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Stallo e guadagno: nuovi attacchi israeliani in Libano e un cessate il fuoco a rischio 

Come ormai è noto nella strategia – se così si vuol chiamare – di Trump mentre vengono intavolati incontri negoziali si aumenta la tensione sul campo. 

Si registrano nel sud dell’Iran attacchi a siti di lancio di missili, definiti da un portavoce militare degli Usa attacchi di “autodifesa”. Le Guardie della Rivoluzione iraniane dichiarano di aver abbattuto un drone statunitense dopo la violazione dello spazio aereo, sottolineando come ogni azione sarà legittima per contrastare qualsiasi iniziativa Usa che dovesse andare nella direzione di una violazione del cessate il fuoco.

Nel frattempo viene dato spazio a una narrazione che vedrebbe degli avanzamenti importanti nei negoziati ma il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano interviene per aggiustare il tiro: sono stati fatti progressi ma questo non significa che un accordo sia imminente anche perché rimane lo scoglio più importante: il programma nucleare. Ancora non è chiaro a nessuno perché l’Iran, che al momento non si trova sconfitto, dovrebbe consegnare le proprie scorte di uranio alla luce di una posizione chiara sul non interesse a disporre dell’arma nucleare. 

Ogni occasione è buona e così Israele, velatamente offuscato dalle accuse ricevute per il trattamento riservato ai sequestrati della flotilla, in maniera completamente arbitraria e illegale, ottiene il via libera per nuovi attacchi in Libano. E così gli pseudo progressisti nostrani hanno un bel da fare nel cercare di costruire un’immagine di un Israele snaturato da figure estremiste e mostruose come Ben Gvir. Al solito la creazione di una certa zona safe in cui si proverebbe a parlare di “mela marcia” non ha nessuna base per attecchire. Mojtaba Khamenei in un messaggio ha scritto “In varie parti dell’Iran e del mondo – e ben oltre questi giorni benedetti – ‘Morte all’America’ e ‘Morte a Israele’ diventeranno gli slogan ricorrenti della umma islamica e degli oppressi di tutto il mondo, specialmente tra i giovani”, il che dà la cifra di quanto la dirigenza iraniana sia cosciente di aver raggiunto un risultato.

Vanno individuati due piani in dialettica tra loro che mostrano la complessità della situazione. Da un lato, la legittima propaganda iraniana nel dichiararsi vittoriosi in questa guerra e nell’aver rimesso al centro la solidità dell’Asse della Resistenza; dall’altro, un’America che se si trova in difficoltà da un punto di vista di credibilità e di scala di valori da propugnare all’interno e all’esterno, non si trova in una condizione di debolezza o di effettiva crisi dal punto di vista militare ed economico. 

Sul primo punto la percezione di una guerra fallimentare per l’ordine imperiale che vede – in continuità con la resistenza del popolo palestinese – una tenuta della Repubblica Islamica come simboli della possibilità di incrinare l’egemonia statunitense e, dunque il progetto sionista nella Regione, è cosa diffusa e trasversale a livello popolare nel mondo. Il che rende questo momento un passaggio epocale e instaura nuove condizioni di possibilità per l’obiettivo comune, ossia liberarsi dell’oppressione imperialista. Sul secondo punto, occorre avere a mente come lo stallo sia fonte di guadagno per gli Usa, così come l’andamento apparentemente schizofrenico di Trump in realtà sia strettamente collegato con l’andamento della borsa e degli investimenti che vanno nella direzione di beneficiare il capitale americano e una precisa parte di esso, ossia quello legato alle proprietà del presidente. 

In particolare, Trump non ha affidato il suo patrimonio a una società che ne vincolasse l’utilizzo e questo significa che le sue proprietà possano legarsi a operazioni finanziarie con la possibilità di scommettere al rialzo in borsa a fronte di dichiarazioni più o meno ottimistiche del presidente sulla situazione della guerra. Scommesse dunque che ben poco rischiano. 

Nel frattempo la prolungata chiusura di Hormuz inciderà, e non poco, sulle economie dei Paesi dipendenti e in condizione di vassallaggio nei confronti degli Usa. Non soltanto da un punto di vista dell’aumento dei prezzi ma proprio per quanto riguarda gli approvvigionamenti con conseguenze anche sul piano della produzione in quanto l’insufficienza di alcune materie prime potrebbe portare al rallentamento o alla chiusura di alcune fasi produttive. 

Nel nostro Paese la condizione operaia si trova in una fase di crisi generalizzata e di finanziarizzazione e delocalizzazione come unica prospettiva, una tendenza che inizia ad intaccare anche le economie più forti in determinati territori. L’esempio di Electrolux è piuttosto rivelatore anche a fronte della conferma degli oltre 1700 licenziamenti previsti a seguito dell’incontro tra le parti. In questo quadro non esiste alcun piano industriale serio, come dimostra l’assemblea di Confindustria dove Meloni ha nuovamente dato prova di ignorare le condizioni del settore produttivo italiano ma di voler accelerare su nucleare e riarmo. La conversione bellica non è una soluzione strutturale, anzi è soltanto un ulteriore punto di crisi della valorizzazione. La possibilità che sul medio lungo periodo possano aprirsi nuovi terreni di contrapposizione su determinati settori è reale, non è chiaro però quali soggetti e quali categorie avranno potenziale protagonismo in questa crisi. Ancora una volta occorre sedimentare contatti, conoscenze e strumenti di parte che possano essere validi e verificati in prossimi eventuali cicli di mobilitazione di massa. 

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