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Tra venti di guerra e transizione verde, come si trasformano i nostri territori?

Inchiesta sul lavoro dentro il tessuto industriale piemontese.

Piemonte. Torino. Città dell’auto e periferia dei grandi capitali, cintura critica di un disastro annunciato

Questa volta la crisi dell’industria sembra non vedere la fine, a novembre è stato registrato il ventiduesimo calo consecutivo della produzione. I dati che riguardano il settore dell’auto sono drammatici. Stellantis, l’unico produttore presente in Italia, registra cali delle vendite a doppia cifra e quasi tutti gli stabilimenti italiani funzionano ormai da anni a singhiozzo con un ampio ricorso alla cassa integrazione. Ma a soffrire la crisi sono pure la meccanica, l’abbigliamento e, per la prima volta, anche la filiera del lusso.

Una crisi che riguarda il “vecchio continente” a partire dalla Germania, stretta tra una crisi di competitività, innescata dall’aumento dei costi dell’energia provocato dallo stop al gas russo a basso costo, e difficoltà più strutturali. Naturalmente le ripercussioni della crisi dalla Germania arrivano anche in Italia, soprattutto nel nord dove il tessuto industriale è fortemente integrato con le filiere tedesche.

Per quanto riguarda l’indotto il 33,6% del comparto nazionale dell’ Automotive si trova sparso sul territorio Piemontese, 713 aziende con un fatturato di oltre 20 miliardi. Per questo sono particolarmente significativi i dati regionali sulla Cassa Integrazione del 2024, parliamo di un aumento di 4,8 milioni di ore di CIG, di cui 3,8 mln solo nella provincia Torinese, rispetto all’anno precedente, con un incremento del 93% di cassa integrazione straordinaria. Per il governo italiano e i 15 Paesi che appoggiano il suo non-paper, la soluzione si trova nel blocco alle multe per le emissioni e nel rinvio della scadenza del 2035 sul passaggio all’elettrico, il ministro Urso è infatti promotore di un aide-mémoire relativo alla revisione del Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere (CBAM), che prevede la tassazione delle importazioni da Paesi extra-UE con regolamentazioni climatiche meno rigorose, calcolata in base alla quantità di CO2 incorporata o emessa per la produzione dei beni, il documento contiene l’esplicita richiesta di anticipare di un anno la revisione del regolamento sulle emissioni, e bloccare le sanzioni che dal primo gennaio 2025 si abbatteranno sui costruttori europei, con multe che potrebbero superare i 15 miliardi di euro. La revisione proposta dal governo si inserisce, nella strategia nazionale per tutelare e rilanciare lo sviluppo dei quattro poli siderurgici del territorio: Taranto, Terni, Piombino e Acciaierie del Nord.

La transizione ecologica è dunque il centro del problema dell’occupazione europea?

E’ evidente che la transizione verde sia uno specchietto per le allodole dietro cui provare a celare anni e anni di politiche di delocalizzazione e deindustrializzazione sul territorio italiano che hanno lacerato il tessuto produttivo.

Da un lato, vediamo le industrie che licenziano in nome di una produzione più ecologica e i governi che si lavano le mani imputando il problema della crisi del settore alle politiche green, dall’altro sono però sempre più sostanziosi i finanziamenti europei e statali alle fonti di energia di nuova generazione. Anche in questo caso naturalmente più che di attenzione all’ambiente si tratta di interessi che hanno a che fare con la svendita e devastazione dei nostri territori, basti pensare all’assalto eolico in Sardegna. In parallelo è evidente lo sviluppo di tecnologie sempre più di precisione e sofisticate nei settori della comunicazione, dell’informatica e dell’aerospace. Sono questi infatti i cosiddetti settori strategici in cui vediamo l’occupazione incrementarsi al pari di una produzione ormai totalmente subordinata agli eventi geopolitici, dalla guerra in Ucraina con il conseguente stop all’importazione di gas russo, la rivoluzione digitale fortemente voluta dagli interessi da oltre oceano, fino al rifornimento di nazioni che sembrano prepararsi ad una guerra di larga scala con l’investimento nella costruzione di tecnologie dual use a partire dai nostri atenei, in linea con il crescere dei conflitti globali o alla necessità di ridurre la dipendenza tecnologica dell’UE da Paesi come la Cina, che domina il settore delle materie prime critiche per la produzione di batterie elettriche. Vediamo infatti come dentro Federmeccanica l’azienda con il maggior potere contrattuale sia proprio Leonardo, i metalmeccanici oggi non sono più solo gli operai della catena ma fanno capo allo stesso contratto da ingegneri a tecnici informatici impiegati nella ricerca.

Durante la giornata di mobilitazione del 15 gennaio per il ccnl abbiamo intervistato alcuni lavoratori di Leonardo e dell’Alenia aerospace, proprio in questi luoghi di lavoro abbiamo potuto toccare con mano questa doppia faccia della crisi dei giorni nostri, i lavoratori hanno infatti riportato il fatto che dentro queste aziende si sta bene, gli stipendi sono alti e le assunzioni in crescita, ma nonostante questo l’adesione allo sciopero per il rinnovo del contratto è stata quasi totale.

Ovviamente qui, è un punto particolare perché Leonardo ha un ruolo all’interno di federmeccanica, diciamo un po’ più pesante.

Quindi anche dal nostro punto di vista far riuscire l’iniziativa qui aveva un effetto più importante che non magari quello che può essere l’esito in una fabbrichetta piccola.

Ora, chiaramente siamo purtroppo in tempi di guerra.

Perciò siamo in una situazione “privilegiata” e quindi abbiamo commesse, se abbiamo commesse c’è tanta assunzione, c’è una condizione per certi versi da privilegiati, non so come lo possiamo chiamare.

E quindi questo però, per contro, ha il fatto che se le iniziative riescono qui e riesci ad avere alte adesioni agli scioperi incidi davvero sul mondo imprenditoriale

Per questo è importante far riuscire qui l’iniziativa.

Perché appunto poi in federmeccanica hai un peso maggiore.”

Da ormai mesi è in corso la trattativa per il rinnovo del CCNL metalmeccanici che riguarda 1.5 mln di lavoratori in tutta la penisola, pari oltre al 6% degli occupati, un passaggio importante in questo momento per permettere ai lavoratori di far fronte ai costi dell’inflazione e della crisi di produzione, riportiamo parte del comunicato sindacale unificato del 20 Febbraio 2024:

La piattaforma per rinnovare il contratto collettivo nazionale metalmeccanico punta ad estendere i diritti all’insieme dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche, un CCNL di tutte e di tutti, per tutte e tutti.

Ci proponiamo di :

  • aumentare i salari con una richiesta di 280 euro di aumento sui minimi contrattuali per il livello C3 (ex 5º livello), un aumento che va oltre l’Ipca (indice dei prezzi al consumo) depurata dai costi energetici importati, e con la previsione del premio perequativo per coloro che non hanno un contratto aziendale.
  • (…) il contrasto alla precarietà, per stabilizzare il lavoro e ridurre la competizione tra lavoratori e garantire pari diritti e migliori condizioni di lavoro in tutto il sistema degli appalti.

I diritti che abbiamo possono aumentare e migliorare solo se ci uniamo e siamo solidali tra di noi. Diversi ma uniti operai con impiegati, tempi indeterminati con precari, informatici con siderurgici, turnisti e smart worker, donne e uomini. Per noi la contrattazione collettiva corrisponde ad un elemento di solidarietà tra le lavoratrici e i lavoratori.”

Da parte di Confindustria si è delineato un netto rifiuto della richiesta di aumenti retributivi per 280 euro nel triennio, ribadendo la necessità di «preservare e difendere un modello che funziona, che non può essere alterato in nessuna delle parti che lo compongono», lo stesso modello che ha spinto a limiti storici l’aumento di licenziamenti, chiusure o delocalizzazioni di stabilimenti e Cassa integrazione. Centrale la questione salariale, secondo i dati forniti dall’inchiesta sulle condizioni e le aspettative di lavoratrici e lavoratori portata avanti dalla CGIL “la retribuzione è una delle principali problematiche che le decine di migliaia di lavoratori intervistati pongono sia rispetto alle priorità della contrattazione collettiva nazionale che di quella decentrata. Ciò vale trasversalmente per tutti i settori.”

L’ irrigidimento da parte del blocco Federmeccanica-Assital ha portato alla rottura del tavolo di trattativa e a conseguenti momenti di mobilitazione che a partire da ottobre si sono articolati in varie giornate di sciopero fuori dalle fabbriche durante le quali l’adesione ha toccato picchi del 90% e che sono poi confluite nello sciopero generale del 29 novembre. La piazza torinese ha visto una partecipazione di oltre 20000 persone, di cui la maggior parte lavoratori del settore metalmeccanico, “siamo qui oggi, come cittadini italiani e come metalmeccanici, esplicitamente contro il governo, che tutto fa meno che essere a favore dei cittadini e dei lavoratori, ha peggiorato la riforma pensionistica, non ha fatto nulla per la sanità e per l’istruzione pubblica ma finanzia le guerre”, queste le parole di una delegata FIOM che abbiamo incontrato durante il corteo. Tra gli altri spiccava lo striscione di fabbrica di Fiat-Stellantis, nonostante quest’ultima non sia coinvolta nella contrattazione del CCNL. Come tutti ricordiamo infatti l’ex Fiat non fa riferimento al CCNL dei metalmeccanici bensì al Contratto Collettivo Specifico del Lavoro, un contratto pensato e strutturato con l’obiettivo di limitare fortemente l’agibilità sindacale e le possibilità di lotta di operai e impiegati. La strategia che sembra voler mettere in atto ora Stellantis è quella dello spegnimento, nessuna proposta di trasformazione o incremento della produzione ma incentivi a dimissioni volontarie e prepensionamenti.

Torino cambia: non è solo lo slogan della campagna di trasformazione della nostra città, la crisi del settore dell’Automotive e più in generale dell’ industria avrà indubbiamente un impatto importante sul tessuto sociale della città e del suo hinterland, come d’altro canto l’apertura di nuovi poli di ricerca informatica e della cittadella dell’aerospazio giocheranno un ruolo nella metamorfosi del territorio.Alla luce di questi fenomeni e considerazioni crediamo sia necessario indagare sui bisogni di lavoratori e lavoratrici, su come si articola la produzione in questa fase storica, a tratti schizofrenica, e su dove si possano aprire degli spazi per agire.

Cosa sarà il mondo del lavoro produttivo nell’era dei dazi e della guerra?

In che modo si sta trasformando rispetto alla transizione ecologica?

Come si trasformeranno le nostre città a fronte di ciò?

Chi ne farà profitto e su chi ricadranno i costi?

Abbiamo deciso di aprire un dibattito e un contesto di ragionamento collettivo, attraverso la voce diretta dei lavoratori e delle lavoratrici, attraverso le storie che raccontano di un tessuto cittadino, metropolitano e periferico in crisi, che pensiamo come emblematico di una crisi più generalizzata e globale. L’obiettivo è tracciare un quadro complessivo dello sconvolgimento del tessuto produttivo per individuare le faglie e le contraddizioni, con l’ambizione di tessere una rete e riconoscersi nella necessità di dare una risposta politica alle condizioni lavorative in progressivo e costante peggioramento.

Se vuoi raccontarci la tua storia scrivici a:
inchiesta.lavoro@gmail.com

Articoli dell’inchiesta:

01 – Guerra e lavoro. Interviste ai lavoratori dell’aerospace
02 – Gli “operai del nuovo millennio”: racconti dalla piazza
03 – Tra il martello e l’incudine

Reportage:

01 – Rinnovo del CCNL e guerra: reportage dal corteo dei metalmeccanici di Torino
02 – Mirafiori capitale della cassa integrazione
03 – “Senza il contratto, il Paese si blocca” – Reportage dallo sciopero del 20/6/2025

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