"Un popolo rivoluzionario nel medio oriente". Intervista ai redattori di Demokratik Modernite

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"Un popolo rivoluzionario nel medio oriente". Intervista ai redattori di Demokratik Modernite

Come è iniziato il progetto editoriale della rivista Demokratik Modernite e come consideri il suo ruolo nel movimento curdo?

La rivista è un effetto degli scritti di Ocalan, che ci sono potuti arrivare dalla prigione di Imrali nella forma della sua difesa di fronte alla Corte Europea dei Diritti Umani. “Modernità democratica” è un concetto creato da Ocalan per descrivere i processi di organizzazione e liberazione delle popolazioni senza stato e degli oppressi. Quando la rivista è stata fondata nel 2011, è stata un’iniziativa pensata per trovare una strada per le popolazioni e gli oppressi che vivono sotto lo stato-nazione turco e nel medio oriente. In breve tempo, i redattori sono stati arrestati a causa di questa attività.

Siamo un movimento rivoluzionario nel senso più ampio. Siamo un movimento fornito di nuovi metodi rispetto al marxismo classico. I vecchi metodi non risolvono gli attuali problemi sociali, come il nostro leader Ocalan ha scritto nelle sue difese, che sono un manifesto rivoluzionario per il mondo intero. Analizza il marxismo, il femminismo, l’ecologismo, lo stato-nazione e la sociologia, assieme ad altre cose, fornendoci importanti analisi e proposte di soluzione. Abbiamo trovato il suo metodo molto avanzato come metodo per la liberazione, se si considera il general intellect della Turchia e del mondo. Sebbene la nostra diffusione sia limitata nei confronti delle popolazioni di Turchia, Kurdistan, medio oriente e del mondo, vediamo questo progetto editoriale come un modo per propagare questo pensiero, organizzarlo e diffonderlo.

Siamo connessi con molte realtà e istituzioni dei movimenti turco e curdo, con le quali leggiamo e discutiamo i libri e gli scritti del nostro leader Ocalan. Il movimento di liberazione curdo ha molte riviste, giornali, canali televisivi nel Kurdistan settentrionale che lavorano in questo modo, quindi in questo senso non siamo soli. I popoli del mondo, credo, si sono resi conto di recente di un movimento che ha combattuto per quarant’anni, dopo le resistenze di Kobane e Singal. Noi siamo parte di questo movimento, lavorando duramente per continuare nel percorso del nostro leader, sebbene questo comporti difficoltà, come nel caso dell’intero general intellect del movimento.

Dopo oltre quindici anni, solo in una cella di quindici metri per due, senza TV, con pochi libri, pochissime persone autorizzate a visitarlo, e accesso radio ristretto soltanto ad alcune emittenti di stato, il nostro leader è riuscito comunque a produrre un incredibile corpo d’opera. Siamo fortunati, come popolo, ad avere un leader così. I curdi sono stati oggetto di tutta la violenza e la degenerazione di cui il colonialismo è capace. Per pensare e agire come il nostro leader Ocalan, quindi, dobbiamo salvare noi stessi lottando contro i danni e le distruzioni del colonialismo. La situazione attuale porta il peso della testimonianza di decine di migliaia di martiri, milioni di deportati, e migliaia di compagni in prigione. Nonostante il prezzo pagato, pensiamo di poter dire che siamo ancora un popolo rivoluzionario nel medio oriente.

Il Pkk ha iniziato con l’idea di creare uno stato curdo indipendente, democratico e socialista. Oggi, nella sua ricerca di liberazione e di convivenza con altri popoli, il Pkk non vede più la creazione di uno stato-nazione come una via. Abbiamo Russia, Iran a Siria da un lato e Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Israele e Stati Uniti dall’altro; noi siamo una terza via per il medio oriente. Nonostante i nostri limiti, la gente sta cominciando a interessarsi ai nuovi modi di organizzazione ed esistenza che i curdi propongono in medio oriente.

 

Molti compagni, in Europa, si chiedono in quale modo questo movimento pensa di poter abolire lo stato, dal momento che tutti – inclusi i marxisti rivoluzionari – hanno fallito, in passato, a questo riguardo.

Il nostro leader Ocalan ha in primo luogo insegnato ai curdi a esistere, poi a lottare e resistere per questa esistenza e che possono vivere per una libertà basata sui loro valori etici e politici. Come popolo, i curdi hanno appreso a rivendicare i loro diritti democratici comunalisti e la loro verità, che è tutt’uno con la loro realtà. Così, come dice Ocalan, i curdi sono un popolo che può vivere senza uno stato, laddove uno stato non può esistere senza deprivare le persone, allo stesso modo in cui lo schiavo può vivere senza padrone, mentre il padrone non è nulla senza lo schiavo. Come popolo, noi crediamo fermamente nella nostra realtà e nel fatto che possiamo organizzarci senza uno stato e vivere liberamente nelle nostre comuni e nei nostri consigli. Fino a quando la gente crederà in questo progetto e sarà organizzata, non è impossibile.

 

Qual è, per voi, il ruolo del partito politico nel senso più ampio, anche considerate la funzione che la questione dell’organizzazione ha nel passaggio dal marxismo-leninismo all’idea maggiormente eclettica che è riflessa nella vostra rivista?

In verità non è soltanto la nostra rivista, ma tutte le istituzioni curde che si sono adeguate al nuovo paradigma del leader Ocalan, che sorpassa il marxismo-leninismo tanto in termini di struttura, quanto in termini di mentalità. Il secolo scorso, a dispetto delle decine di migliaia di martiri per la causa curda, dell’opera incredibile e dell’eroismo, ha dimostrato che il metodo usato non ha condotto alla liberazione. Nonostante l’apprezzamento e il rispetto che abbiamo per la storia, i valori e le lotte di grandi movimenti di liberazione nazionale quali quelli del Vietnam, del Mozambico, dell’Angola, di Cuba, della Corea del Nord, e così via, tutti hanno avuto come esito la creazione di stati-nazione. Noi ci consideriamo la continuazione di quei movimenti, ma vogliamo qualcosa di meglio.

 

Ciò che dici sembra legare strettamente la capacità di vivere assieme senza uno stato alla specifica esperienza storica di questa lotta. Credi che questo progetto e questo pensiero potrebbero estendersi, ad esempio, in Europa e in Sud America, o tutto ciò è interamente legato alla questione curda?

Buona domanda. In termini di potere, i curdi non hanno le stesse competenze di altri popoli: sono stati colonizzati, la loro volontà è stata distrutta e sono stati lasciati senza nulla che gli appartenesse. Se guardiamo la storia, vediamo che la geografia curda è stata terreno di guerra per tutti i potenti, siano essi i sumeri, gli accadi, i babilonesi, i romani, i sassanidi, i mongoli, Alessandro, i selgiuchidi, gli ottomani e la contemporanea repubblica turca. I curdi sono stati, anche, i soldati di tutti costoro. Quindi, in realtà, i curdi sono la popolazione meno avvantaggiata in termini di autogoverno; ma se la gente ha deciso di autogovernarsi e creare il proprio destino, non necessita di uno stato.

Il popolo è una forza; quando si organizza, gestisce i propri problemi ed espande la sua forza, l’influenza dello stato diminuisce. Ora tutto il mondo può vedere questo modello messo alla prova. Vivere senza stato-nazione significa vivere senza documenti, senza esercito, senza polizia e senza prigioni, senza gendarmerie e divieti; fondare la vita su principi etico-politici e democratici è molto meglio che un regime carcerario. In altre parole, se la gente vuole decidere sul proprio destino e si autogoverna, non ha bisogno di uno stato. Con un breve elenco di regole sociali, una popolazione organizzata può risolvere i casi di furto o stupro andando alle radici del problema e senza interferire con i diritti di nessuno, e fare del male a nessuno.

La modernità capitalista produce il crimine – prigioni, polizia e giurisdizione esistono a causa di questo. Nella modernità democratica, invece, la gente parla, risolve i problemi ed è capace di vestire le proprie ferite confrontando errori e ingiustizie. Credo che la gente, nel mondo, sia ignara dell’esistenza di questo paradigma, di una mentalità che crede nella capacità delle società di vivere senza stato e autogovernarsi. Se ne divengono consapevoli, sono certo che sarebbero in grado di mettere in pratica la vita comunale e l’autonomia meglio dei curdi.

 

La popolazione del Rojava ha prodotto il proprio contratto sociale, ma al tempo stesso ha asserito di accettare il corpo giuridico della Siria e anche quello dell’Unione Europea. Come è possibile vivere senza uno stato quando questi tre corpi giuridici sono all’opera nello stesso momento?

Non credo di poter rispondere in modo soddisfacente a questa domanda: siamo un movimento che si organizza in modo autonomo, quindi i compagni in Rojava dovrebbero rispondere a questa domanda. Mettiamola, però, questo modo: niente, nel mondo, appartiene ai curdi. La loro stessa terra appartiene ad altri stati. Persino nella cosiddetta Europa libera i nostri canali televisivi sono stati chiusi e i produttori mandati in carcere. Siamo un popolo che lotta per esistere e per far accettare al mondo il nostro autogoverno autonomo. Se la comunità internazionale degli stati-nazione riconosce l’autonomia curda, noi riconosceremo questi stati a nostra volta. I curdi vogliono vivere liberi; se altri accettano le strutture che vogliamo costruire per ottenere questo scopo, senza che attaccarle, non metteremo in discussione la loro natura di stati-nazione.

Il Pyd, in Rojava, è nella lista delle organizzazioni terroristiche. Sappiamo bene che Daesh è stato inviato a distruggerci dall’Occidente guidato dagli Stati Uniti. Adesso che siamo riusciti a resistere a tutto questo, siamo in grado di parlare. Abbiamo quattro stati in medio oriente – Siria, Turchia, Iraq, Iran – che dividono la geografia curda. La liberazione dei curdi significa o che questi stati siano aboliti, o che essi riconoscano i curdi senza i confini che li separano. Se è possibile democratizzare le costituzioni di questi quattro stati (non soltanto per noi, ma per tutte le popolazioni e le fedi), ottenendo la nostra autonomia, non avremmo più alcuna controversia significativa con questi stati. Non accettiamo, semplicemente, l’attuale stato delle cose. Il Rojava non è caduto, si è difeso da Daesh con i Kalashnikov e le bombe a mano e con l’aiuto di una rivolta mondiale in centinaia di città.

Penso che l’Europa, se guardiamo alla libertà di attraversare i confini, è simile a ciò che noi chiamiamo una nazione democratica. Questo non è il caso dei curdi nella nostra regione. Ciò che potrebbe democratizzare il sistema degli stati-nazione nel mondo è l’Europa. Sebbene questo continente abbia una storia oscura, legata allo stato, è il centro democratico che potrebbe rendere il resto del mondo più sensibile ai diritti e alla democrazia. Se i diritti dei curdi all’autonomia e all’autogoverno fossero accettati in nuove costituzioni dei quattro stati-nazione, avremmo un nuovo medio oriente, forse migliore dell’Europa.

 

Sembra che l’organizzazione sia per voi essenziale. Qual è il rapporto tra il potere dei consigli e delle comuni e quello del partito e della guerriglia?

L’autonomia democratica è organizzazione fuori dallo stato, è anti-stato. Ci possono essere leadership, istituzioni, organizzazioni popolari, regole e contratti sociali etico-politici, ma non si tratta di uno stato. Le Ypg sono in Rojava un elemento tra i tanti dell’autonomia democratica. Le Ypg sono la difesa del popolo, non sono l’esercito del popolo, perché questo significherebbe che c’è uno stato. Quando la popolazione ha bisogno di difendersi, le Ypg sono un’opzione tra molte, perché ci sono molti modi di difendersi, non soltanto quello militare. Adesso che è in corso una guerra contro i curdi, Ypg e Ypj sono al centro dell’attenzione; si tratta, però, soltanto di un’organizzazione tra le tante laggiù. Le comuni, le cooperative agricole, le organizzazioni delle donne, i gruppi ecologisti, e così via, sono ciò per cui i curdi vogliono essere conosciuti, sebbene gli stati non ce lo permettano.

Presto il Pjak in Iran sarà altrettanto célèbre che il Rojava. Per noi, il movimento di liberazione curdo significa Pkk e Kck. I curdi in Iran e Iraq, allo stesso modo di quelli in Rojava, sono connessi al paradigma del Pkk ma si organizzano in autonomia. Anche il Pyd è connesso al Pkk in termini di ideologia e organizzazione. Ocalan ha vissuto vent’anni in Siria, non c’è casa che non l’abbia opsitato. Ciò che vediamo, oggi, all’opera in Rojava è opera sua. Prima del Pkk i curdi non esistevano, ed avevano timore ad essere curdi. Il Pkk ha dato la possibilità ai curdi di smettere di negare la propria identità, ma questo non li ha mai condotti al fascismo o allo chauvinismo.

 

Dopo la rivolta dell’autunno scorso, gli attentati di Suruc e Ankara, la resistenza di Kobane e così via, molti compagni, in Italia, sentono di dover stare dalla parte del movimento curdo. Questo è importante, ma crediamo anche che la miglior forma di solidarietà è di organizzare e sviluppare le lotte il più possibile. Per questo siamo così interessati a comprendere i suggerimenti pratici che possono giungerci dai vostri sforzi.

Sono d’accordo. Questo spaventa il nemico, e il fascismo che vorrebbe vederci soli. La gente, in tutto il mondo, si è rivoltata per Kobane, persino in Afghanistan la gente ci ha dato supporto scendendo in strada con le fotografie delle Ypj. I curdi sono sempre stati soli, ma l’anno scorso non lo siamo stati, così che gli Stati Uniti sono dovuti intervenire e bombardare Daesh, il mostro che loro stessi hanno contribuito a creare.

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