanere giorni senza parlare con nessuno”. Poi iniziò a parlare dei miei paesani che c’erano stati prima di me. Rimase per circa un’ora, poi, sentendo dei cancelli aprirsi, pensò che fossero dei suoi superiori e se ne andò.

(….)

Mentre percorrevamo il lungo corridoio che conduceva al braccio sinistro incontrammo un detenuto sorretto da due compagni. Lo stavano accompagnando in infermeria, aveva il ventre squarciato, pensai che avesse litigato con qualcuno e fosse stato accoltellato. Tempo dopo compresi e vidi con i miei occhi quanta gente autolesionista c’è in carcere. La maggior parte si taglia quando beve un bicchiere di vino in più. L’amministrazione non aiutava di certo passando il vino alle sei e mezzo del mattino, molti lo bevevano a digiuno e li mandava subito in tilt.

(..)

Tornai in cella  e trovai i soliti due panini e le due mele sulla tavola, mancava la gavetta, sicuramente l’avevano presa per portarmi il pranzo. Mi guardai intorno, dovevo trovare qualcosa da fare o i secondi sarebbero passati come ore. Presi di nuovo i piatti, le posate e il boccale e misi tutto sul tavolo, scavai un po’ di sabbia dal muro e anche se erano puliti li lavai di nuovo, sfregandoli fino a stancarmi, li risciacquai e li rimisi a posto. Finalmente arrivò la sbobba e, come al solito mi avevano scambiato la gavetta, mi sfogai con la guardia dicendogliene di tutti i colori, quello richiuse il blindo e dopo un po’ lo sentii prendersela con qualcuno, credo che fosse il lavorante, e da quel giorno raramente si sbagliarono. Comunque presi la gavetta, rovesciai il contenuto nel cesso e anche quel giorno pranzai con un panino e una mela.

Quella notte accesero il riscaldamento. Mi svegliai che non potevo respirare, con il corpo bloccato, non potevo muovere un solo muscolo, volevo alzarmi ma non ce la facevo, volevo gridare ma non avevo voce, dalla gola mi usciva un rantolo incomprensibile. Mi ricordai delle parole di Villa Santa che mi diceva che mi sarei impiccato in cella. Mi dicevo: “Vedrai quante risate si farà sapendo che mi hanno trovato in cella morto come un topo”. Credo che siano stati quei pensieri ad avermi dato la forza di buttarmi già dal letto e strisciare fin sotto la finestra. Non so quanto temo ci volle, ma il lavoro più arduo doveva ancora venire. Dovevo arrivare a toccare la finestra e le forze stavano diminuendo, ma feci l’ultimo sforzo riuscendo ad aprirla, e mi lasciai andare per terra a gustare quel poco d’aria che lasciavano filtrare la rete e la bocca di lupo. Da quell’episodio sono passati trent’anni e ancora oggi, se mi capita di addormentarmi con la finestra chiusa, mi sveglio di soprassalto e devo aprirla subito o mi sembra di soffocare.

Il quarto giorno, verso le cinque del mattino, mi svegliai con un dolore lancinante alla mano destra. Mentre dormivo avevo dato un pugno al muro che mi causò un gonfiore e dei lividi che durarono parecchi giorni. Nel sonno avevo visto il mio accusatore e avevo confuso il muro con la sua faccia.

Le giornate stavano diventando un copione, ogni giorno il solito tran tran. A tarda mattinata venne la guardia, aveva in mano un rotolo di carta igienica, ne arrotolò un po’ nella mano, la strappò e me la diede, sorridendo gli dissi: “Quanto tempo deve durare’”. “Per 15 giorni” rispose e richiuse il blindo. Contai di quanti fazzoletti era composta la striscia, erano 59. Bene, pensai, mi spettano quattro pezzi al giorno. Mi ricordai che in tutti quei giorni non ero andato in bagno. Forse era la situazione o il nervoso. Più tardi la stessa guardia mi portò una saponetta e un po’ di detersivo, forse erano 50 grammi e dissi a me stesso: “Oe si intendente bundanthiosos” (oggi si sentono generosi).

(…)

 

da http://urladalsilenzio.wordpress.com

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