“Sistema Torino, Sistema Italia”, viaggio nella propaganda di un fine Impero

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“Sistema Torino, Sistema Italia”, viaggio nella propaganda di un fine Impero

Ho avuto la fortuna di conoscerlo, Maurizio Pagliassotti, un giorno, nel cuore di uno dei centri ormai decaduti della rinascita modaiola e urbana: il Quadrilatero Romano di Torino, ferocemente descritto nel bel libro di Giuseppe Culicchia “Brucia la Città”, ovviamente fuori catalogo. Da quel giorno ho avuto l’onore di seguire la stesura di questo suo secondo libro, stavolta un romanzo, “Sistema Torino, Sistema Italia”.  Abbiamo  avviato un percorso insieme. Noi due e altre centinaia di persone, che ha portato alla realizzazione di uno spettacolo gemello, scritto da me su sua esplicita richiesta “Il Sistema Torino non esiste”.  Abbiamo lavorato alle due scritture in parallelo, scambiandoci informazioni e intuizioni e questo sforzo ci ha portati a scoprire che il dissenso democratico a Torino non solo esiste, ma è anche molto ben informato e pronto a creare una rete di “cervelli” che ha come principale obiettivo strappare dalle mani di un piccolo gruppo di potenti il monopolio del futuro di questa città  e di questo paese.

Siamo alla fine dell’impero. I segnali sono evidenti. Eppure “chi comanda”, il gruppo al potere, continua a parlare di crescita e valorizzazione  di risorse mentre progressivamente svende pezzi di patrimonio pubblico per garantire  un solo tipo di futuro: la sua stessa sopravvivenza.

 

Il libro inizia come uno spettacolo della Fura Dels Baus. Con un “botto”. Uno dei paradigmi più efficaci utilizzati nell’arte teatrale. Il “botto” all’inizio ha una funzione precisa: azzerare l’assuefazione alla narrazione menzognera proposta costantemente dai giornali e dalle televisioni ufficiali per fare entrare lo spettatore/lettore in un nuovo mondo, quello dello svelamento.

E’ sorprendete che in un libro di questo tipo si dia voce subito, senza mediazioni o distorsioni grottesche, proprio alla voce del Sistema, a qualcuno che il Sistema ha contribuito a fondarlo. Una voce che difende il Sistema talmente bene e con argomentazioni così stringenti che a tratti ho pensato, leggendolo, che avesse ragione lui. Un “lui” che esiste davvero, un interlocutore di Pagliassotti (il cui nome resta ovviamente segreto) che fa un quadro preciso e dettagliato dell’evoluzione di una strategia politico-culturale-economica che ha portato Torino e quello che rimane dell’ex partito comunista al punto in cui siamo ora.

Sì, a tratti ho pensato che avesse ragione lui, e che il dissenso sia solo un giochetto per frustrati annoiati. E poi?

E poi ho continuato a leggere, ho seguito Pietro Zanna, il protagonista del libro, nel suo viaggio attraverso le macerie di una città post-olimpica, post-industriale, post-culturale.

Pietro è nella condizione migliore per poter vedere le cose con chiarezza, non ha più niente da perdere, è libero, è disoccupato, è stato fottuto da quelle stesse parole in cui ha creduto: solidarietà, sinistra, comunità, lealtà, lotta. Quelle parole si sono separate progressivamente dalle idee e dalle pratiche che dovevano rappresentare, si sono svuotate. Il linguaggio si è evoluto e quelle parole ora sono etichette utili a creare nicchie di mercato, a creare soldi e potere. Per pochi.

Pietro ha appena perso il lavoro, la condizione di moltissimi torinesi, in una città con il tasso di disoccupazione più alto del nord Italia, e quindi ora è “dall’altra parte”, dall’altra parte di quel muro impenetrabile che si può passare solo se qualcuno, lassù, apre la porta. Certo, la raccomandazione e la cooptazione sono pratiche tipiche di tutto il paese e non solo di Torino. Ma qui hanno assunto un aspetto perverso, negato. Chi è escluso si deve sentire in colpa, anche se sono proprio il suo lavoro e le sue tasse ad aver permesso la creazione di un sistema oligarchico a piramide, dove la competenza viene sacrificata alla lealtà al Sistema. Chi, per esempio, non può più contare su una delle migliori reti di asili nido d’Italia, perché viene smantellata, e se ne lamenta, non comprende la strategia, è sciocco. Dovrebbe invece ringraziare.

Pietro si muove in totale libertà nella fuffa della propaganda di questo fine Impero, fatto di “inglesorum”,  cibo a km 0 a costi surreali, investimenti faraonici anacronistici, megagrattacieli e qualsiasi altra cosa, che però sia “smart”.

E noi, con lui, proseguendo nella lettura, speriamo di essere sempre di più a capire cosa sta davvero accadendo, e di parlarci, metterci insieme, e provare a cambiare il futuro in meglio, ma non per pochi, per tutti.

 

Massimo Giovara
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