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Alla polizia penitenziaria più poteri che ai direttori: è il carcere giallorosso

||||Riordino delle carriere . Un modello securitario nei decreti legislativi in via di definitiva approvazione

di Patrizio Gonnella da il manifesto del 31 ottobre 2019

Togliere poteri al direttore di carcere e trasferirli al comandante di Polizia penitenziaria: è questo il contenuto di un decreto legislativo del governo vicino all’approvazione definitiva. Sembra un testo salviniano ma è invece una proposta di questa maggioranza che potrebbe minare alla radice quel delicato equilibrio tra istanze di risocializzazione e bisogno di sicurezza che vede nel direttore il suo garante. 

Era il 1990 quando fu smilitarizzato il corpo degli agenti di custodia e istituito quello di Polizia penitenziaria. Fu una decisione politica di grande rilievo che seguì, a soli nove anni distanza, la trasformazione della Polizia in corpo civile e non più militare dello Stato. Erano tempi, quelli, nei quali chi legiferava aveva un’idea chiara di società e di giustizia. Si era a pochi anni, tra l’altro, dall’approvazione della legge Gozzini che aveva fortemente spinto verso una maggior impatto delle misure alternative alla detenzione rispetto alla pena carceraria. Il modello organizzativo penitenziario scelto a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 cercava di evitare scorciatoie securitarie e puntava su una gestione finalizzata al reinserimento sociale dei detenuti. Per questo si previde che a capo di ogni istituto penitenziario ci dovesse essere un direttore sovraordinato gerarchicamente al comandante di Polizia penitenziaria. Il direttore era ed è garanzia del rispetto degli obiettivi costituzionali della pena. 

Quel modello sottintendeva un’idea di pena che non dovesse essere solo neutralizzazione fisica. Se in un carcere operasse un poliziotto con una qualifica superiore a quella del direttore sarebbe molto difficile imporre l’esecuzione di un ordine, quale ad esempio quello paradigmatico di non usare la forza fisica. Educatori e poliziotti, responsabili gli uni del trattamento rieducativo gli altri della sicurezza, sono ancora oggi parte di un organigramma più complesso che vede nel direttore il punto di riferimento decisivo e finale. Al direttore spetta l’amministrazione contabile, l’ultima parola sulla disciplina, la sicurezza e l’uso delle armi, l’organizzazione della vita interna, la selezione delle opportunità sociali, educative, culturali e sportive. 

Sono ora all’esame delle commissioni, prima dell’approvazione finale, i decreti che intendono stravolgere tale modello, sottraendo alla direzione del carcere sia la superiorità gerarchica, sia la decisione finale in ambito disciplinare che di uso delle armi. C’è un evidente intento di ritorno a un modello di pura custodia e di sola polizia, esito di una pressione vigorosa da parte delle organizzazioni sindacali autonome della Polizia penitenziaria, nonché del clima cupo in cui siamo immersi. Manca in questa riforma un’idea globale e moderna di gestione e management delle carceri, salvo il puro e semplice accodarsi alle istanze urlate di taluni sindacati. 

Da circa 25 anni non si assumono giovani direttori mentre ci si affida opportunisticamente a una progressione verticale di carriera a favore di coloro che indossano la divisa. Le seppur legittime aspirazioni professionali di chi è parte del Corpo di Polizia penitenziaria non devono stravolgere il senso costituzionale della pena. Non c’è coraggio in questa riforma di matrice neo-corporativa. C’è un’idea vecchia e rischiosa di pena che è implicitamente riaffermata come mera custodia e dunque pura sofferenza. Non si investe su figure professionali della contemporaneità, su una riforma in senso moderno dello staff. Non è stato finora sentito il parere degli stessi direttori, in gran parte fermamente contrari a tale degradazione del loro ruolo. Nella storia penitenziaria italiana ci sono attualmente, e ci sono stati in passato, direttori eccezionali che in solitudine si sono battuti per assicurare il rispetto della legalità penitenziaria. Direttori che vengono professionalmente bistrattati solo perché non sono numericamente superiori ai poliziotti, i quali nel tempo sono andati a comporre un esercito di quasi 40 mila agenti. 

Per questo noi di Antigone, insieme a quei direttori che hanno già avviato una protesta, ci appelliamo a quei parlamentari e ministri sensibili a un’idea non custodialistica della pena, affinché dicano un no vigoroso e costituzionale a questo ulteriore scivolamento di tipo securitario.

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