La pandemia vista dai ghetti dell'agroalimentare: strumentalizzazioni, abbandono e resistenze

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A Saluzzo la stagione è quasi finita. Rimangono da raccogliere ancora le ultime mele invernali. I lavoratori, così come sono arrivati, se ne sono andati. Da dove fossero venuti, dove siano stati in questi mesi e dove siano andati ora rimane un mistero. Mirtilli, pesche, mele e kiwi sono arrivate dai campi agli scaffali dei supermercati senza alcuna differenza di prezzo rispetto agli anni precedenti, e questo è quanto basta sapere. Proviamo qui invece a dare risposta ad alcune domande, per scoprire chi e come, nonostante una pandemia, abbia raccolto la frutta.

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Cosa è successo ai lavoratori stagionali che erano a Saluzzo durante l'estate?

Come si sta evolvendo la situazione nei distretti agroindustriali del mezzogiorno?

Come la crisi sanitaria sta impattando sulle condizioni di vita di chi già viveva nella segregazione?

 

Mentre il settore agroalimentare continua a cavalcare la crisi pandemica, come prima cavalcava la crisi finanziaria, continuando ad aumentare i suoi profitti, i lavoratori impiegati nel comparto agricolo, definiti indispensabili, sono però scomparsi dai radar mediatici. Nei primi mesi di pandemia non si faceva che parlare di braccianti e di quanta forza lavoro fosse venuta a mancare a seguito del lockdown, e il governo metteva in piedi un processo di regolarizzazione degli stranieri privi di documenti, ma anche dei lavoratori italiani a nero, sbandierato come la risposta alla carenza di braccia (dimenticandosi delle lotte dei diretti interessati, che hanno giocato un ruolo cruciale nella decisione di procedere con una sanatoria). Una misura rivelatasi però fallimentare e subito aspramente criticata da più parti – anche da chi è per anni rimasto sordo agli appelli alla solidarietà di lavoratori e lavoratrici in lotta per i documenti. Le associazioni di categoria, d’altra parte, hanno cercato sfacciatamente ed insistentemente di approfittare della situazione per forzare la reintroduzione di forme di ingaggio tramite voucher, ancora più precarizzanti di quanto non siano già i contratti a termine dei braccianti agricoli. Allo stesso tempo, c’era addirittura chi – eminenti opinionisti di importanti testate nazionali, ma anche medici – sosteneva, nella migliore delle tradizioni suprematiste, che ‘i neri’ erano immuni al coronavirus perché non si registrava la loro presenza tra i dati dei contagiati. A pochi è venuto in mente che per chi vive nella quarantena dell’apartheid razziale, soprattutto nei ghetti e nei campi di lavoro che costellano i distretti agro-industriali da nord a sud, l’isolamento è una condizione permanente. Le uniche occasioni di socialità, se così si può chiamare, al di fuori delle proprie comunità sono per i braccianti immigrati legate al lavoro e poco più. E quindi, in una stagione in cui il lavoro era poco, i braccianti sono stati ‘protetti’ dal contagio.

Prevedibilmente, però, ad una fase di iper-mediatizzazione ma anche di poca esposizione al virus ne è seguita un’altra, non solo di oblio ma anche di iper-mobilità e di conseguenza di diffusione della pandemia tra i braccianti stranieri. In diversi distretti, da Saluzzo (CN) a Campobello di Mazara (TP), passando per il Tavoliere, il casertano, il potentino e il metapontino (MT), le necessità stagionali di braccia per la raccolta di frutta e ortaggi hanno richiamato migliaia di lavoratori che in questi mesi hanno più volte attraversato l’Italia per cercare lavoro (e magari sperare di regolarizzarsi). Chi ‘porta il cibo sulle nostre tavole’, come ama ricordarci la retorica umanitaria, è spesso stato costretto a dormire in abitazioni di fortuna, ammassato e in molti casi senza accesso nemmeno all’acqua potabile, quando non proprio per strada, come è accaduto e tuttora accade nella opulenta provincia di Cuneo – ‘fiore all’occhiello’ per le numerose eccellenze enogastronomiche prodotte sulla pelle di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici trattati come carne da macello. Qui esercito e forze dell’ordine hanno sottoposto chi già viveva una condizione al limite a snervanti controlli, corredati di denunce, fogli di via e ripetuti sgomberi, che avevano evidentemente il solo scopo di intimidire. Soltanto una protesta ha permesso che qualche comune corresse ai ripari mettendo a disposizione un centinaio di posti in container e tende, dove le condizioni non sono certo ideali, e in alcuni casi posti letto in strutture di accoglienza. Nessuno, né in Piemonte né altrove, si è davvero preoccupato di tutelare la loro salute né di fornire una comunicazione adeguata rispetto alla natura della pandemia e alle misure necessarie per fronteggiarla.

E così, dopo mesi di disoccupazione forzata, attenuata dall’elemosina del governo solo per chi aveva la fortuna di avere un permesso di soggiorno e un contratto di lavoro, anche chi risultava positivo al coronavirus è stato costretto a lavorare. In alcuni casi questo è avvenuto con il placet delle autorità, che sempre nell’avanguardistico distretto della frutta del cuneese hanno tirato fuori dal cilindro una ‘quarantena fiduciaria’, permettendo, bontà loro, a chi fosse entrato in contatto con soggetti positivi di recarsi al lavoro per poi rientrare tassativamente alle loro abitazioni. In molte altre situazioni, come ad esempio nelle provincie di Foggia e di Potenza, le disposizioni sanitarie hanno fatto sì che i positivi, anche asintomatici, venissero prima ricoverati in ospedale – da cui molti fuggivano per tornare al lavoro -, e poi confinati in container, capannoni o tende allestiti appositamente per loro (come è accaduto anche nella Piana di Gioia Tauro). In alcuni territori dove erano disponibili gli alberghi COVID (il foggiano tra questi), i sindaci si sono semplicemente rifiutati di metterli a disposizione ‘degli immigrati’, senza che nessuno si indignasse. D’altronde, il posto degli africani è nelle tende. Lo sanno tutti. È normale. Intanto, si diffondeva in tutta Italia l’ennesimo spauracchio legato all’immigrato, che da immune era improvvisamente diventato un untore. Ma poi, siccome la frutta e la verdura vanno raccolte, anche dalle zone rosse presidiate dalle forze dell’ordine, in cui erano confinati insieme positivi e negativi (sempre perché immigrati), di fatto si esce per andare al lavoro, nel silenzio complice di autorità che fingono di non vedere e di non sapere. Tutto ciò nella tragedia ormai conclamata di un sistema sanitario al collasso dopo anni di privatizzazioni e clientelismo, votati al profitto di alcuni, come le vicende calabresi hanno prepotentemente messo in luce.

Così i braccianti stranieri non fanno più notizia, non devono più fare notizia: devono essere criminalizzati e isolati, ma non troppo, perché poi servono per lavorare. E infine, quando non servono più, devono scomparire. Mentre nel cuneese la stagione della raccolta della frutta volge al termine, i sindaci del comprensorio hanno avuto la faccia tosta di proporre una chiusura anticipata delle strutture di accoglienza che hanno ospitato una parte dei lavoratori. Per l’emergenza sanitaria, dicono. E anche se nel frattempo, costretti dalla denuncia pubblica persino della FLAI CGIL, hanno dovuto ritrattare, ai braccianti stranieri in tutta probabilità non sarà comunque concesso di rimanere oltre la fine di questo mese, sia come sia. Così in molti hanno già tolto il disturbo, magari senza nemmeno aspettare la paga, e sono ritornati ai ghetti e ai campi di lavoro del Mezzogiorno, dove il virus circola ma in silenzio, senza clamore e indisturbato. Insomma, i lavoratori agricoli stranieri non hanno diritto alla salute, né alla casa, per non parlare di contratti regolari o di documenti.

Ma da Saluzzo alla Piana di Gioia Tauro e alla Basilicata, la voce dei lavoratori delle campagne si è alzata più volte, a protestare per questo stato di cose. Contro la militarizzazione e la gestione carceraria delle loro esistenze, perché anche le loro vite contino. Davanti a questo stato di cose, non ci resta che ribadire la nostra solidarietà e il nostro impegno al loro fianco, fino a che tutt* avranno casa, documenti ed un contratto regolare – perché questa è anche la nostra lotta.

Da Enough is Enough

 

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