La società del gioco lavorativo. A proposito del libro di Alquati sulla riproduzione

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Sulla riproduzione della capacità umana vivente. L’industrializzazione della soggettività (DeriveApprodi 2021) non è certo un libro facile da recensire, si tratta più che altro di una mappa di ragionamenti, legati a doppio filo con le riflessioni che l’autore, Romano Alquati, ha prodotto negli anni precedenti alla scrittura di questo testo, rimasto per lungo tempo inedito. Scritto ormai vent’anni fa, ciò che maggiormente va messa in evidenza è la grande capacità anticipatoria delle analisi della tendenza capitalistica e quindi anche delle possibilità di modificare quella tendenza. Veronica Marchio ci offre qui una sua lettura del modello alquatiano e un’indispensabile guida per orientarsi nella complessità del libro.

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di Veronica Marchio da Sinistra in Rete

Sulla riproduzione della capacità umana vivente. L’industrializzazione della soggettività (DeriveApprodi 2021) non è certo un libro facile da recensire, si tratta più che altro di una mappa di ragionamenti, legati a doppio filo con le riflessioni che l’autore, Romano Alquati, ha prodotto negli anni precedenti alla scrittura di questo testo, rimasto per lungo tempo inedito. È stato scritto ormai vent’anni fa e ciò che maggiormente va messa in evidenza è la grande capacità anticipatoria delle analisi della tendenza capitalistica e quindi anche delle possibilità di modificare quella tendenza oggi.

Non è un libro facile da recensire, dicevamo, perché la difficoltà non sta solo nel capire e seguire i discorsi, intricati e spesso incompleti o solo abbozzati, ma soprattutto nel rielaborarli e nell’ipotizzare delle domande politiche, oltre che teoriche. Il tema è quello della messa a valore capitalistica della riproduzione delle capacità umane, un processo «baricentrico» del capitalismo dei nostri giorni che è necessario interrogare politicamente per abbozzare delle potenzialità di produzione di soggettività antagonista.

Prima di entrare nel vivo di alcune questioni specifiche è utile tracciare brevemente quelli che Alquati chiama i tre momenti del riprodurre capitalistico. Per dirla molto brevemente, a un momento mutualistico, dove i proletari si associavano per ridurre il costo individuale dell’acquisto o affitto di conoscenza e competenza, si passa a un momento di industrializzazzione, massificazione e divenire pubblici dei servizi della riproduzione formativa e ricreativa: ciò a partire dalle lotte degli operai della fabbrica e delle operaie non pagate della casa. Intorno a queste funzioni, in precedenza assicurate in maniera quasi esclusiva in seno alle famiglie proletarie, alle comunità di mestiere o alle reti mutualistiche popolari, è progressivamente cresciuto nel Novecento il grande ambito della riproduzione. Accanto all’utente consumatore di servizi pubblici e all’erogante servizi riproduttivi (prevalentemente donne), si apre anche il processo di terziarizzazione nel lavoro pubblico. Il modello del welfare state va tuttavia presto verso una crisi fiscale per lo Stato, e le vie per uscire da questa crisi portano al terzo momento attuale. È la fase della razionalizzazione (e induzione al bisogno) di servizi riproduttivi pubblici che vengono redistribuiti nelle imprese private, attraverso processi di mercantilizzazione: outsourcing, cooperative, volontariato, terzo settore. Assistiamo all’iperindustrializzazione della famiglia: la casa diventa (come direbbe Leopoldina Fortunati[1]) una fabbrica che, soprattutto attraverso lo strumento tecnologico, è luogo di formazione riproduttiva fredda, ma anche luogo di lavoro con mezzi di produzione comprati e posseduti dai lavoranti (si pensi al telelavoro). Cambia la qualità del lavoro domestico immateriale, cambiano le trasmissioni di ruoli e capacità calde, ormai incorporate dentro le macchine artificiali.

Il terzo momento si presenta come una produzione iperindustriale di servizi riproduttivi (non più semplicemente privatizzazione), ma una vera e propria fabbrica della riproduzione. I servizi riproduttivi, nella cornice dell’iperindustria – vedremo a breve cosa intende Alquati per iperindustria (un modello organizzativo di medio raggio) – subiscono un processo di impresizzazione e fabbrichizzazione: quel processo che non vede più la produzione per il valore d’uso (e utilità sociale) del bene (in questo caso immateriale e riproduttivo di capacità), ma la produzione per l’investimento nel valore di scambio e per generare plusvalore.

Il processo di impresizzazione dei servizi riproduttivi è accompagnato dal prevalere di un lavorare timico e cognitivo, con la messa a lavoro di componenti intellettive, psichiche, relazionali, biologiche. La riproduzione della capacità umana non è semplicemente un’attività lavorizzata, ma è diventata il lavoro centrale nella società capitalistica contemporanea.

Il modellone politico della civiltà capitalistica

Come anticipavo, gli scritti sulla riproduzione sono da leggere dentro la modellizzazione che Alquati rappresenta della civiltà capitalistica e del suo funzionamento[2]. È utile qui sottolineare gli aspetti politici di quella modellizzazione perché possono aiutare a elaborare ciò di cui si parla nel testo. Il modello è intrinsecamente attraversato da una contrapposizione fondamentale che ci restituisce il suo essere una rappresentazione politica e non semplicemente descrittiva del capitalismo. Ci sono due macro-parti sistemiche, da un lato il capitalista collettivo e dall’altro il proletariato, rappresentati in una continua possibilità/necessità di un rapporto contraddittorio, asimmetrico e antagonistico, legato alle finalità perseguite.

In questa «civiltà-società-rapporto» la macro-parte proletaria è il sistema di coloro che per vivere devono produrre, conservare e scambiare la propria capacità mercificata (ci torneremo), con l’altra macro-parte, quella capitalista, che la usa e sfrutta per riprodurre il proprio sistema di dominazione. C’è dunque un’oggettività accettante e subordinata della macro-parte proletaria, ma c’è anche, e soprattutto, una sua forza vitale che produce innovazione. In termini generali e semplificati si può dire che nel testo sulla riproduzione Alquati va a indagare e rappresentare politicamente – quindi dentro questa macro-contrapposizione possibile e necessaria – il modo in cui il capitale organizza, valorizza, mette a profitto e gestisce il rapporto tra la produzione di innovazione e sovrappiù attraverso il potenziamento della capacità umana, e la subordinazione e obbedienza attraverso la continua alienazione dell’agente umano rispetto alla propria capacità di lavorare (produzione di soggettività).

Non c’è un’oggettività accentante inscalfibile, né però una presunta potenza nella cooperazione umana delle capacità, che andrebbe solo liberata dalla trama del dominio capitalistico: è questa, a mio avviso, la chiave di lettura del testo. C’è invece un’ambivalenza che indica appunto la possibilità che qualsiasi elemento del moderno agire e del sistema che lo contiene possa essere visto in funzione di fini differenti e contrapposti. E c’è una politicità intrinseca che consiste:

«nella capacità di qualsiasi entità, fatto, rapporto, scambio e movimento di incidere nei rapporti di dominio (e comando e potere), spostandoli o cambiandoli in una diversa direzione. Questa politicità è intrinseca, è interna a tutto, nell’intera società complessiva e nei suoi ambiti. Allora, la politicità intrinseca, in cui tutto quanto è visto nella misura in cui incide nel dominio capitalistico, è la dimensione diffusa e ovunque presente della politica, ed è forse la più importante. È qualcosa di piuttosto soggettivo, perché in fondo emerge come maniera di guardare la realtà: nell’ottica dei rapporti di dominio» (p.157). 

Anche il sistema capitalistico non rappresenta qualcosa di puramente oggettivo – di oggettivo c’è la sua narrazione ideologica – ma esprime un punto di vista soggettivo che produce soggettività dominanti. In questo testo Alquati ci spiega come il capitale produce e riproduce le sue soggettività: con che forme organizzative (l’iperindustria) e su quali livelli, in quali ambiti e attraverso quali servizi riproduttivi, con quale specifico uso finalistico delle capacità umane e attraverso quali rapporti di reciprocità tra gli umani.

A mio parere, in questo testo troviamo una ricchezza di ragionamenti del punto di vista del capitale sulla riproduzione di queste capacità umane, ma proposte ancora molto embrionali su un ipotetico punto di vista contrapposto e di contro riproduzione di queste capacità e soggettività, con fini diversi e contrapposti. Chi spera di trovare delle risposte, si troverà con un pugno di mosche: l’operazione precedente ancora più complicata è estrapolare delle domande. Sono scritti che complicano molto le idee ma costringono, forse, a riconsiderare delle cose che sembravano banali, e che rappresentano tuttavia in modo quasi sorprendente la realtà in cui viviamo oggi.

Cos’è riproduzione in Alquati: definizioni e concetti preliminari

Per riproduzione Alquati non intende né riproduzione della specie, né del sistema sociale capitalistico, né riproduzione biologica dei corpi fisici, bensì riproduzione della capacità-umana vivente in mercificazione. La particolarità di questa visione della riproduzione sta proprio nella parola mercificazione, che connota la peculiarità dell’essere umano dentro il capitalismo, non una capacità di agire[3] in generale, ma una capacità di lavorare per il capitale. Questa capacità ha bisogno di essere riprodotta, ricreata e conservata, innovata, differenziata, ma soprattutto formata. Il lavoratore è, in questo ragionamento, ridotto e addirittura sottomesso, alla sua capacità lavorativa. Si tratta dell’assicurarsi una certa qualità della forza lavoro, attraverso la costante ri-creazione delle condizioni di uso della capacità umana come merce peculiare e «speciale» (la cui specialità risiede tuttora nella residua eppure insostituibile capacità di valorizzare e «dare» capitale).

La riproduzione di sé come sistema e rapporto sociale è da sempre fine ultimo del capitalismo, in qualunque epoca. Affermare la centralità della riproduzione, in questo senso, equivarrebbe a formulare una tautologia; poiché accumulazione di capitale e sua riproduzione sono di fatto lo stesso processo, perseguito attraverso la mercificazione e l’estensione della logica del valore a sempre nuove sfere dell’attività umana, dello spazio fisico, delle risorse naturali. La centralità che si può ipotizzare oggi assuma la riproduzione non è da ricercare secondo Alquati dentro una novità del momento, ma nel modo in cui questa riproduzione diventa oggi luogo funzionale privilegiato dell’accumulazione capitalistica: riproduzione diretta e prevalente, senza la mediazione delle merci. Non più ambito funzionale separato ma sfera esplicita di valorizzazione

L’ipotesi forte che Alquati delinea è la seguente: al capitale interessa molto riprodurre questa capacità umana perché essa garantisce la riproduzione del lavoratore, o meglio l’attidudine dell’agente umano al lavoro specifico:

«il lavoro che io qualifico come specifico è l’agire che produce e accumula capitale e che consente agli iperproletari di percepire un salario di fatto, e contenere pure più sotto la produzione di ricchezza, includente a sua volta il conseguimento di una vasta pluralità di scopi gruppali e personali peculiari» (p. 22).

In altre parole il lavorare trasforma il lavorante e riproduce una certa soggettività del lavorante. Una riproduzione iperindustriale[4] del lavoratore che nel testo viene esplorata in relazione al grande ambito del consumo[5]. Questa riproduzione, avverte Alquati, avviene in tutti e tre i grandi ambiti – ed è fondamentale capire come i rapporti tra ambiti mutino – la differenza è che nell’artefattura la riproduzione delle capacità del lavorante avviene tendenzialmente rispetto all’impresa; nell’ambito del consumo la riproduzione è diretta, senza mediazioni, è sul lavorante stesso.

Entrando un po’ più nei dettagli, l’ambito del consumo finale[6] (quindi la società) viene inteso non già come una società meramente consumatrice, bensì come una società complessa: da una parte c’è un consumo finale che distrugge qualcosa, dall’altra c’è un consumo finale riproduttivo di qualcosa. Non si tratta di confini netti tra ambiti, ma di confini labili. Nel caso del consumo distruttivo, la distruzione iperindustriale mira a produrre un sovrappiù (ad esempio attraverso la guerra o lo sviluppo tecnoscientifico). La peculiarità del consumo riproduttivo è invece che la capacità lavorativa umana viene prodotta e riprodotta. Si tratta di una capacità lavorativa trasversale e quindi universale, che si esprime come riproduzione degli altri, come autoriproduzione di se stessi e come autovalorizzazione nel fruire del consumo. Consumo riproduttivo può significare due cose: consumo di beni sensibili (beni di natura o macchinari artificiali) in forma solitaria, oppure fornita da un partner esterno. Consumo di beni intangibili anche qui in modo solitario oppure dentro uno scambio di prestazione di un servizio. Nel primo caso si tratta di uno scambio esterno (uno scambio di vendita di un bene sensibile); nel secondo caso uno scambio interno (ad esempio uno scambio che avviene in un’attività formativa o di cura).

Importante è l’ulteriore suddivisione del consumo riproduttivo: c’è una riproduzione semplice e senza incremento che ha l’obiettivo di portare la capacità lavorativa umana al punto in cui era prima di consumarla (ad esempio nel mondo della sanità o dell’intrattenimento). C’è una riproduzione complessa che invece produce un incremento, valorizza le capacità e si chiama riproduzione formativa. Sia nella riproduzione che restaura, sia nella riproduzione che forma si realizza la riproduzione della capacità. Ci torneremo più avanti.

Ricapitolando: c’è una riproduzione che distrugge per creare utilità; c’è una riproduzione che deve conservare per far rimanere inalterate delle cose; c’è una riproduzione che deve formare per produrre nuove forme soggettive. Il binario centrale di ragionamento è dunque il seguente: abbiamo un lavoratore specifico trasversale ridotto alla sua capacità lavorativa. Quest’ultimo vale per il valore della sua capacità che lo pone come proletario e iperproletario piuttosto che renderlo libero dentro il capitalismo. Questa capacità lavorativa è incrementata dentro il cosiddetto consumo riproduttivo formativo, caratterizzato perlopiù da forme di riproduzione interrelazionali, con scambi interni tra partner. È un’interrelazione definita iperindustriale nell’ambito dei cosiddetti servizi riproduttivi di cui si diceva all’inizio. Ecco l’ipotesi di Alquati: nell’ipercapitalismo il principale uso/utilità della capacità umana vivente è il riprodurre capacità lavorativa umana vivente. In quest’ottica, il fruitore dei servizi (autoriproduttivi o riproduttivi) è un lavoratore. C’è un lavoro riproduttivo domestico (dentro la casa fabbrica) e un lavoro riproduttivo esterno alle mura domestiche (dentro la società fabbrica). C’è una riproduzione fruita mediante comunicazione o anche telecomunicazione.

I diversi ambiti della riproduzione industrializzata: la formazione come terreno riproduttivo strategico

La riproduzione della capacità lavorativa nell’ambito del consumo finale riproduttivo non coincide con nessun settore nonostante operi soprattutto dentro il terziario e dentro la riproduzione di capacità. Il terziario secondo Alquati non va però inteso nel suo essere differente dal mondo dei beni tangibili perché immateriale. Il terziario produce una sua materialità intangibile: produce informazioni, conoscenze, pensieri, idee, emozioni, affetti, saperi ecc. La caratteristica prevalente dei servizi riproduttivi non è l’assenza di materialità, bensì l’intangibilità dell’oggetto di trasmissione e la relazionalità (ad esempio nelle prestazioni di cura e nella formazione). Le utilità che si scambiano, che si fruiscono o che si danno, si misurano a seconda del grado di trasformazione delle capacità che il servizio determina.

Ritengo utile mettere in ordine gli ambiti e servizi concreti in cui avviene, nel consumo finale, questa riproduzione di capacità. È soprattutto il consumo riproduttivo a essere baricentrale per il capitale e anche per noi che vogliamo riprodurre soggettività antagoniste. Il consumo riproduttivo può essere teso, come abbiamo visto, sia a conservare che a formare le capacità umane. I settori ricreativi che conservano le capacità precedenti sono: l’assistenza e la previdenza, la sanità, la sicurezza, la giustizia, ciò che riguarda il disporre di una casa e l’avere una residenza, le questioni che afferiscono all’ambiente e alla natura, il turismo, l’intrattenimento e lo spettacolo (p. 119). E a ciò si legano tutti i sotto settori anche tecnologici di ogni ambito. Secondo Alquati questi settori sono fondamentali per il mantenimento del profitto.

Rispetto a questo ambito della ipotetica conservazione di capacità, Alquati sottolinea che il vero punto di domanda è se effettivamente si possa ancora parlare di ricreazione di capacità. Troviamo nel testo un’analisi molto approfondita dei concetti di bisogno, desiderio, piacere, letti dentro la cornice della fabbricazione dei bisogni come merce, dell’induzione al godimento sfrenato, della libertà di fare ogni cosa come bandiera del consumo finale. Gli iperproletari consumatori finali che mediamente hanno ormai una scarsità di reddito, sono però spinti verso «una ricreatività edonistica che non lascia indietro nulla»; questo significa che mentre le imprese fanno profitto sulla ricreazione e sull’intrattenimento, i fruitori/lavoratori di piacere diventano alla fine dei meri consumatori distruttivi (nel senso che si diceva all’inizio). Dunque il capitale non solo tratta come merce le capacità umane che dovrebbero ricrearsi dentro il consumo finale, ma impone all’iperproletario, per intrattenersi, di consumare più di quel che guadagna e di godere anche se non ha affatto il tempo per farlo. Possiamo dire sicuramente che dentro questo consumo ricreativo meramente edonistico c’è molta libertà – liberale – dell’individuo, ma che tipo di capacità vengono conservate e distrutte? Che soggettività viene prodotta? Libertà in questo senso è ancora soprattutto libertà nel capitale, quand’anche si presentasse con facce alternative, piuttosto che liberazione dal capitale.

Ma veniamo a quell’ambito del consumo finale che crea incremento oltre che riprodurre e conservare (o semplicemente distruggere capacità). Si tratta della «solita formazione» (p.119), intesa in un senso generico e allargato, oppure come formazione separata. La formazione in senso generico è definita come «la riproduzione allargata con incremento della capacità-umana-vivente e del suo valore di scambio e d’uso. Quindi si dà nel consumo-finale formativo» (ibidem). Come al solito Alquati vuole complicarci le cose, perciò questa formazione allargata è intesa anzitutto come formazione della personalità e professionalità dell’individuo. Non è sinonimo di educazione, istruzione o addestramento. È l’incremento complessivo delle capacità possedute (che può avvenire in ogni aspetto della vita produttiva e riproduttiva) delle quali solo alcune verranno poi richieste, scambiate, imposte. Ecco perché si tratta di un nodo strategico tanto per i capitalisti, quanto per i proletari. Perché questa formazione generale di capacità nello stare al mondo ha intrinsecamente in sé una politicità. Cosa si sceglie e cosa invece viene imposto? A cosa non si vuole rinunciare nella propria formazione? Che aspettative si hanno rispetto a questa?

La formazione delle capacità è concentrata e separata in luoghi specifici in continua trasformazione e iperindustrializzazione: la famiglia, la scuola, l’università, i gruppi amicali, i luoghi di incontro, i mezzi di comunicazione telematica e i social network. Ciò su cui Alquati ci spinge a ragionare è la possibilità o meno di determinare una differenza tra la formazione di capacità-umana e la valorizzazione di capitale. C’è una spiegazione molto approfondita di come avviene il processo formativo, che può essere solitario (di autoformazione) oppure con degli scambi interni ed esterni. I formatori sono essi stessi iperproletari su ampie scale, ma spesso separati e isolati tra di loro. Ci sono organizzazioni formative iperindustriali e servizi formativi privatizzati o pubblici. In tutti i casi si è portati a pensare che la continguità cooperativa degli umani nella formazione possa determinare automaticamente un’autonomia soggettiva nel processo di formazione.

Tuttavia, se la capacità è una merce e la formazione trasversale o separata è un lavoro riproduttivo di valorizzazione del capitale, viene da sé che formazione non significa liberazione in sé. Anzi, l’ipotesi di Alquati è che è proprio in questo consumo finale riproduttivo e formativo di capacità ci sia oggi il massimo della valorizzazione capitalistica. Questo soprattutto perché, come si diceva all’inizio, formazione e riproduzione delle capacità come merce di scambio produce un certo soggetto e una certa soggettività.

Conclusioni: l’operaio della riproduzione?

Andando verso le conclusioni e per tentare di semplificare ed enucleare delle domande: possiamo dire che a diventare indistinti – dentro l’impresizzazione della riproduzione – sono proprio i tempi di lavoro e di vita, al punto che abbiamo parlato di lavoro riproduttivo. Se da una parte la riproduzione appare come un campo di dominio e valorizzazione impercettibile, dall’altra invece rimane fortemente connotato in senso materiale; ciò sia dal punto di vista del permanere di ricatto e sfruttamento nonostante il cambiamento nelle modalità del salario, non necessariamente monetario; sia, come abbiamo visto, dal punto di vista dell’oggetto di trasmissione nei rapporti riproduttivi, che è intangibile ma non per questo immateriale.

Per ragionare all’interno di questa indistinzione Alquati ci è utile soprattutto perché ci aiuta a dotarci di un angolo prospettico che va oltre la riproduzione della sola forza lavoro e delle sole abilità fisiche, ma che la considera anche come riproduzione di capacità umane (tutte quelle attitudini che fanno del soggetto un lavoratore e che riproducono quindi la sua soggettività nello stare al mondo). Questo angolo di osservazione ci permette di collocarci e di ragionare su uno spazio di ambivalenza di quelle attitudini – e dei comportamenti che ne seguono – perché la capacità può diventare merce del capitale, ma può anche diventare potenzialmente autonoma, sviluppando attitudini e comportamenti di rifiuto che sta a noi approfondire, leggere e indirizzare. Come ci radichiamo, o meglio: come miglioriamo la nostra capacità di radicarci in modo conricercante e attraverso progettualità politica, dentro questi luoghi e processi della riproduzione?

Verso la fine del libro, nelle conclusioni, Alquati propone l’idea di un «operaio della riproduzione e autoriproduzione». Una categoria da approfondire e problematizzare. Non si tratta infatti di un nuovo soggetto, ma di un ampio terreno di lavoro politico che si incrocia con tutto ciò di cui abbiamo parlato finora. L’autore pone questa categoria in relazione da una parte al rapporto ambivalente tra processo di globalizzazione e permanere di sottonazionalità del vivere quotidiano della gente iperproletaria; dall’altra, al rapporto tra questa moltitudine soggettiva di operai della riproduzione e le classi sociali oggettive. Ricollegandoci a quanto si diceva prima, sebbene tutti nella società odierna abbiano il desiderio e in qualche modo vengano assorbiti dalla riproduzione, solo alcuni – un «iperproletariato occidentale di ceto medio» – ne vengono effettivamente soddisfatti. Dunque la classe oggettiva iperproletaria rimane, ma quali forze soggettive ci sono dentro questo iperproletariato di ceto medio occidentale?

I binari di ricerca politica possono essere almeno tre. Il primo è quello di studiare le diverse industrie della riproduzione per capire che tipo di soggettività riproducono. Definire cosa significa riprodurre capacità merce per il capitale significa anche necessità di ridefinire il concetto di lavoro. Ma è evidente il fatto che dentro le industrie della riproduzione ci sia anche una riproposizione ideologica di discorsi e narrazioni. Da questo punto di vista, le industrie della riproduzione non solo sono produttive di plusvalore e sfruttamento, ma sono intrise di narrazioni maternalistiche e vittimistiche – si pensi all’ambito dei servizi di cura in generale – che producono precisi rapporti riproduttivi tra riproduttori e riprodotti, mentre il padrone o la padrona rimangono sempre apparentemente dietro le quinte. C’è la tendenza verso un «capitalismo maternalista» (pp. 183-188) che oggi tenta sempre più di appropriarsi, per i suoi fini, della potenza dei processi di «donnazione», ossia di acquisizione di potere delle donne nella storia. Su questi temi Alquati insiste molto nel testo e tutto sommato possiamo dire che, nonostante siano stati proprio certi movimenti femministi a conquistare pezzi di qualità di vita non solo per le donne ma per tutti, costringendo il capitale a ristrutturarsi, è oggi la crisi dei movimenti femministi e la loro sussunzione – come elemento di modernizzazione e decorazione del capitalismo – a dover essere interrogata. Quali rapporti di riproduzione vogliamo creare contro quelli fondati sull’innovazione valorizzatrice del capitale dal volto materno? Domande di certo non facili, scomode, e non di immediata risposta.

Un secondo binario di ricerca riguarda la libertà nella riproduzione ricreativa di beni tangibili e intangibili, di esperienze e piaceri, di rapporti sociali e legami ecc. Siamo qui nell’ambito del consumo ricreativo di capacità, un ambito che abbiamo visto essere importante per il mantenimento del profitto e che concorre decisamente alla produzione delle soggettività capitalistiche. Soggettività che si sentono libere di far tutto, ma che proprio perché sono libere di godere di ogni cosa, in realtà dipendono da qualcosa o qualcuno, e in primo luogo dipendono dalla disponibilità di denaro che hanno per consumare esperienze. Se ci pensiamo, nel contesto postpandemico, questa questione della libertà di riprodursi ricreandosi, intrattenendosi, è esplosa. La rivendicazione della libertà individuale tutto sommato non stupisce e mostra la caratura soggettiva dell’individuo capitalistico: io non voglio liberarmi veramente, io voglio che il capitale continui a farmi godere delle mie infinite libertà perché così non devo impegnarmi più di tanto, né usare e trasformare le mie capacità calde, devo solo eseguire facili standard, già ampiamente cristallizzati dentro i macchinari artificiali e tecnologici. Siamo sicuri che ci siano solo individui di tal tipo in questa moltitudine soggettiva di operai della riproduzione? Evidentemente no, ma quegli altri non vanno solo cercati, vanno formati e immaginati, a partire da una lotta anche contro noi stessi in quanto operai della riproduzione.

E in questo caos pseudo-libertario, i processi di riproduzione formativa continuano invece, sul livello del consumo che forma le soggettività, a produrre le condizioni e le attitudini soggettive dei lavoratori presenti e futuri. Mentre tanti militanti e attivisti si scervellano se essere sì green pass o no green pass – che è cosa diversa dal capire cosa c’è dietro le mobilitazioni no green pass, per poi magari scoprire che non c’è niente – le università di tutta Italia procedono indisturbate a garantire i processi di innovazione capitalistica, la conoscenza ha sempre meno a che fare con l’intelligenza e la ricchezza di capacità e sempre più invece con aspetti potenzianti e specialistici di applicazione di modelli teorici a processi innovativi volti al profitto. In questo contesto, a retoriche modernizzatrici ed ecologiche si affiancano espliciti processi di distruzione della natura, attraverso l’innovazione tecnologica spinta verso fini di profitto.

E allora ci sono tante domande da porsi: che formazione viene richiesta oggi? Come vengono valorizzate le capacità cooperative umane e quanto ne esce impoverita la possibilità di autonomia soggettiva dentro i processi di lavorizzazione della formazione? Come studiamo i processi e i luoghi della formazione separata, cioè la casa/fabbrica, la scuola, l’università, i luoghi di aggregazione nelle province e nelle città? E i rapporti locali tra formazione e lavoro? Con quale attitudine e con quale sguardo? Potremmo forse indagare i bisogni formativi delle persone? Ma soprattutto: possiamo immaginare e costruire dei nostri luoghi della formazione separata per ricostruire processi formativi contro, riconquistare capacità relazionali e reinventarle, immaginare obiettivi comuni che ci si pone come vincolanti? Come ricostruiamo un senso di vincolo nel marasma delle libertà del capitale?

Come scrive Alquati nel libro, dandoci come sempre, oltre all’analisi, delle indicazioni di metodo rivoluzionario, ciò va fatto con una certa attitudine inattuale: «Il continuismo ha respiro corto: bisognava proprio saper morire per rinascere diversi. Gli zombie sono nostri nemici: vogliono portarci con loro nei sepolcri» (p. 171).

Note [1] L. Fortunati, L’Arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale, Marsilio, Venezia 1981. [2] R. Alquati, Dispense di sociologia industriale, Il Segnalibro, Torino 1989, vol. III, tomo 1-2. [3] Si veda a tal proposito la differenza tra lavoro e attività secondo Alquati in Lavoro e attività. Per un’analisi della schiavitù neomoderna, Manifestolibri, Roma 1994. [4] Iperindustria indica proprio il salto qualitativo del modo organizzativo industriale che straripa prendendo dentro ed estendendosi anche ad attività di produttività indiretta, cioè riproduttive o del tutto improduttive. L’iperindustria è quindi un modo organizzativo che pianifica, uniforma mantenendo le differenze, applica tecnoscienza ecc. Per una definizione più dettagliata di iperindustria e iperindustrialità vedi p. 39. [5] Per Alquati ci sono tre grandi ambiti: l’artefattura, il consumo e la politica istituzionale che ricalca la vecchia tripartizione tra fabbrica, società e Stato. [6] Nei complicati termini alquatiani, il consumo è qui definito «finale» rispetto a quello «intermedio». Il consumo intermedio avviene ancora nel mondo artefattivo – si mostra ad esempio come servizio prestato all’impresa – e si intende come consumo di risorse, artefattivo e produttivo, indica l’utilizzo di qualcosa che sfocia poi in un semilavorato o in un prodotto artefatto. Il consumo finale invece è caratterizzato dal fatto che c’è un fruitore e le cose non vengono utilizzate ma fruite. In questa fruizione e scambio c’è una riproduzione di capacità umane che vengono incorporate direttamente nei fruitori umani viventi: «questa è la centrale distinzione orizzontale sullo stesso piano del medio raggio: tra consumare (intermedio) per artefare e consumare (finale) per riprodurre!», p. 69. Immagine: Gianna, Senza titolo, 1999 Veronica Marchio è una studiosa e militante, dottoressa di ricerca in sociologia criminologica presso l’Università di Bologna. Collabora con la rivista «Commonware» e con .input di Bologna, libreria e luogo di formazione del pensiero critico.

 

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