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Argentina: Milei-Trump hanno vinto e si sono tenuti la colonia

Il governo libertario ha imposto la paura della debacle e ha vinto nelle elezioni legislative. La Libertad Avanza si è imposta in 16 distretti. Il Presidente ha promesso una riforma del lavoro, delle pensioni e dell’educazione. Il peronismo ha raccolto il 34,8 per cento. L’esperimento Province Unite è stato un totale fallimento.

di Felipe Yapur, da Comitato Carlos Fonseca

Nessuno muore poco prima, né si suicida prima. In apparenza questo si può applicare ad un conglomerato più complesso come è il popolo e potrebbe anche servire come una prima spiegazione del risultato elettorale di queste elezioni legislative di medio termine. La paura che il governo ha distribuito in modo equo (l’unica distribuzione che ha fatto da quando è andato al potere) nell’imminenza della debacle, se non si fossero ottenuti i salvataggi di Donald Trump, è stato uno dei fattori che ha provocato questa resurrezione elettorale. Sul marciapiede di fronte, il peronismo ha mantenuto il proprio nucleo duro, ma la continuità della lotta interna ha lasciato il movimento nazionale e popolare senza un messaggio che convocasse e agglutinasse, soprattutto quel votante più rilassato. Così, La Libertad Avanza ha ottenuto, a livello nazionale, il 40,84 per cento (15 punti meno che nel 2023), contro un peronismo che in tutte le province ha sommato il 34,8 per cento. Un’elezione assolutamente polarizzata che ha lasciato l’esperimento Provincias Unidas praticamente affondato con un 5,12 per cento dei voti. Ma questo risultato, che permetterà al Presidente di affrontare alcune settimane con più tranquillità, ora lo lascia senza la rete dell’ultima istanza che rappresentava l’eredità del precedente governo. A partire d’ora, tutto quello che farà, tutto quello che toccherà, tutto quello che romperà, sarà soltanto ed esclusivamente una sua responsabilità.

In ogni elezione i partiti investono denaro per la campagna elettorale. Ricevono donazioni ma anche una quota che gli spetta per legge e che il governo gli consegna. Ora, per queste elezioni il presidente Milei ha ottenuto un record storico perché il suo trionfo lo ha garantito con un aumento netto del debito estero di 40 miliardi di dollari che gli mandano dalla Casa Bianca. Per ora ha superato il primo scoglio, quello elettorale. Ora deve garantire la governabilità, ma soprattutto la consegna del paese ai capitali nordamericani che visitano assiduamente l’Argentina. È quello che gli chiede Trump e Scott Bessent. Il paese è la garanzia di quei miliardi di dollari che giungeranno.

I libertari

Il governo ha vissuto negli ultimi mesi un’altalena politica, dall’aumento nell’immagine positiva alla caduta del sostegno al governo e viceversa. Nonostante ciò, ha trovato nella paura dell’apocalisse la chiave per bloccare gli effetti negativi che hanno rappresentato le tangenti nell’Andis, le criptotruffe $LIBRA, i legami con i narco di José Luis Espert, ecc. È stato sufficiente a che la mappa dell’Argentina si colorasse di violetto in 16 province. Anche se, bisogna dirlo, ha ottenuto un 15 percento meno di voti di quelli raccolti nel 2023 quando divenne governatore.

Tra questi distretti è inclusa la strategica Buenos Aires, dove poco più di un mese fa aveva ricevuto una bastonata di voti che ora non solo sono tornati ma hanno spruzzato sale sulla ferita aperta che si è riaperta nel peronismo. Nonostante ciò, e al di là dell’allegria che rappresenta questo trionfo, una cosa certa è che se si guarda in modo comparativo con le elezioni di medio termine di Macri del 2017, LLA ha ricevuto 2 milioni di voti in meno (10 milioni contro gli 8,6 milioni ottenuti ieri) e un 2 per cento in meno giacché in questa occasione Milei ha raccolto il 40,84 per cento contro il 42,04 di Macri nel 2017. In quel anno, e dopo il trionfo ottenuto, Macri non riuscì a fermare la debacle che rappresentava un piano economico appena meno peggiore dell’attuale.

Ieri notte, Milei non solo ha gioito per il trionfo sul kirchnerismo, ha anche promesso di approfondire le riforme che considera necessarie per portare il paese alla grandezza che, per lui, ha avuto 100 anni fa. Tra queste ci sono la riforma del lavoro, quella delle pensioni e anche quella dell’educazione. Nonostante ciò, e nonostante il miglioramento che avrà nella rappresentanza dei Deputati sa che deve ottenere più appoggi e per questo ieri notte, durante il discorso, ha convocato i governatori “procapitalisti” per discutere insieme i progetti.

Ora bisognerà vedere come risistema il gabinetto. La settimana scorsa, quando loro pensavano che la domenica sarebbe stata luttuosa, hanno cominciato a rinunciare ministri come il cancelliere Gerardo Werthein. Si era aggiunto anche quello della giustizia, Mariano Cúneo Libarona che ieri notte, con i risultati in mano, si diceva che stesse rivedendo la sua “affrettata” decisione.

Resta ancora da definire chi saranno coloro che rimpiazzeranno Luis Petri (Difesa), Manuel Adorni (portavoce) e Patricia Bullrich (Sicurezza), che ieri ha affermato che “la libertà richiede questo ordine che stiamo portando avanti”. Una frase che anticipa che la repressione delle mobilitazioni non si fermerà.

Il peronismo

È toccato ad Axel Kicillof essere il portavoce del peronismo come governatore della provincia di Buenos Aires. Il suo distretto, che aveva sconfitto i libertari lo scorso settembre, ora è retrocesso di circa 200 mila voti. 

Accompagnato da Sergio Massa e Máximo Kirchner, tra gli altri, il governatore non ha cercato responsabilità all’interno. Si è concentrato ad evidenziare che dopo quel 7 settembre Milei è andato negli Stati Uniti “a chiedere aiuto e sostegno a Trump e ai fondi di investimento. Gli hanno detto che né il governo degli USA e il JP Morgan sono società di beneficenza, vengono a portarsi via il profitto e a mettere a rischio le nostre risorse”, ha affermato.

Nonostante ciò, le polemiche non si sono fatte attendere. Dal kirchnerismo più puro è stato affermato a questo quotidiano che “non doveva disgiungere”. Di più, hanno evidenziato che il presunto problema della disgiunzione, che avrebbe fatto sì che i sindaci non lavorassero per queste elezioni, non era tale, ma che l’elezione di settembre ha agito come un primo turno e ha permesso di riunire il “voto utile” antiperonista in una specie di ballottaggio.

Inoltre, per rafforzare la ragione di questa critica, hanno ricordato che Eduardo Duhalde, considerato dal kirchnerismo come l’ultimo capo peronista della provincia di Buenos Aires, che conosceva il territorio e i sindaci a menadito, “mai disgiunse le elezioni provinciali, anche quando si stava scontrando con l’allora presidente Menen”, come avvenne nel 1999.

Il governo ha cercato di trarre vantaggio dal peronismo nel momento in cui Guillermo Francos ha annunciato i primi risultati ufficiali. Violando quanto deciso dalla Camera Nazionale Elettorale, ha dato i dati del voto e le percentuali generali ottenute, quando era stato deciso che fossero per distretti. È per questo che Francos ha detto che Fuerza Patria aveva raccolto il 24 per cento dei voti. Se si fa la sommatoria di tutti i nomi che ha usato il peronismo nei 24 distretti in realtà raggiunge il 34,8 per cento dei voti sommando quanto ottenuto da Gerardo Zamora e dal peronismo a Santiago del Estero.

Provincias Unidas

L’esperimento che avevano fatto i governatori radicali, peronisti e anche macristi, con il nome di Provincias Unidas, è terminato affondato dalla polarizzazione che questa elezione ha generato.

Questi i governatori, Maximiliano Pullaro (Santa Fe), Martín Llaryora (Córdoba), Carlos Sadir (Jujuy), Ignacio Torres di Chubut, Gustavo Valdés di Corrientes e Claudio Vidal di Santa Cruz. Solo questi ultimi due governatori sono riusciti a vincere nelle loro province, il resto è stato sconfitto da La Libertada Avanza.

Il tentativo di recuperare quello che chiamano la via di mezzo è risultato un nuovo fallimento. Questi governatori hanno concentrato il proprio messaggio sull’anti kirchnerismo che già portavano avanti i libertari. Tra la copia e l’originale, il votante non ha avuto dubbi. Neppure Juan Schiaretti, che si mostrava come il referente di questa alleanza e si immaginava perfino come un futuro candidato a presidente, si è potuto imporre a Córdoba che ha saputo  governare e diceva di controllare politicamente. Lì, in quel distretto, ora comincerà un’altra lotta interna sanguinosa tra il deputato ora eletto e Llaryora.

27 ottobre 2025

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