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Su Fuan, Unito ed uso politico della dimensione giudiziaria

11 Novembre 2020 | in ANTIFASCISMO&NUOVE DESTRE.

Pubblichiamo il lungo contributo di Anna, una delle giovani antifasciste sottoposte alla misura cautelare del divieto di dimora dal comune di Torino il 23 luglio scorso.

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"...Ciò detto, ecco perchè il mondo sarebbe un posto migliore se non esistesse il FUAN, perchè l'amministrazione dell'Università di Torino approfitta dei/parteggia per i fascisti e asseconda la questura, e perchè la sinergia tra apparati polizieschi e procura torinesi che hanno reso la nostra città un laboratorio di pratiche repressive riguarda tutt*..."

Buona lettura

"Ciao a tutte e tutti,

sono passati ormai più di tre mesi da quando il Tribunale di Torino ha deciso di applicare nei miei confronti la misura cautelare del Divieto di Dimora dalla città. Le mie compagne e i miei compagni di (s)ventura sono altr* ventidue giovan* e student* che, come me, sono stat* privat* di un pezzetto significativo della loro libertà e della possibilità di fare delle scelte per le proprie vite. Chi rinchiuso nel perimetro di un appartamento, chi sradicat* dalla città in cui è nat* o nella quale ha scelto di vivere, da casa sua, dagli affetti, dalle sue cose, dall’università , dal lavoro o ancora chi vive e organizza le sue giornate cadenzate dall’incombenza dell’obbligo di presentarsi quotidianamente in commissariato per autografare un foglio. La nostra colpa? Essere antifascist* e avere contestato la presenza del FUAN al Campus Luigi Einaudi il 13 febbraio scorso direbbe qualcun*. Essere anche giovani attiv* nelle lotte sociali in città e in Val di Susa affermerebbero altr*. Probabilmente entrambe le cose. La verità, io credo, è che quale che sia la più o meno presunta ragione che ha spinto questura, procura e tribunale di Torino a denunciare 33 persone e emettere 22 misure cautelari per i fatti di Febbraio in Università, quello che ci sta succedendo è profondamente ingiusto.

Dopo l’applicazione tardiva di altri due obblighi di firma ad Anna ed Edoardo e poiché in questo periodo più che in altri momenti ho sofferto la lontananza da Torino, ho deciso di condividere alcune considerazioni. Io sono Anna, sono una giovane donna, sono antifascista, sono notav, (spoiler: sono pure prolissa, e raccogliere tre mesi di riflessioni in un post è ardua operazione, mi scuso in anticipo) e sono schifata di rabbia. Schifata, ma a spingermi a scrivere non è il bisogno di sfogarmi, tantomeno l’incredulità che può derivare dal vedersi notificare un Divieto di Dimora per un’iniziativa in Università. Al contrario, ho deciso di mettere nero su bianco alcuni pensieri perché a Torino dispensare misure cautelari come fossero noccioline è diventata prassi e, ancor peggio, una prassi normalizzata.

In questa come in tante altre storie non c’è niente di normale o legittimo: ci sono loro, che impugnano la legge a loro piacimento, spesso aggirando e travalicando i limiti della legge stessa e che forti del loro privilegio affermano con arroganza il loro dominio su di noi, punendoci per quel che siamo più che per quel che facciamo, accreditando il loro operato grazie alla compiacenza di mezzi stampa mainstream; poi ci siamo noi, giovan* e student* senza santi in paradiso, che conoscono l’abissale distinzione tra ciò che è legale e ciò che è giusto, che dalla loro hanno la forza della ragione e quell’energia irriducibile che scaturisce dalla voglia e dalla necessità di fare di questo mondo un posto migliore e non è poco, anche se quello che abbiamo da dire non trova spazio sui giornali ma solo sui nostri profili Facebook.

Ciò detto, ecco perché il mondo sarebbe un posto migliore se al mondo non esistesse il FUAN, perché l’amministrazione dell’Università di Torino approfitta dei/parteggia per i fascisti e asseconda la questura, e perché la sinergia tra apparati polizieschi e procura torinesi che hanno reso la nostra città un laboratorio di pratiche repressive riguarda tutt*:

“Scontri tra centri sociali e studenti di destra”. Questa è la narrazione univoca che le testate giornalistiche hanno dato della contestazione antifascista di febbraio. Loro sono “studenti di destra” e non “neofascisti” o “militanti del partito Fratelli di Italia.” Noi siamo “antagonisti” o “dei centri sociali”, nemmeno “studenti di sinistra” (cosı̀ eh, per par condicio o almeno per simulare una formale imparzialità ). La scelta di una definizione piuttosto che un’altra non è mai neutrale, cosı̀ come la selezione d’informazioni che si decide di fornire o di omettere. Entrambe le cose dipendono dall’obiettivo che si vuole raggiungere: in questo caso screditare, semplificare e perimetrare la reazione spontanea e partecipata di una parte, dando conseguentemente sponda alla seconda.

Ma chi sono questi bravi studenti di destra? Nelle prossime righe, qualche coordinata su chi sono i militanti del FUAN, la loro storia e la loro struttura, che non saranno esaustive di tutte le avventure di questi baldi giovanotti e di tutti gli animali fantastici che ha sfornato quest’organizzazione negli anni, ma che spero possano essere utili a far capire perché li definiamo fascisti ed è giusto contestarli.

+++ Alert pippone: La storia del FUAN è lunga (e noiosa quanto loro). Tenterò di liofilizzarla il più possibile, inserendo solo quei passaggi che mi sembrano utili a restituire un resoconto dei loro settant'anni di peripezie. Se già ne sapete abbastanza o non avete tempo da perdere balzate al prossimo paragrafo.

Il Fronte Universitario d’Azione Nazionale viene fondato a Roma nel 1950 da universitari aderenti alle sezioni giovanili del nientepopodimeno Movimento Sociale Italiano, caratterizzandosi ben presto per una maggiore radicalità rispetto la linea ufficiale del partito e ritagliandosi in questo senso spazi di autonomia d’azione.

Attraversano il complesso periodo storico e politico degli anni seguenti la loro nascita con sostanziale continuità, qualche dissomiglianza tra sezioni territoriali o a seconda dell’influenza del loro presidente di turno (nel 1979 sotto la presidenza di Giuliano Laffranco, ad esempio, cambiano nome in “FUAN Destra Universitaria").

Dopo il congresso di Fiuggi del 1995 e la svolta governista operata dall’allora segretario del partito Gianfranco Fini, che portò allo scioglimento del vecchio partito e alla nascita di Alleanza Nazionale, il FUAN cambia nome in Azione Universitaria, collocandosi come componente interna dell’organizzazione giovanile di AN Azione Giovani (non il nucleo torinese, che per continuità alla tradizione neofascista e meno moderata dell’MSI rautiano decide di mantenere l’acronimo FUAN).

E’ il 2009 e presso la Fiera di Roma “nasce il partito degli italiani”. C’erano l’allora reggente di AN Ignazio La Russa, Berlusconi e un palco a forma di ponte per simboleggiare la confluenza di Alleanza Nazionale nel Popolo della Libertà. A differenza di Azione Giovani però, Azione Universitaria non conBluisce formalmente nella sezione giovanile del PdL Giovane Italia. Non che rimangano orfani eh... come tanti altri, anche le due punte di diamante del FUAN torinese Augusta Montaruli e Maurizio Marrone iniziano la loro carriera da stipendiati in quota PdL proprio in quel periodo. Più che altro una scelta di campo, d’altronde presentarsi in Università durante la stagione dell’Onda No Gelmini come costola universitaria del suo partito non era una gran mossa.

Nel 2012 in casa PdL c’è un po’ di maretta, non tutti condividono il supporto dato dal partito al Governo Monti. Tra questi Giorgia Meloni che, insieme a La Russa, Crosetto e altri della cricca fonda Fratelli d’Italia. Fin dal suo concepimento, il “nuovo” partito Dio, Patria e Famiglia s‘ispira all’esperienza di Alleanza Nazionale e alla tradizione del MSI, ereditandone anche simbolo e struttura. Come i suoi precursori, Fratelli d’Italia è una formazione politica fatta di sezioni e nuclei, attenta a organizzare le sue frange giovanili all’interno di gruppi studenteschi e circoli identitari, pagati dal partito, che ricordano le esperienze dei centri sociali di destra di CasaPound (a Torino c’è toccato Aliud, spazio aperto nel 2019 in quartiere San Paolo, alla cui inaugurazione partecipò Roberto Rosso. Si, quello accusato di voto di scambio politico mafioso nell’ambito di un’inchiesta sulle inBiltrazioni della 'ndrangheta in Piemonte).

Giorgia Meloni non è una neofita: rampolla di partito, inizia il suo cursus honorum a quindici anni aderendo alla sezione giovanile del MSI, diventa responsabile nazionale di Azione Studentesca prima, dirigente di Azione Giovani dopo e poi, ça va sans dire, intraprende la sua carriera da parlamentare. La storia di tanti politici che hanno costruito la loro carriera nelle istituzioni con la gavetta nella rappresentanza studentesca insomma.

E’ sotto sua spinta che nel 2014 nasce Gioventù Nazionale, la compagine giovanile di Fratelli d’Italia che riunisce i militanti del partito fino ai trent’anni e le due organizzazioni studentesche. Azione Universitaria (“Fuan – Aliud Torino” la versione nostrana) rientra quindi formalmente sotto l’ala protettrice di partito. E che partito!

Mentre Meloni e compagnia riorganizzavano la loro ala giovanile, nel 2014 io iniziavo il mio ultimo anno di Liceo e maturavo la decisione di trasferirmi a Torino. La me diciannovenne non aveva bisogno di cambiare aria, non voleva approfittare degli anni dell’università per fare un’esperienza fuori casa e non stava rincorrendo l’ammissione a una facoltà di particolare prestigio. La me diciannovenne, come la venticinquenne, voleva vivere a Torino e basta. Cercavo un posto che mi consentisse di non sentirmi solo una “fuori sede” ma parte integrante di un tessuto e di una storia cittadina che mi ha sempre affascinata. Una città in cui sai quando arrivi e non se te ne andrai. Mi sono trasferita a settembre dell’anno successivo, carica di aspettative. Torino le ha sapute soddisfare quasi tutte. Ho pian piano scoperto e mi sono scontrata anche con le sue contraddizioni: alcune le ho fatte mie, altre le ho aggredite nel tempo dotandomi di strumenti per farlo. Quelli per affrontare la frustrazione scaturita dal rendermi conto di quanto inappagante e disonesta fosse l’Università, cosı̀ per com’è concepita e strutturata oggi, li ho costruiti avvicinandomi alla vita politica studentesca, confrontandomi e discutendo con altr* student*, frequentando quei pochi spazi slegati dai meccanismi competitivi e alienanti della vita accademica e sfruttando tutte le occasioni possibili per approfondire argomenti e non limitarmi ad acquisire nozioni.

Dopo poco più di un mese dal mio trasferimento ho conosciuto il Fuan: ricordo lo sconcerto che ho provato nell’entrare in università facendo slalom tra i poliziotti e la perplessità davanti alla richiesta di un funzionario di fornire le mie generalità per accedere in Palazzina Einaudi (avrei scoperto di lı̀ a breve che trasformare l’ateneo in una questura a cielo aperto in occasione dei volantinaggi di quell’organizzazione politica era un’usanza torinese). Tra gli “studenti di destra” quel giorno c’era anche il Consigliere Regionale Maurizio Marrone, un’altra creatura sfornata dal FUAN che ha fatto carriera e ha imparato a godersi i propri privilegi fin da giovane. Quello che si faceva le foto a Predappio con il braccio teso. Quello che voleva diffondere nelle scuole pubbliche il fumetto revisionista e di stampo fascistoide “Foiba Rossa”. Quello che vuole finanziare le associazioni Pro Life e ha portato avanti la crociata contro le nuove linee guida del Ministero della Salute sull’aborto farmacologico facendo si che la pillola Ru486, in Piemonte, non potrà essere somministrata nei consultori ma solo tramite ricovero ospedaliero. Sessismo e misoginia d’altronde sono due dei pilastri della loro ideologia: pochi mesi fa sulla loro pagina Facebook si definivano “figli sani del patriarcato” riferendosi al coro femminista “lo stupratore non è un malato è il figlio sano del patriarcato”, capito di chi parliamo? L’episodio cui fanno riferimento nel post è la loro infelice decisione di “scendere in campo fisicamente a difesa della nostra memoria storica” e “liberare” la statua dello stupratore e colonizzatore Amedeo VI di Savoia dal drappo fucsia che gli era stato affisso sopra in occasione del Pride: “Sempre più spesso assistiamo ad una criminalizzazione pubblica del patriarcato, pilastro sociale che ha retto millenni di civiltà” scrivono “noi abbiamo scelto da che parte stare: siamo contro la scomparsa dell’Uomo” continuano “per la difesa dei valori tradizionali, della Patria, della famiglia, della nostra identità. Sı,̀ siamo davvero i figli sani del patriarcato” concludono. Un’altra occasione di tenere la bocca chiusa persa, ragazzi. Sono già andata lunga, ma è difficile scegliere quali episodi o prese di posizione pubbliche selezionare per dar contezza dello schifo che fanno e di che livelli riescano a raggiungere. Fortunatamente il FUAN originale è ancora più raccapricciante di quanto lo renda io, quindi v’invito a fare direttamente un giro sulle loro pagine social: troverete incontri con preti esorcisti che han “visto il nemico, quello vero, aldilà di ogni schizofrenia” evento imperdibile poiché “la lotta contro il male in senso metafisico è da sempre al centro dei pensieri dell’uomo di militia che compie la propria guerra santa spirituale” (no raga, non è uno scherzo); una galassia di razzismo becero e sciacallaggio elettorale che spazia dalla scontata e triste retorica del “Italiani chiusi in casa, porti spalancati ai migranti” ad indecenti asserzioni come “mentre tutti si inginocchiano, noi resteremo in piedi: consci della civiltà di cui vogliamo essere eredi” in riferimento alle iniziative di protesta contro l’omicidio di George Floyd; dibattiti revisionisti, l’ultimo sulla strage di Bologna a cui per “gettare luce” su quella pagina di storia è stato invitato Gabriele Adinolfi, tra i fondatori di Terza Posizione, inquisito per reati associativi proprio nell'ambito delle indagini per la strage (per la quale, tra gli altri, vennero condannati Valerio Fioravanti e Francesca Mambro che, prima della svolta interventista e armata nei NAR, vantano anni di militanza nelle sezioni giovanili del MSI e del FUAN romani); presentazioni di capolavori della letteratura italiana con la presenza di autori di spessore come Gianni Alemanno (in seguito alla condanna per corruzione in relazione a un filone del processo “Mafia Capitale” confermata in Appello pochi giorni fa, il post dell’evento della presentazione di “Sovranismo. Le radici e il progetto” del 2 ottobre è stato rimosso dalla loro pagina).

Per quanto riguarda il programma politico di quest’anno accademico e il loro lavoro in Università, il leitmotiv è quello di impegnarsi a “contrastare il pensiero unico e i collettivi di sinistra”. No no es amor lo que il Fuan siente se llama obsesion, sapevatelo.

Alla luce di questo, la domanda che credo sia facile sorga spontanea è: com’è possibile che un’organizzazione del genere, legata a un partito del genere, sia compatibile con l’Università (pur intendendo quest’ultima per ciò che è oggi e non per quello che vorremmo fosse)? La risposta è banale quanto la domanda: non lo è . Pur non essendolo però, per l’Università è più utile che il Fuan ci sia e abbia degli spazi garantiti piuttosto che il contrario, per diversi ordini di motivi:

Il Fuan, tramite la cui presenza viene permesso (e richiesto!) l’intervento della polizia in ateneo, è uno strumento che l’amministrazione utilizza per neutralizzare e disinnescare qualsiasi manifestazione di rifiuto o forma di dissenso che non sia conforme a questo modello universitario. Quello di “garantire la libertà di espressione” a dei neofascisti, oltre che una scelta discutibile, non è altro che un pretesto: primo, mandando preventivamente dei picchiatori a soffocare la possibile reazione di chi ha idee contrarie a quelle promulgate dal Fuan, si garantisce la libertà d’espressione del Fuan, non la libertà d’espressione (se poi non ci si esprime circa l’accanimento contro ventuno student* antifascist* non solo la si garantisce, la si sostiene). E non c’è giustificazione a “la presenza della polizia è fondamentale a evitare disordini ed episodi di scontro” che tenga. I disordini e lo scontro ci sono perché in Università viene consentito l’ingresso ai fascisti e alla polizia, non perché ci sono le/i antifascist*. No fascisti, no polizia, no contestazioni al Fuan. Secondo, non è un caso che in concomitanza all’operazione repressiva che ha colpito noi student* la questura abbia sequestrato l’aula studio autogestita C1, uno spazio d’incontro, di scambio e arricchimento. Polmone verde di un’Università grigia, svalorizzante e organizzata sui ritmi competitivi della produzione per le/gli student*; macchia di sugo su un completo bianco, ditata su una vetrina luccicante per l’amministrazione. Posto scomodo, sopravvissuto per anni alle minacce di sgombero di rettori e responsabili del Campus che si sono susseguiti (l’ultimo tentativo nel 2015, sempre in occasione di una provocazione del Fuan, quando decine di celerini hanno sequestrato una quarantina di student* intent* a preparare esami nell’aula circondandola e tentando di rompere le vetrate con i manganelli). Questa volta, sfruttando una dimensione d’incertezza e riapertura sommaria dell’ateneo post pandemia, grazie alle piroette della polizia nella ricostruzione dei fatti di febbraio e alle giravolte narrative dei giornali che hanno aiutato a preparare il campo, i vigliacchi, approfittando di altri vigliacchi, sono andati a segno.

Conformemente alla tendenza generale ad affrontare e risolvere dimensioni di dissenso e di conflitto come questioni di ordine pubblico e non sociale che caratterizza la gestione della città di Torino, anche in Università assistiamo spesso alla supplenza di polizia e magistratura, in assenza di risposte politiche da parte dell’istituzione accademica.

Un* student* che abbia partecipato a una qualsiasi iniziativa o contestazione negli ultimi anni (che fossero contro la presenza di gruppi fascisti, i tagli al diritto allo studio e l’aumento delle tasse universitarie, la mancanza di spazi, la loro privatizzazione o il licenziamento di lavoratrici e lavoratori dell’università, per citarne alcune che mi vengono in mente) è più probabile si sia “confrontat*” con un reparto di polizia che con l’amministrazione universitaria, o che questa abbia preso posizioni in merito alle istanze portate avanti che non fossero scocciate dichiarazioni di circostanza, quando non direttamente (e letteralmente) porte in faccia.

Il copione, anche in questo caso, è il medesimo: militarizzazione preventiva del Campus in barba a qualsiasi pretesa democratica di garanzia della libertà di dissenso; incapacità dei vertici universitari di prendere atto e rispondere politicamente alla reazione di student* e di parte della comunità accademica contro la provocazione del Fuan e la folle gestione poliziesca di quella giornata (tanto che, non paghi, il giorno seguente richiedono lo sgombero delle aule della Palazzina Einaudi in cui si stavano svolgendo degli esami perché sul terrazzo al piano superiore le/i student* antifascist* erano riunit* in assemblea e, la settimana dopo, l’intervento delle forze dell’ordine, che hanno accerchiato con decine di camionette l’assemblea antifascista che si teneva nella main hall del Campus); silenzio stampa circa l’arresto e la traduzione in carcere di tre student*, rotto dal presidente leghista di Edisu Sciretti che, dopo mesi di dichiarazioni e campagna elettorale che hanno trovato largo spazio sui giornali, con l’assessora regionale all’istruzione di Fratelli d’Italia Elena Chiorino, ha inserito nel bando per l’ottenimento della borsa di studio di quest’anno accademico una clausola che permette di revocarla o non erogarla alle/i student* considerat* “non meritevoli” sulla base della loro condotta politica. Se da un leghista che (in occasione delle manifestazioni post sgombero dell’Asilo occupato) sosteneva ci volesse “un po’ di scuola Diaz” e da un’assessora dello stesso partito del Fuan ci si potevano aspettare prese d’iniziativa gravi come questa, il fatto che Rettore, Senato Accademico e compagnia cantante non abbiano fatto nulla per impedire questa misura è inaccettabile e al tempo stesso dimostrazione della loro scelta di abdicare alla responsabilità politica di garantire un diritto inalienabile come quello di studiare, rimettendosi e avvallando il sistema repressivo e punitivo che ormai da tempo contraddistingue l’amministrazione della nostra città.

Fatto trenta faccio trentuno. Ho sbrodolato fin qui, tanto vale togliersi tutti i sassolini dalla scarpa e aggiungere un ultimo pezzetto, cosı̀ son sicura di risparmiarvi seconde parti, puntate o volumi.

Sul (mal)funzionamento del sistema giudiziario e i meccanismi che lo regolano ci sarebbe tanto da approfondire e da scrivere, sicuramente non ne ho le competenze. Quello che posso e m’importa aggiungere però , sono alcune considerazioni circa l’uso politico che Procura e Tribunale di Torino fanno della dimensione giudiziaria, che ha configurato la città come un laboratorio di esperimenti e pratiche repressive.

Per palesare l’utilizzo che viene fatto del diritto penale come mezzo di lotta ai fenomeni sociali e l’impiego di dispositivi coercitivi come strumenti per disinnescare e neutralizzare qualsiasi forma di dissenso o attivismo politico potrebbero essere raccontate, purtroppo, innumerevoli storie. Proprio il fatto che la mia e quella di altr* ventun giovani sia una delle tante e non abbia alcuna connotazione d’eccezionalità, ma s’inserisca in una dimensione di repressione sistemica, è una delle ragioni per cui credo vada raccontata.

Riavvolgiamo il nastro: il 13 febbraio alcuni militanti del Fuan si presentano al Campus Einaudi scortati da mezza questura di Torino per contestare un dibattito organizzato dall’ANPI che titolava “Fascismo, colonialismo, foibe - l’uso politico della memoria per manipolare le verità storiche”, un nutrito gruppo di studenti spontaneamente reagisce alla provocazione del Fuan, la polizia scorta all’esterno del Campus i militanti di Fratelli d’Italia e successivamente effettua tre arresti arbitrari. Seguono giorni di mobilitazione che coinvolgono tant* studenti e parte della comunità accademica: fascisti e polizia in Università non devono più avere spazio e immediata deve essere la liberazione delle/i arrestat*. A fine febbraio a Torino come nel resto d’Italia s’inizia a fare i conti con lo spaesamento e le preoccupazioni dovute al diffondersi della pandemia di Covid-19 e, dopo le prime restrizioni, il 9 marzo l’intero paese viene messo in lockdown. Senza aprire parentesi su un argomento che merita tutt’altro spazio, nomino questa cosa perché a me ha fatto sbroccare l’idea che, mentre si consumava una strage, collassavano sistema sanitario ed economico e la maggior parte della popolazione non sapeva più da che parte sbattere la testa, c’era chi nei propri uffici riteneva prioritario buttare tempo e risorse per confezionare un pacchetto di ventuno misure cautelari per una contestazione in università. Il 23 luglio, puntuale come le tasse e in concomitanza all’estate di lotta notav, scatta l’operazione repressiva e la notifica di tre arresti domiciliari, otto divieti di dimora e nove obblighi di firma (gli altri due verranno aggiunti a seguito di identificazioni tardive il 7 ottobre).

Leggendo gli atti dell’ordinanza, si afferra molto della pretestuosità e del carattere meramente punitivo delle misure cautelari, dell’iter e dei criteri che portano alla loro emanazione.

Grande protagonista dell’azione giudiziaria è la polizia, nello specifico la Digos, che non si limita ad acquisire elementi necessari all’avvio delle indagini, cosa che peraltro fa in una prospettiva unidirezionale (poiché le indagini preliminari sono funzionali esclusivamente a stabilire se sussistano i presupposti per l’esercizio dell’azione penale, pm e polizia giudiziaria dovrebbero ottenere anche documentazione a favore degli indagati). Invece, nonostante il codice vorrebbe fosse la Procura responsabile delle indagini e padrona della qualificazione giuridica, nelle sue ricostruzioni ci pensa la Digos a definire cosa sia reato e cosa no, a valutare le condotte come penalmente rilevanti, a selezionare gli indagati. Di queste ricostruzioni, che costituiscono la base su cui la Procura avanza le richieste (al Giudice delle Indagini Preliminari) di applicazione delle misure cautelari, sono interessanti almeno due aspetti:

il primo, è l’allargamento dell’area penalmente rilevante, conseguente al fatto che gli episodi vengono ricostruiti in modo fortemente sovradimensionato. Nel mio caso (e non solo) ad esempio, cantare un coro diventa un tentativo di aggressione da classificare come resistenza a pubblico ufficiale, cosı̀ come muovermi all’interno della Palazzina Einaudi. Cercare di avvicinarmi a uno studente che veniva trascinato via prima, provare a trattenere Maya e Carola che venivano fermate dopo, diventano attacchi violenti ai funzionari di polizia. Scritta nero su bianco, la ragione per cui il primo ragazzo è stato fermato e poi tradotto in carcere sarebbe quella di aver cercato di dare letteralmente una pedata nel culo a un militante del Fuan mentre questi venivano scortati all’esterno del Campus. In carcere. Circa la mia presunta aggressione ai funzionari di polizia riferita ai momenti successivi invece, mi verrebbe da dire che il fatto che una persona disarmata intenta a trattenerne un’altra e ad ostacolarne l’arresto faccia addirittura male a due poliziotti, o è una ricostruzione quantomeno inverosimile o alla questura di Torino hanno un problema d’organico. Stando ai video quasi direi la prima (anche se, quando tra i referti medici dei vari poliziotti che hanno fatto un giro in pronto soccorso quel pomeriggio, leggi quello dell’agente cui hanno dato 8 giorni di prognosi per un trauma da schiacciamento al piede causato dalla ruota dell’autovettura guidata dal collega, il dubbio che sia la seconda ti viene). Se disgraziatamente ti capita di tenere un megafono in mano poi, il “contributo causale”, nell’ambito del reato di concorso che tanto va di moda tra la Procura di Torino, è omaggio.

Ciò che fa rabbrividire, è che questi si adoperano pure (con buona pace dei contribuenti, considerata la quantità di soldi pubblici sprecati per queste operazioni) nel fornire del materiale che giustifichi il loro impianto accusatorio, ma nonostante le immagini effettuate dalla polizia scientifica stessa e allegate agli atti mostrino si tratti di un’ipotesi d’accusa totalmente sproporzionata, né pm né gip hanno messo in discussione l’impianto tracciato dalla polizia.

Il secondo è la propensione, davanti a reati collettivi, all’identificazione e alla selezione degli individui conosciuti dalla polizia in quanto soggetti attivi nelle lotte sociali e nel movimento torinese e valsusino. Prevalente è l’attenzione a stabilire chi tu sia, non ciò che materialmente hai fatto. Nel suo lavoro di ricostruzione infatti, per buona parte la Digos si adopera nel fornire materiale sui singoli indagati che non ha attinenza con i fatti che vengono presi in esame. Pagine e pagine vengono riempite di tutte le informazioni personali che la polizia ha raccolto su di noi negli anni, non solo quelle che hanno avuto una rilevanza giudiziaria come i certificati penali, ma anche la sfilza di annotazioni circa segnalazioni o denunce che ci riguardano, a prescindere dal fatto che queste siano state o meno confermate in fase processuale (anzi, alcune delle postille che pedissequamente vengono inserite sono riferite a vicende per cui il tribunale ha emesso sentenze di assoluzione). Integrare questo sapere accumulato dalla polizia, ha l’obiettivo di costruire intorno a noi indagati un’immagine di pericolosità funzionale alla valutazione della necessità di applicazione delle misure cautelari: può pure darsi, signor Giudice, che nonostante il nostro impegno nel fornirne una ricostruzione sovradimensionata, i fatti risultino insufficienti per giustificare le esigenze cautelari, ma attorno alla vicenda c’è uno straordinario allarme sociale, perché questi sono dei criminali. Se poi tra queste righe vengono nominate le due paroline magiche “no” e “tav”, il gioco è praticamente fatto (tanto che, già che c’è, il PM su indicazione della Digos richiede per me e qualcun’altr* di estendere il divieto di dimora dal comune di Torino anche a quelli di Chiomonte, Giaglione, Venaus, Bussoleno, Susa, Salbertrand, Gravere ed Exilles. L’istanza non viene accolta dal GIP, poiché non strettamente correlata ai reati per cui vengono predisposte le misure. Detto ciò , è evidente che inserire notizie sul nostro attivismo in Val di Susa, di nulla attinenza ai fatti che ci vengono contestati nel caso specifico, è stato utile a motivare l’urgenza cautelare).

In questo contesto di politicizzazione della dimensione giudiziaria e di sinergia tra Questura e Procura, quest’ultima sconfessa il suo ruolo d’imparziale esecutrice delle indagini e, in linea con le logiche accusatorie della polizia e in aperto contrasto con gli imputati, infiocchetta e manda avanti i pacchetti d’oro della Digos avanzando le richieste di misure cautelari.

Emblematica di quanto sia strutturale la strategia repressiva della procura torinese, è l’organizzazione dei suoi uffici giudiziari. All’interno dei tribunali, è pratica diffusa la creazione di sezioni specializzate come risposta organizzativa alla necessità di far fronte a un ampio numero di procedimenti per fatti simili. Da dieci anni a questa parte però , quello di Torino ha un modo tutto suo di interpretare e sfruttare quest’esigenza logistica: a partire dal 2010, quando nonostante disponga di una sola notizia di reato (e non una moltitudine di procedure da smaltire) il Procuratore Caselli decide di costituire preventivamente la sezione specializzata “gruppo TAV”, fino al 2015, quando il Procuratore Spataro accorpa la sezione Tav alla vecchia sezione “Reati di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico” e istituisce un unico pull di magistrati specializzato nel conflitto sociale che viene denominato “Terrorismo ed eversione dell’ordine costituito, reati in occasione di manifestazioni pubbliche” (la sezione che si occupa del nostro procedimento).

La maggior parte delle volte, le richieste avanzate dalla procura trovano applicazione nelle ordinanze emesse dai Giudici delle Indagini Preliminari. Quello giudiziario, è uno degli strumenti della lotta che chi amministra la città di Torino ha ingaggiato contro chi ha un’idea del mondo e di giustizia diversa dalla loro e proprio in questa prospettiva s’inserisce l’utilizzo smisurato delle misure cautelari preventive: una scorciatoia, che consente di assicurarsi importanti risultati in chiave repressiva senza doversi misurare con la lunghezza di un processo. Buona parte dei castelli di carta portati avanti nel Tribunale di Torino non hanno superato il giudizio in Cassazione, diverse volte le misure preventive date si sono protratte per tempi ben più lunghi delle condanne quando poi si è arrivati all’ultimo grado di giudizio in fase processuale. Mesi di vita regalati che non ti verranno restituiti, perché chi con arroganza decide delle nostre vite gode del privilegio e dell’impunità di non dover rispondere a nessuno, ma è proprio ora che si cominci a chiedere conto.

Chiedere conto è un bisogno sempre più stringente, perchè stringente è il nodo che ci ha avvolto alla gola l'esistenza cui hanno condannato noi giovani. Visto il futuro che ci aspetta, non possiamo proprio permetterci di non combattere per difendere gli spazi di agibilità che abbiamo e di conquistarne altri per liberarci collettivamente.

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