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Ucraina: non abbiamo niente da guadagnare in questo sporco gioco

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Le tensioni delle ultime settimane intorno alla questione ucraina sono circondate da una cortina fumogena di dichiarazioni e controdichiarazioni che rendono il quadro di complessa lettura. Negli spiragli si intravedono le senescenze del momento unipolare e lo scontro intracapitalistico tra diversi modi di sviluppo che promettono tetri scenari per il futuro, a meno di una radicale trasformazione dello stato di cose esistenti.

L’ultimo capitolo del conflitto congelato sul confine russo-ucraino si è svolto oggi in mattinata. Se nelle prime ore pareva che l’Ucraina fosse aperta alla possibilità di rinunciare all’entrata nella Nato, capitolando sostanzialmente alle pressioni russe, ora è giunta la decisa smentita.

Le due speculari, ma coincidenti, narrative di Russia e USA sullo scontro in corso nascondono dietro la retorica da guerra fredda, i nodi di una attualità capitalista le cui contraddizioni sono sempre più marcate, tanto da riportare all’ordine del giorno scenari di conflitti tra stati nei paesi cosiddetti “avanzati”. Il riferimento alla Guerra Fredda è un facile rifugio, ma quanto abbiamo di fronte è il risultato di processi ben differenti, che solo in parte hanno a che fare con la dissoluzione dell’URSS.

Sulla pelle delle popolazioni ucraine, e di molti altri paesi, si gioca la competizione tra potenze in affanno di fronte alle ripetute crisi, alle prese con questioni interne ed esterne ai rispettivi paesi. Gli Stati Uniti hanno attraversato alcune delle più significative convulsioni della loro storia recente, tra la sconfitta epocale in Afghanistan, l’esplosione di Black Lives Matter, il fenomeno del trumpismo corredato dall’assalto a Capitol Hill ed una sempre più evidente incrinatura del modello di globalizzazione egemonica basato sulla finanziarizzazione. L’elezione di Biden che avrebbe dovuto trasformarsi, nella narrativa democratica, in un momento di riscatto dell’identità USA, ha solo acuito la sensazione di una debolezza strutturale.

Putin ha deciso di andare a vedere queste debolezze in risposta ad un attivismo anti-russo del neopresidente che ha messo da parte i tentativi trumpiani di un riavvicinamento alla Russia in chiave di contenimento della Cina. Ma la Federazione vive a sua volta delle significative difficoltà, tra un’economia quasi completamente basata sul modello estrattivistico e il flagello della pandemia.

Un’invasione? Chissà, per il momento sembra trattarsi di un braccio di ferro a cui gli USA rispondono aumentando continuamente la tensione in maniera da evitare che il fronte occidentale si sfaldi e che alla spicciolata europei e magari ucraini stessi si accordino con Putin per una soluzione di comodo. Ma un esito di guerra aperta non è da escludersi.

I giornalai italiani e i commentatori al loro seguito tentano di alimentare una dinamica da tifo da stadio nell’inasprirsi delle tensioni, in cui tutto si riduce a chi avrebbe ragione o torto sulla base del diritto internazionale, degli interessi dei singoli paesi, delle simpatie ecc… ecc… Sotto la cenere di questo chiacchiericcio si nasconde il legame tra le logiche geopolitiche, la crisi ecologica che sta investendo le catene di approvvigionamento delle risorse del capitale (e che andrà ad acuirsi sempre maggiormente) e la perdurante crisi economica.

Non vi è nessuna transizione nell’orizzonte capitalistico, ma solo un’ulteriore spietata distruzione di risorse, esseri umani e territori al fine di poter continuare a fare profitti. Mentre un conflitto potrebbe portare a decine di migliaia di vittime a poche centinaia di chilometri, da noi va in scena un surreale revival della retorica sugli investimenti nel nucleare e nel gas. Il sovranismo energetico e tecnocratico viene spacciato da destra a sinistra come la panacea ad una crisi generale dei modelli di sviluppo capitalisti. Intanto milioni di proletari in tutto il mondo pagano di tasca propria, o con la loro stessa sopravvivenza la loro fame di profitti e di risorse.

Non ci sono parti da prendere in questo gioco al massacro, le loro sporche guerre, i loro sporchi affari non faranno che peggiorare le nostre esistenze. Non è detto che in questo momento le tensioni sfocino in un conflitto aperto, è possibile che sulla bilancia delle potenze in campo la pace sia ancora più conveniente, ma in ogni caso scenari del genere potrebbero essere sempre più frequenti nel futuro prossimo. Dire no alla guerra è imperativo, costruire un punto di vista di massa e condiviso che rifiuti le sirene dei diversi interessi capitalisti in campo è sempre più urgente.

 

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