Uno sguardo sulle lotte operaie in Cina nel 2019

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Una delle dinamiche più evidenti nelle relazioni internazionali e nell’economia globale della decade appena trascorsa è la crescente importanza della Repubblica Popolare Cinese.

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Sia in ambito accademico sia in quel che rimane del giornalismo trova invece poca menzione un’altra dinamica divenuta costante nella crescita economica cinese: i conflitti sul posto di lavoro.

Già a partire dalla seconda metà degli anni ’90, i processi di ristrutturazione delle aziende di stato, combinate alla liberalizzazione dell’iniziativa economica privata avevano scatenato cicli di proteste intense. Mentre in Cina i lavoratori e le lavoratrici portavano avanti lotte eterogenee, dal rapporto salario/orario di lavoro alla richiesta di garanzie pensionistiche, da richieste di welfare fino alle critiche e pressioni nei confronti del sindacato unico (ACFTU), alle nostre latitudini si diffondeva una retorica che vede nei lavoratori cinesi muli da soma pronti a tollerare orari di lavoro lunghissimi in cambio di una ciotola di riso. Niente di più falso.

Nel 2001, l’ingresso della Cina nell’organizzazione del commercio mondiale (WTO) ampliò gli orizzonti di crescita e le aziende occidentali, ma anche e soprattutto quelle di Hong Kong, della Corea del Sud, di Taiwan e del Giappone, moltiplicarono i propri investimenti nel paese trasformandolo all’alba della Crisi 2007-08 nella celebre ‘fabbrica del mondo’. Una fabbrica conveniente in termini di capacità e formazione dei lavoratori così come in termini salariali, ma una fabbrica molto conflittuale, composta da più di 700 milioni di persone.

Tra la fine degli anni ’90 e il 2008, le lotte ‘operaie’ e le pressioni sul sindacato hanno prodotto almeno 5 grandi riforme volte a migliorare le condizioni di lavoro e le tutele contrattuali.

Leggi e regolamenti molto spesso non applicate ma sancite su carta grazie ad intensi cicli di conflitto.

Lasciando da parte l’evoluzione legislativa della tri-relazione tra capitale privato, Partito Comunista e forza lavoro, è sempre necessario ribadire che, almeno per quanto riguarda il corso dei salari, i lavoratori cinesi sono riusciti ad ottenere notevoli incrementi, tra il 1998-2012 il tasso di crescita salariale è stato sempre maggiore al tasso di crescita della produttività.

La Cina è un continente, è complessa e questa capacità di esigere salari in costante crescita va parallelamente messa in relazione a dinamiche di estremo sfruttamento come le famose fabbriche-dormitorio della FoxConn, azienda taiwanese che funge da fornitore per Apple divenuta famosa nel 2011-2012 per il susseguirsi di suicidi da parte dei suoi dipendenti (dei semi-schiavi).

Andando oltre un generale interesse internazionalista per le lotte che si danno in ogni parte del globo, ci sembra particolarmente importante fornire qualche lettura sul conflitto operaio cinese, in quanto le sue dimensioni quantitative lo rendono una questione centrale nell’accumulazione di ricchezza su scala globale.

La crescita dei salari cinesi dell’8% annuo tra il 2008 e il 2017 (dati riportati dall’ILO) ci restituisce uno scenario rapporti di forza tra capitale e lavoro che purtroppo oggi non ha eguali.

Le lotte industriali, della logistica e nei servizi cinesi rappresentano una rigidità sia per il Partito Comunista che fonda la sua legittimità su una crescita economica internamente sempre più diseguale, sia per le traiettorie del capitalismo contemporaneo che della Cina ha fatto un suo snodo chiave.

Fatte queste premesse, pubblichiamo la traduzione di un articolo tratto dal sito China Labour Bulletin intitolato ‘The state of labour relations in China, 2019’.

L’articolo oltre a fornirci un punto di vista puntuale e aggiornato sulle lotte del 2019, ci permette di sconfessare un altro luogo comune molto in voga, ossia che le lotte nei posti di lavoro in Cina riguardino tutte la catena di montaggio e la cupa fabbrica. Questo testo ci racconta tutt’altro, ci parla di un ridimensionamento delle lotte nel settore secondario e di un’impennata di conflitti nel macro-mondo dei servizi offrendo una fotografia stimolante delle relazioni di produzione nella Cina attuale. Buona lettura.

 UTK construction worker protest

Alla fine del 2019, c’è stato grande clamore nell’opinione pubblica cinese in seguito all’arresto di Li Hongyuan, ex dipendente del gigante tecnologico cinese Huawei, detenuto per otto mesi presso il carcere di Shenzhen, apparentemente su richiesta della stessa Huawei, dopo che aveva chiesto alla sua ex compagnia di ricevere la liquidazione e i bonus annuali pattuiti.

Per molti professionisti della classe media cinese questo caso ha confermato un crescente senso di inquietudine dovuto alla presa di coscienza che, agli occhi dei loro datori di lavoro, i dipendenti non sono più che una risorsa da sfruttare e, infine, da scaricare. Ciò che è successo a Li Hongyuan è stato percepito come qualcosa che potrebbe succedere a molti.

Decine di migliaia di professionisti ‘ben pagati’ dell’industria hi-tech hanno perso il proprio posto di lavoro a causa dell’intensa competizione per il dominio del mercato unita ad un rallentamento dell’economia che ha portato alla chiusura di centinaia di tech start-ups, tra le quali le cosidette unicorns. Molti impiegati, come quelli dell’azienda ICT statunitense Oracle di Pechino, hanno dovuto portare avanti diverse dimostrazioni al fine di ottenere liquidazioni decenti prima di essere mandati a casa.

I dipendenti che ancora hanno un lavoro si ribellano ad un orario eccessivo (9-21, 6 giorni a settimana) richiesto dai loro superiori e rigettano apertamente la ‘wolf culture’ aziendale, della quale Huawei rappresenta un’avanguardia, che richiede lealtà e dedizione alla compagnia prima di ogni cosa.

Un’inchiesta sui ‘colletti bianchi’ pubblicata verso la fine del 2019 ha confermato che i dipendenti più giovani provano poco o alcuno senso di lealtà verso i superiori (la maggior parte lascia entro i primi tre anni). La grande maggioranza degli intervistati ha risposto che il rispetto ed un trattamento equo dovrebbero essere le caratteristiche principali di una qualsivoglia cultura aziendale, mentre solo una piccola minoranza continua ad accettare la ‘wolf culture’ sul posto di lavoro.

L’insoddisfazione fra i giovani lavoratori sulle attuali condizioni del mercato del lavoro è stata ulteriormente inasprita ad aprile 2019 quando si è diffusa la notizia che uno dei principali fondi pensionistici statali si sarebbe completamente esaurito nel 2035, esattamente quando coloro nati nel 1980 si aspettano di ricevere la propria contribuzione previdenziale.

Il 2019 potrebbe rivelarsi un anno fondamentale nella percezione delle prospettive dei colletti bianchi cinesi. Molti giovani lavoratori non sono più disponibili ad accettare sia i lunghi orari di lavoro sia il carico sopportato dai loro genitori nella speranza illusoria di raggiungere una vita migliore. Questi giovani lavoratori invece rivendicano una paga dignitosa per un lavoro decente e un salutare equilibrio tra lavoro e vita privata.

Dobbiamo comunque tener presente che per molti semplici operai la preoccupazione principale del 2019 è stata quella di essere retribuiti.

Delle 1386 azioni di protesta sul posto di lavoro registrate nel 2019 da China Labour Bulletin Strike Map, 1159 (circa l’84%) richiedevano il pagamento degli stipendi arretrati. Ancora una volta, è stato il settore delle costruzioni è risultato essere il più combattivo rappresentando il 43% delle proteste. Nonostante il governo si impegni continuamente nella risoluzione dei problemi riguardanti gli arretrati nel settore, un impressionante 99% degli scioperi continua a vertere su questo tema.

Ci sono problemi connaturati e sistemici nel settore delle costruzioni che divengono sempre più evidenti con il rallentare dell’economia e la crescente difficoltà nell’ottenere credito.

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Uno dei trend più evidenti nella distribuzione settoriale delle proteste nel corso del ’19 è stata la crescita di lotte nel fiorente settore dei servizi e il declino relativo nel comparto industriale.

Negli ultimi sei anni la proporzione delle lotte in fabbrica è costantemente declinata rispetto al 41% del 2014, mentre le proteste nei servizi e nella distribuzione al dettaglio sono passate dal 9.7% del 2014 al 23% dello scorso anno.

Il mondo dei servizi ha avuto una forte conflittualità lo scorso anno passando dal 13 al 18% delle proteste totali.

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Nella Cina di oggi risulta chiaro un mutamento nel cuore del conflitto capitale-lavoro. Il fulcro delle lotte sta abbandonando le industrie, molte delle quali sono state chiuse o delocalizzate negli ultimi anni, in favore di una moltiplicazione di episodi nel terziario, dalle lotte dei commessi a quelle degli staff di catering e hotel, dal protagonismo dei lavoratori delle pulizie a quello del settore sanitario. Questo mutamento è ben esemplificato dall’altissimo numero di proteste registrate in seguito alla chiusura di palestre e centri benessere nel 2019. I lavoratori del terziario ricevono salari bassi a fronte di un orario lavoro elevato e di una crescente precarietà dettata dall’intensificarsi della competizione nei singoli mercati.

Un settore che si conferma costantemente attivo è quello dei trasportatori, dalla logistica ai fattorini, dagli autotrasportatori alle proteste dei ‘tassinari’ ufficiali.

La gran parte delle proteste registrate nel 2019 sono state brevi e di piccola entità, spesso volte ad ottenere visibilità mediatica al fine di ottenere una risoluzione delle istanze più che una generalizzazione dei conflitti socioeconomici. Il 94% delle 1297 lotte registrate ha coinvolto meno di 100 persone e molto poche hanno raggiunto il migliaio. Per fare un raffronto, nel 2014 il 7.2% delle proteste aveva coinvolto più di 1000 lavoratori.

Questa stessa natura ‘ridotta’ dei conflitti ha forse inciso sul numero di interventi della polizia che è intervenuta solo in 173 casi (12.5%) facendo ‘appena’ 30 arresti. Nel 2014 il 27% delle proteste industriali con migliaia di lavoratori aveva visto l’intervento delle forze dell’ordine, con arresti nell’8% dei casi.

Circa il 79% dei conflitti del 2019 si è verificato nelle imprese private a capitale interno, confermando il trend degli ultimi anni che vede un aumento e una concentrazione delle lotte nelle aziende a capitale cinese privato e non nelle compagnie statali (SOEs) o nelle aziende a capitale straniero.

Parlando delle compagnie di stato è necessario sottolineare come le condizioni salariali e di lavoro stiano peggiorando, mentre è sempre più in uso lo strumento del sub-appalto (outsourcing) che permette di non assumere lavoratori e di non rispettare adempimenti contrattuali minimi.

Su questo versante si segnala il recente attivismo degli operai della FAW Logistics di Changchun, azienda automobilistica di stato. Tuttavia, le lotte nelle aziende statali risultano più rischiose e contradditorie, poiché la sollevazione operaia non si rivolge verso un privato o verso il capitale straniero ma trasforma il Partito nella controparte con tutto quello che ne consegue in termini repressivi.

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Osserviamo adesso la distribuzione geografica, i conflitti hanno coinvolto ogni regione e provincia cinese, sebbene siano in gran parte riconducibili alle aree urbane del Guangdong, Henan, Jiangsu e Shandong. Il Guangdong ha rappresentato il 10.5% di tutte le proteste e il 24% di quelle manifatturiere. In questa regione molte lotte sono legate alla chiusura degli impianti e alla loro rilocazione, mostrando come la guerra commerciale tra Usa e Cina stia avendo un duro impatto sulle province maggiormente incentrate sulla produzione volta all’export.

Come si vede nella mappa, le aree interne e lo Xinjiang hanno registrato pochi conflitti rispetto ai 33 osservati nel 2015. Questa diminuzione è in parte dovuta alla difficoltà di ricevere informazioni dettagliate da quelle aree ma indica anche la crescente intolleranza del governo a conflitti che riguardano uno snodo centrale della ‘Via della Seta’ (Belt and Road Initiative). Addirittura, una certa opinione tra le autorità governative vorrebbe trasformare le minoranze musulmane dello Xinjiang in fedele forza lavoro al fine di fornire l’industria cinese di una nuova quantità di lavoro a basso costo.

Un altro elemento, divenuto costante negli ultimi anni, è la repressione nei confronti degli attivisti delle ONG del lavoro. Il 2019 è iniziato con la detenzione di 3 attivisti/giornalisti dell’associazione ‘iLabour’ impegnati a sostenere le lotte di lavoratori migranti per l’ottenimento dei diritti legati alla malattia. Nello stesso periodo la polizia di Shenzen ha detenuto 5 attivisti tra cui i più noti Zhang Zhiru e Wu Guijun. Un altro noto attivista Cheng Yuan e due suoi colleghi Liu Dazhi e Wu Gejianxiong sono stati arrestati a Changsha a luglio, mentre a maggio attivisti per i diritti sociali dei lavoratori migranti a Pechino, Guangzhou e Shenzhen sono finiti all’interno di un’operazione coordinata su scala nazionale. Sempre a Guangzhou vi sono stati due arresti saliti alla ribalta delle cronache, quello della giornalista e attivista della campagna #metoo Hueng Xueqin e quello di  Chen Weixiang avvocata di alcuni lavoratori della pulizie in lotta.  Alcuni tra questi attivisti sono stati rilasciati senza accuse a proprio carico mentre altri arresti sono stati confermati e sono in attesa di processo.

Il caso di Chen Weixiang ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica le condizioni di lavoro dei lavoratori delle pulizie che lottano contro i bassi stipendi, i lunghi orari di lavoro, le condizioni di lavoro pericolose e il regime di sfruttamento, ben esemplificato da un’azienda di Nanchino che ha costretto i lavoratori ad indossare segnalatori GPS impostati per suonare se il lavoratore si ferma per più di 20 minuti. I lavoratori delle pulizie sono stati protagonisti di 18 vertenze nell’intero anno. In maniera analoga, gli attivisti arrestati di iLabour avevano messo in evidenza la crescente tendenza di molti lavoratori migranti a sviluppare malattie professionali mortali. Minatori e lavoratori delle costruzioni in tutta la Cina portano avanti rivendicazioni collettive al fine di ottenere compensazioni e trattamenti medici adeguati alle malattie contratte sul posto di lavoro. Alcune di queste lotte hanno condotto a repressione e arresti, altre sono state vincenti come dimostra la promessa del governo centrale di assicurare a tutti i lavoratori ad alto rischio di malattie professionali la copertura sanitaria nei prossimi tre anni. Nonostante l’iniziativa governativa non faccia altro che riaffermare leggi e regolamenti già in vigore, questa dichiarazione rimane comunque un segnale della crescente volontà del governo di aggredire il nodo non più eludibile delle malattie respiratorie.

La sicurezza sul posto di lavoro emerge come una delle questioni che raccoglie maggiore interesse, anche grazie all’episodio verificatosi in un impianto chimico nello Jiangsu dove 78 persone hanno perso la vita e 600 sono rimaste ferite. Un altro episodio particolarmente grave riguarda un incidente in una miniera dello Shanxi che è costato la vita a 15 minatori. I media cinesi sono stati costretti a coprire questi due episodi e hanno svelato l’aggiramento di protocolli di sicurezza nell’ampliamento della miniera e falle nella sicurezza dell’impianto chimico.

In generale il numero di morti sul lavoro è diminuito nel 2019 ma questo report mostra chiaramente come lavoratori e attivisti debbano affrontare numerosi problemi di sicurezza e rispetto di diritti, mentre la società cinese tutta diventa sempre meno tollerante sia nei confronti di datori di lavoro irresponsabili e sia della mancanza di un’adeguata supervisione da parte del governo.

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