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Europa: lo stato della frontiera

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È di qualche giorno fa la richiesta di 12 stati membri1 dell’Unione Europea di costruire nuove barriere fisiche per proteggere i confini europei dai flussi migratori. Gli stati in questione appartengono in maggioranza allo spazio geo-politico attraversato dalla cosiddetta Rotta Balcanica. Diversi tra questi paesi hanno già costruito muri per bloccare i flussi migratori – si pensi al Muro di Orbán – provenienti prevalentemente da Pakistan, Bangladesh e Afghanistan. Gran parte dei paesi proponenti la costruzione di più barriere fisiche sono già coinvolti direttamente o indirettamente nella Rotta Balcanica, già una delle zone di frontiera più militarizzata al mondo, e (quindi) una delle più violente. Al di là delle ragioni morali e politiche che dovrebbero far disprezzare questa richiesta e chi la supporta, può essere utile riflettere sull’economia dei muri di frontiera e su chi andiamo ad arricchire nel momento in cui accettiamo un discorso securitario e militaristico sulla migrazione.

Riceviamo e pubblichiamo volentieri…

Siamo italiani, per fortuna o purtroppo, e abbiamo imparato sulla nostra pelle che dietro le grandi opere pubbliche, troppo spesso, si nascondono interessi ben lontani da quelli della collettività. Abbiamo imparato, con cinismo, ad annusare corruzione e opportunismo tra le colate di cemento, sotto i ponti e dietro i grattacieli. Abbiamo imparato che il mondo delle infrastrutture è un terreno fertile per corrotti e corruttori. Lontano dal nostro immaginario quotidiano, anche i muri di frontiera sono infrastrutture. Infrastrutture che definiscono e articolano lo spazio in cui si inseriscono, modificando la vita di chi quello spazio lo attraversa.

Tralasciamo, in questa sede, la dimensione umana ed etica della questione. Che i muri, visibili e invisibili, distruggono vite. Che nella distruzione e nella sofferenza che producono non sono nemmeno efficaci nel tenere le persone a casa loro. Concentriamoci, invece, sugli interessi che dietro questi muri si nascondono, sui profitti che da essi si generano.

Negli studi sulla criminalità organizzata si usa l’espressione “follow the money”, che invita a ripercorrere a ritroso il flusso di denaro generante, e generato da, un dato fenomeno criminoso per identificarne i responsabili. Proviamo a tenere in mente questo motto mentre facciamo quattro passi, anzi tre, tra i districati muri della frontiera europea.

Criminalità organizzata

Si è detto e si è ridetto, le barriere, naturali o infrastrutturali, non impediscono il flusso migratorio: lo alterano o lo rendono più complesso2, ma la volontà dei migranti di procedere è tale da sapersi reinventare davanti a ogni ostacolo. Per reinventare il proprio percorso migratorio, per attraversare le tante e variegate frontiere che dividono il paese d’origine da quello d’arrivo, servono però collaborazioni. Nella stragrande maggioranza dei casi questa collaborazione proviene dai cosiddetti facilitatori dell’immigrazione clandestina3. Organizzati in reti su più livelli, i network del traffico di esseri umani rendono le frontiere un po’ meno impenetrabili, un po’ più accessibili, seppur a caro, carissimo prezzo. Maggiori e più complessi gli ostacoli imposti dalle politiche nazionali e internazionali, maggiore potrà essere il costo del servizio offerto al migrante. E maggiore sarà anche la disponibilità del migrante ad accettare le condizioni imposte dal trafficante. Nel dibattito pubblico, e soprattutto in quello politico, il trafficante è il passeur che attraversa la frontiera coi migranti, sia per terra o per mare. Seppur fondamentali per il passaggio delle persone in transito, queste figure costituiscono solo un minuscolo tassello della macchina migratoria che lucra sull’inaccessibilità dei regimi migratori. Per garantire l’attraversamento clandestino di un confine è infatti necessaria la collaborazione di molte ‘competenze’. Si pensi alla creazione di documenti falsi, ma anche all’organizzazione dei luoghi di sosta. Si pensi ai mezzi di trasporto che devono essere controllati per poter garantire il transito. Non è un caso che il settore dei trasporti sia uno dei più vulnerabili alle infiltrazioni criminali. Le società di logistica, le compagnie di navigazione e le società di noleggio di camion sono utilizzate dai gruppi criminali organizzati per il trasporto dei migranti, ma anche per trasportare altri beni di contrabbando4. I mezzi e le vie usate dalla criminalità organizzata per controllare i flussi migratori si costruiscono sulle stesse infrastrutture, materiali e immateriali, preesistenti e impiegate nel traffico di altri ‘beni’. I primi ad arricchirsi coi muri, pertanto, sono i grandi gruppi criminali e le mafie transnazionali, che monitorano e influenzano i flussi migratori fuori dai margini, sfibrati, della legalità. Non è quindi un caso che alcuni degli snodi migratori in cui prosperano attività criminali della portata di milioni di euro siano anche i più blindati d’Europa5.

Le guardie di frontiera

La militarizzazione delle frontiere è fatta di muri e filo spinato, ma anche di soggetti, in uniforme o in borghese, incaricati di controllare ed eventualmente prevenire il passaggio delle persone in transito. Per quanto organizzati e potenti, ai network criminali manca quella (presunta) legittimità che permette invece a governi e istituzioni europee di giustificare l’uso della violenza per contrastare i flussi migratori. In nome di questa legittimità, le terre di confine pullulano oggi di polizia e militari, cui è stato affidato un compito che non solo non rientra nelle legittime mansioni di questi corpi ma per il quale non possiedono nemmeno le competenze necessarie, in materia di diritti umani e in particolare d’asilo. Così è stato dagli anni 80, da quando la nascita dello spazio di Schengen ha reso quello delle frontiere un tema di interesse comune, affidandone la gestione ai club internazionali di polizia6. Le politiche e gli strumenti di contrasto all’immigrazione clandestina sono quindi stati profondamente condizionati dalla visione delle agenzie nazionali di law enforcement, che hanno inserito il fenomeno migratorio nella lista di ‘minacce’ transfrontaliere di propria competenza. All’inadeguatezza delle competenze si aggiunge, ancor più grave, l’elevato livello di corruzione riscontrabile tra i funzionari di frontiera. Anche (e soprattutto) lo smuggler più potente ha bisogno di un amico poliziotto. Considerate le immense risorse investite per blindare i confini europei, infatti, nessuno di questi potrebbe essere penetrata senza il consenso di chi quella frontiera7 la controlla. Non è quindi un caso che molti migranti temano o abbiano sofferto della mancanza dei servizi di uno smuggler durante il viaggio, mancanza che si traduce in un’elevata possibilità di essere intercettati, detenuti e/o respinti. Se i muri costituiscono una fonte di profitto per i trafficanti, possono esserlo anche per alcuni funzionari corrotti, che in cambio di una percentuale sul viaggio del migrante possono acconsentire ad agire con omertà e condividere informazioni strategiche. La corruzione, quindi, non è solo un effetto collaterale della migrazione, ma piuttosto una parte costitutiva e necessaria della stessa.

Il settore della sicurezza privata

Col pretesto della crisi migratoria non si è solo giustificato un ancor più massiccio impiego delle forze dell’ordine ai confini, ma si è anche resa necessaria una maggiore collaborazione tra agenzie di sicurezza privata, da un lato, e autorità pubbliche e forze dell’ordine8. Quello della sicurezza privata è uno dei settori di mercato maggiormente esposti alla corruzione da parte delle grandi reti criminali. Ciò significa che l’infiltrazione privata nella gestione delle migrazioni ha indirettamente offerto ai gruppi criminali organizzati la possibilità di avvicinarsi ulteriormente alle autorità pubbliche.

L’industria della sicurezza privata resta invisibile nel dibattito pubblico sulle migrazioni, eppure è stata molto influente nel plasmare le politiche dell’UE, rendendo la migrazione prima di tutto una minaccia alla sicurezza da combattere con mezzi militari. Tre sono, in particolare, le gigantesche compagnie militari e di sicurezza europee autrici dei molti tipi di frontiere che imbrigliano il nostro continente: Thales, Leonardo e Airbus. Il dato più critico è che queste aziende giocano un ruolo di primo piano in gruppi di pressione come l’Organizzazione europea per la sicurezza (EOS) e l’AeroSpace and Defense Industries Association of Europe (ASD). Questo gli permette di indirizzare significativamente la direzione delle politiche di confine nella comunità politica europea9. Si tratta, peraltro, delle stesse imprese che trafficano ‘legalmente’ armi europee in Medio Oriente e Nord Africa, contribuendo così a monte all’insicurezza che genera la migrazione forzata.

Con questa premessa, le agenzie di sicurezza privata generano una continua domanda di quelle attrezzature e servizi che l’industria stessa produce. I muri d’Europa si rivelano così immense fonti di profitto per un’ampia gamma di società tra cui produttori d’armi, fornitori di sicurezza, imprese informatiche, di spedizioni e di costruzioni. Il fatto che le agenzie di sicurezza privata siano determinanti nell’elaborazione delle politiche migratorie europee le rende ancora più attraenti agli occhi dei grandi gruppi criminali, per cui la migrazione clandestina continua a essere un business in crescita.

Conclusioni

Dagli anni 90 ad oggi gli stati europei hanno costruito quasi 1000 km di muri per prevenire l’immigrazione e il budget destinato alle frontiere è destinato a crescere. Per il prossimo ciclo di bilancio dell’UE (2021-2027), la Commissione europea ha stanziato 8,02 miliardi di euro per il Fondo per la gestione integrata delle frontiere, 11,27 miliardi di euro a Frontex e almeno 1,9 miliardi di euro di spesa totale per le banche dati di identità e Eurosur (il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere). Di muri se ne continua a costruire, ma l’immigrazione non si è fermata. È diventata solo più violenta, più pericolosa, e più redditizia per qualcuno. Nel qualcuno troviamo organizzazioni criminali, ufficiali e funzionari corrotti e grosse imprese capitalistiche. Lo spazio del confine è un luogo liminale, a cavallo tra il legittimo e l’illegittimo, lo spazio dove si sperimentano nuove normalità. Le modalità di controllo esercitate oggi sui migranti in transito sono e saranno le stesse che verranno lentamente integrate anche nel ‘nostro’ modo di vivere. Gli spazi di frontiera sono insomma laboratori del controllo, dove si testano le potenzialità di quelle che diventeranno le politiche e le pratiche di tutti. Alla luce di ciò sarebbe bene imporre una discussione collettiva su chi elabora queste politiche e queste pratiche, e su chi trae profitto da esse.

 

 1 Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia.

 2 Menjivar C. and Abrego L. J., “Legal Violence: Immigration Law and the Lives of Central American Immigrants”, AJS, 117, 5, Mar. 2012, pp. 1380-1421.


 3 Hummerdal B., We Paid and Then We Could Continue. Corruption during the Migration Trajectory, the Experience of Afghan Migrants, Master Thesis of Global Studies, University of Gothenburg, 2015.

 4 Savona E. U. e Ricciardi M., Mapping the risk of serious and organised crime infiltration in Euroean Businesses – Final report of the MORE Project, Milano: Transcrime Cattolica del Sacro Cuore, 2018.

 5 Si veda Kemp W., Amerhauser K. e Scaturro R., Spot Prices. Analyzing flows of people, drugs and money in the Western Balkans, Global Initiative Against Organized Crime, Maggio 2021.

 6 Longo F., “Identità, Sicurezza, Frontiere. I paradigmi della lotta alla criminalità organizzata nell’Unione Europea”, Meridiana, 43, 2002 pp. 135-158.


 7 Hummerdal B., We Paid and Then We Could Continue. Corruption during the Migration Trajectory, the Experience of Afghan Migrants, Master Thesis of Global Studies, University of Gothenburg, 2015.

Gammeltoft-Hansen T. and Sorensen N. N., The Migration Industry and the Commercialization of International Migration, Routledge, 2012.


 8 Savona E. U. e Ricciardi M., Mapping the risk of serious and organised crime infiltration in Euroean Businesses – Final report of the MORE Project, Milano: Transcrime Cattolica del Sacro Cuore, 2018.

 9 Akkerman M., Border Wars II: an update on the arms industry profiting from Europe’s refugee tragedy, TNI and Stop Wapenhandel, Dicembre 2016.

 

pubblicato il in Intersezionalitàdi redazioneTag correlati:

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