La campagna militar-vaccinale

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Riprendiamo questo testo di Giovanni Iozzoli per Carmilla che sebbene non ci trovi d'accordo in diversi dei suoi assunti pone il problema di come è stata trattata la narrazione militaresca della campagna vaccinale in Italia e del fatto che al di là del dibattito sui vaccini la scienza si autonomizzi sempre più come campo presuntamente tecnopolitico sganciato dalla società.

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Come volevasi dimostrare, questa maledetta pandemia sta devastando quel po’ di residui democratici di cui il mondo occidentale menava ancora vanto. In Italia ci siamo rapidamente assuefatti alla sospensione delle libertà costituzionali a mezzo DPCM; e il punto non è tanto l’utilità profilattica del lockdown (su cui esistono ampi margini di discussione) quanto la terribile passività con cui la società ha accettato e introiettato questa nuova schiacciante prassi: le libertà fondamentali non sono più indisponibili ai governi – non sono più naturalmente “nostre”, come recita il catechismo liberale; appartengono a chi ha in mano gli strumenti di coercizione e il monopolio della forza (l’esecutivo). Un bel salto all’indietro di circa 250 anni, nel rapporto tra cittadini e Sovrano.

Oggi è la pandemia, domani potrebbe essere qualsiasi altra emergenza, più o meno fondata: la strada è ormai tracciata, la società si sta tristemente abituando al coprifuoco come governo delle crisi sociali. Ma il bello deve ancora venire. È cominciata infatti in questi giorni la rinomata campagna vaccinale; si è partiti con le fanfare e il giubilo a reti unificate, inscenando uno dei più ridicoli spettacolini mai allestiti nella lunga storia della patria retorica, con un esercito di giornalisti e soldati ad aspettare trepidanti un furgoncino DHL. Ma visti gli esiti di alcuni sondaggi, non all’altezza di tanti entusiasmi, il clima gioioso è presto degenerato: e adesso comincia a tirare un vento fetido di fascismo e coercizione. Chiunque osi manifestare una qualche timida obiezione o resistenza alla nuova “grande campagna”, viene immediatamente tacciato di essere “no vax” (epiteto ingiurioso che fa il paio con negazionista, affibbiato allo stesso modo al gen. Pappalardo e al filosofo Agamben) e minacciato esplicitamente di gravissime conseguenze. Anche solo per aver parlato.

Il docente di Infermieristica dell’Università di Firenze dott. Festini, ha detto a voce alta quello che molti sussurrano con preoccupazione: “lo capite che è impossibile mettere a punto e sperimentare un farmaco in sette mesi? Lo capite che, a meno di essere dei veggenti, in sette mesi non è possibile sapere nulla di attendibile riguardo alla sua efficacia, alla sua sicurezza ed agli effetti indesiderati?”. Parole di semplice buon senso (riportate da “Repubblica”) che immediatamente hanno fatto finire alla gogna il docente, più o meno come era toccato a Crisanti due settimane fa (tra l’altro il virologo che parla in romanesco ha risolto tutti i suoi dubbi con fulminea velocità, chissà perché…)

Il fatto è che la questione vaccini sfugge ormai a qualsiasi ragionamento scientifico; e non ci riferiamo solo all’enorme business delle aziende farmaceutiche o alla competizione geopolitica tra blocchi – tutti elementi che hanno condizionato pesantemente la pretesa “purezza scientifica” della ricerca. Il messaggio è che ci si deve vaccinare per “ragioni morali”, per il “bene della comunità”, per “battere questo nemico”. Recalcati ci informa che vaccinarsi è “un gesto etico”: bene, chi è chiamato a garantire, l’adempimento di tale gesto, se non uno Stato Etico? La scienza pretende di inverare il punto più alto della modernità, ma si arrocca sempre più spesso in una dimensione sostanzialmente premoderna.
E il linguaggio marziale che adotta è quello tipico dell’arruolamento militare: i riottosi sono disertori o addirittura sabotatori dello sforzo bellico, nemici della Patria.

Qua non si tratta di essere “pro o contro i vaccini” (questione aperta, su cui, anche all’interno di questa redazione convivono legittime opinioni diverse). Qui si tratta di capire se è ancora praticabile il diritto al Dubbio, che è il cardine di ogni progresso scientifico e, in ultima analisi della storia moderna dell’Occidente. La pseudo scienza da regime, che blandisce, promette, minaccia, riproduce piuttosto una logica essenzialmente religiosa: è necessario riporre fede nel vaccino (che è ormai è assurto al ruolo di elisir mitologico) e nei suoi sacerdoti. Punto. Il resto è eresia. O apostasia.

Il problema è che gli italiani sono poco marziali, non muoiono dalla voglia di arruolarsi. E non mostrano una grande spinta, non manifestano abbastanza fede, vorrebbero capire un po’ meglio la faccenda, sentire più campane; tra molti di loro serpeggia addirittura il sospetto che la sperimentazione reale degli effetti del vaccino comincerà proprio con la campagna vaccinale di massa. E allora, contro cacadubbi, panciafichisti e renitenti alla leva, partono i sinistri avvisi a reti unificate: se i virologi giurano su un vaccino che pochi di loro conoscono davvero, i costituzionalisti affermano che è lecito costringere gli italiani ad un TSO di massa senza violare la Carta (e si risveglia anche Ichino, che era un po’ fuorigioco, da tempo non poteva licenziare nessuno, e sentenzia che sì: lo scetticismo sanitario può anche essere giusta causa di licenziamento).

In ogni caso, se non fosse giuridicamente possibile l’obbligo vaccinale di massa (maledetta Costituzione, sempre in mezzo ai piedi dei governi) saranno messe in campo misure proscrittive o punitive – liste di reprobi, tesserini sanitari, divieti all’accesso di determinati servizi offerti dai privati, intralci alla mobilità, piccole e grandi rappresaglie contro i riottosi – all’insegna del motto: scoraggiare e punire.

Il bello è che tra i più prudenti nella corsa alla punturina, troviamo proprio infermieri e medici; chissà perché: forse perché la pensano come il docente universitario Festini – ma non possono dirlo pena radiazione dall’albo o magari fucilazione alla schiena. Del resto, anche all’epoca della Lorenzin i sindacati di categoria e alcuni ordini professionali si dichiararono contrari all’obbligo vaccinale per i loro iscritti (l’italianissimo: fate quello dico ma non fate quello che faccio). Sulle ragioni della prudenza vaccinale di molti sanitari di ogni ordine e grado, non c’è molto da dire, ognuno deve parlare per sé e per le proprie ragioni: ma se per questi lavoratori la libera espressione è sostanzialmente proibita, cosa resta se non le vie di fuga individuali, le allergie frettolosamente certificate, l’escamotage che permette di procrastinare la sgradita procedura senza perdere il posto?

Sulla questione vaccini, il governatore Toti (personaggio inquietante, ma al quale non difetta certo la sincerità), ha chiosato candidamente ai microfoni di un tg nazionale: “visto che sono già state violate le libertà costituzionali di movimento e di impresa, perché non si potrebbe imporre per legge a tutti il vaccino?” Già perché? Abbiamo fatto trenta… È questo è proprio l’orlo del baratro su cui stiamo danzando tutti; l’eccezionalità è sfuggita ad ogni controllo; l’inanità del governicchio, la faccia da democristiano di provincia del premier, non deve tranquillizzarci: immaginiamo cosa succederà quando questa nuova strumentazione decisionale sarà in mano a gente dalle idee pericolosamente più chiare. E la cosa più allarmante è la mancanza di discussione pubblica su questi temi, come se in pochi mesi queste enormità fossero state totalmente digerite e introiettate dalla società civile. Assunte come nuova inquietante normalità.

Questo è un campo che precede ogni dibattito vaccini si/vaccini no (sul cui merito la stragrande maggioranza di noi non avrebbe gli strumenti per intervenire); qui ci collochiamo un passo prima, sul terreno della crisi ideologica e politica dell’occidente: quell’ordito di suggestioni e prassi che assegnano il primato all’individuo e alle sue libertà, e che hanno consentito al nord euro-anglosassone di esibire da sempre una fasulla superiorità morale, rispetto al resto del mondo “illiberale” – spesso fornendo alibi alle proprie protervie militari ed economiche. Ecco: siamo oltre quella storia, siamo al di là di quello schema. Probabilmente ci eravamo arrivati anche prima, ma l’epidemia ha affrettato i tempi e squagliato il cerone di scena. Si apre uno spazio di dibattito sconfinato, per quanto in pochi al momento sembrano avere voglia di attraversarlo.

Oggi “l’Occidente delle libertà” è il campo in cui il controllo sociale, l’uso massiccio del carcere e dell’invadenza della magistratura, le terribili tecnologie dell’intercettazione e del pedinamento elettronico, l’interventismo amministrativo nei conflitti di classe, i divieti antisciopero, i daspo sociali e oggi il nuovo decisionismo anticontagio, stanno diffondendosi come metastasi. E sono pratiche speculari a quelle dei deprecati regimi autoritari (quei regimi accusati di controllare capillarmente i loro cittadini e negare la libera espressione!) che i liberali hanno sempre bollato come intollerabili e sulla cui opposizione hanno costruito l’idea e la suggestione del “mondo libero”. Quanto siamo lontani dai “patentini di cittadinanza digitale a punti” – il famigerato SCS – già in uso a Pechino? La Cina è vicina, decisamente.

La crisi del vecchio mondo sta sgravando un nuovo assetto sociale e l’epidemia rappresenta solo le doglie dolorose di questo parto travagliato. Tutti gli elementi erano già in incubazione, più o meno sottotraccia – li leggevamo e li temevamo. Oggi i processi si stanno compiendo: dovremo misurarci con nuove tecnologie di governo dei corpi, della salute, del lavoro, della conoscenza e della società nel suo complesso.
Negli anni scorsi, quando si strologava di biopolitica in tutte le salse, probabilmente nessuno immaginava che il nostro sistema immunitario sarebbe stato l’ultima frontiera da difendere dall’invasività della nuova governance capitalista. Il Covid esiste, è temibile e va contrastato: ma stiamo attenti a non risvegliarci in un mondo in cui la sua eredità sulle nostre società e sulla nostra salute, potrebbe essere anche più pesante del male.

 

 

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