
“Shield of America”: chiudere i conti, o quanto meno provarci
Pubblichiamo la seconda puntata dell’approfondimento sulla nuova politica Usa in Latino America, a cura della redazione. Qui la prima puntata. Buona lettura!
Seconda parte
CHIUDERE I CONTI, O QUANTOMENO PROVARCI
Oltre alla questione della gestione delle rotte del traffico, l’operazione contro il Mencho rende visibile anche il secondo elemento alla base di “Shield of the Americas”: la continuazione e l’approfondimento di quell’elemento del politico che accompagna ogni fase di rafforzamento di un dominio egemonico in crisi. Il raid è stato fondamentalmente imposto dagli Stati Uniti al Messico, guarda caso uno dei paesi non invitati al summit in Florida. La morte del boss non inciderà sulla fine della violenza in Messico – al contrario, contribuirà probabilmente ad incrementare la “guerra di frammentazione territoriale” di cui è vittima il paese, ed il governo messicano ne è cosciente. Eppure, se il Messico si fosse rifiutato di dare seguito all’imboccata dell’esercito americano, Trump avrebbe avuto gioco facile a indicare il governo di Claudia Sheinbaum come pavido, nella migliore delle ipotesi, o apertamente colluso con i cartelli, nella peggiore. La prima conseguenza sarebbe stata l’imposizione di ulteriori dazi all’economia messicana, ma abbiamo già detto quanto l’operazione di gennaio contro Maduro – costruita dopo una lunga campagna mediatica improntata proprio sull’accusare il governo venezuelano di collusione con il narcotraffico – abbia dimostrato a tutti i paesi latinoamericani che gli Stati Uniti sono assolutamente disposti ad impiegare la forza militare contro le articolazioni statali non allineate ai piani di recupero del controllo egemonico statunitense.
La prima missione ufficiale di “Shield of the Americas”, lanciata a metà marzo, aiuta a chiarire ulteriormente questo intreccio tra recupero del controllo sulle catene del valore, disciplinamento degli attori che governano la circolazione e messa in crisi delle opzioni politiche progressiste – e, se non apertamente anti-imperialiste, quantomeno non pienamente allineate agli interessi statunitensi. Si tratta di una vasta operazione militare avviata in Ecuador, un paese travolto da livelli di violenza straordinari proprio perché divenuto uno dei principali punti di transito dei flussi – legali ed extra-legali – che attraversano il continente, in particolare della cocaina proveniente da Colombia e Venezuela e diretta verso il mercato americano (e asiatico). Significativamente, quando il presidente Daniel Noboa – espressione di un liberismo autoritario apertamente allineato agli interessi statunitensi – aveva proposto l’apertura a una presenza militare americana strutturale come soluzione “risolutiva” alla crisi di violenza del paese nel novembre 2025, l’elettorato ecuadoriano aveva risposto al referendum con un netto rifiuto. Un elemento che ci ricorda come popoli e le forze politiche latinoamericane siano sì terreno materiale di una guerra che si combatte sulla loro pelle, ma niente affatto soggetti passivi e che, al contrario, continuino a opporre resistenza alla subordinazione diretta delle proprie vite e, soprattutto, della sovranità politica e militare dei propri paesi agli Stati Uniti e al loro apparato militare, storicamente percepiti – a ragione – come tra i principali responsabili delle fratture e delle violenze che attraversano il continente.
Nel più puro stile di Trump, Noboa ha ignorato il responso popolare e ha comunque lanciato l’operazione, che coinvolge decine di migliaia di soldati e poliziotti ecuadoriani insieme a forze scelte statunitensi, con intelligence, supporto tecnologico e copertura aerea americana. Al di là alla militarizzazione dello spazio pubblico (città, paesi, autobus, autostrade), tuttavia, le operazioni non sembrano svolgersi nelle zone urbane o rurali in cui si è concentrata la maggior parte della violenza legata all’attività di bande extra-legali e cartelli della droga. Gli attacchi ecuadoriano-americani, soprattutto sotto forma di bombardamenti aerei e di incursioni di terra, si sono invece registrati nelle regioni boschive al confine con la Colombia, zone di frontiera dove sono attive le formazioni armate extra-legali colombiane Comandos de la Frontera e Coordinadora Nacional Ejercito Bolivariano.
Sia i CDF che la CNEB discendono dalle FARC, la più grande organizzazione guerrigliera del continente, smobilitatasi formalmente nel 2016 dopo l’accordo di pace con lo Stato colombiano. Queste dissidenze, composte in larga parte da quadri medi e bassi dell’ex-guerriglia, continuano a combattere contro il governo, mantengono forme di controllo territoriale su ampie porzioni del paese e sono coinvolte nella produzione e nel traffico di cocaina. La relazione tra forze rivoluzionarie e narcotraffico in America Latina è lunga e stratificata, ma un elemento va segnalato: quasi tutte le organizzazioni guerrigliere hanno finito per riarticolare a proprio vantaggio i meccanismi di controllo territoriale e di estrazione della rendita legati al narcotraffico. Questo si è tradotto, nella pratica, nell’imposizione di una tassazione sulla produzione e sulla movimentazione della cocaina, inserendosi così nella circolazione del valore senza rinunciare – almeno formalmente – alla propria legittimazione politica. Una dinamica che le ha poste spesso in conflitto diretto con i cartelli, proprio sul terreno del controllo dei flussi e della rendita. Il punto più interessante, tuttavia, è un altro. Sia i CDF che la CNEB – organizzazioni che Stati Uniti ed Ecuador classificano come “narcoterroriste”, in continuità con la definizione già utilizzata per le FARC e, più recentemente, per il governo venezuelano – sono oggi coinvolte in un complesso processo di negoziazione politica con il governo colombiano di Gustavo Petro.
Il governo Petro rappresenta una delle principali espressioni istituzionali, nel continente, di una linea apertamente critica nei confronti dell’ingerenza statunitense in America Latina: il suo agire politico ha rappresentato al tempo stesso un punto di frizione concreto con l’imperialismo americano e uno dei pochi tentativi, pur tra contraddizioni evidenti, di costruire da sinistra un margine di autonomia politica nella regione. Il progetto progressista colombiano si trova tuttavia oggi in una fase decisiva, segnata dall’avvicinarsi delle elezioni e dalla necessità di consolidare risultati politici concreti. In questo quadro, il governo ha investito in maniera significativa sulla strategia della “pace totale”, e le trattative con i Comandos de la Frontera e la Coordinadora rappresentano uno dei principali punti di forza di questo progetto. Il processo di negoziato prevederebbe lo scioglimento delle due organizzazioni armate, la consegna delle armi e la rinuncia al narcotraffico in cambio di garanzie di reinserimento civile dei combattenti e di sviluppo di alternative economiche nelle regioni di confine tra la Colombia e l’Ecuador: in particolare, la costruzione di progetti agricoli e infrastrutturali capaci di sostituire la coltivazione della coca, sottraendo i contadini locali al ricatto materiale che li lega all’economia illegale. Proprio sulla riuscita di questo negoziato e sulla capacità di sottrarre territori e popolazioni alla logica della guerra permanente e aprire spazi materiali per una diversa organizzazione economica e sociale, alternativa tanto alla militarizzazione quanto all’economia illegale che ne costituisce uno dei principali presupposti, si gioca nei prossimi mesi la credibilità e la sopravvivenza politica del governo Petro.
Sebbene le operazioni di combattimento di “Shield of the Americas” fossero formalmente previste sul territorio ecuadoriano, le forze armate di Noboa, insieme all’esercito statunitense, hanno però lanciato diversi raid aerei oltre la frontiera colombiana, colpendo gli accampamenti dei Comandos de la Frontera in territorio colombiano. Nel corso di queste operazioni sarebbe stato assassinato, attraverso un’incursione mirata, anche il portavoce della Coordinadora, figura centrale nel processo di negoziazione in corso con il governo colombiano. Questo passaggio segna un obiettivo politico piuttosto chiaro: destabilizzare e, nei fatti, sabotare il processo di “pace totale” promosso dal governo Petro, proprio a ridosso di una fase elettorale decisiva. Il risultato, almeno parziale, è già sotto gli occhi: le trattative sono state sospese dagli stessi gruppi armati, interrompendo un percorso che, pur tra mille contraddizioni, aveva contribuito a ridurre i livelli di violenza in alcune aree del paese ed il costo politico per il governo Petro sotto elezioni sarà, probabilmente, molto alto.
CHI RESISTE E NOI
Speriamo che questi elementi abbiano contribuito a chiarire quelle che riteniamo saranno le prossime mosse degli Stati Uniti e dei governi reazionari del continente latinoamericano. Ci troviamo di fronte a una linea d’azione che ricorre all’uso dispiegato della forza militare per perseguire tre obiettivi strategici tra loro strettamente intrecciati. Il primo è il riacquisto, almeno parziale, del controllo sulle catene di produzione del valore: sia attraverso l’appropriazione diretta delle risorse strategiche (come in Venezuela), sia mediante un controllo più stretto e militarizzato dei flussi di trasporto e delle infrastrutture logistiche che ne garantiscono la circolazione. Il secondo riguarda la selezione e il disciplinamento degli attori extra-legali che operano dentro questi processi: non la loro eliminazione indiscriminata, ma la loro ristrutturazione funzionale, anche a costo di intensificare la violenza che si abbatte sulla popolazione – principalmente le donne e le comunità contadine ed indigene – già esposta agli effetti devastanti del narcotraffico e delle economie illegali. Il terzo è lo scaricamento del costo politico di queste operazioni sugli assetti istituzionali “scomodi”, su quei paesi che non si allineano pienamente agli interessi statunitensi o che mantengono, pur tra contraddizioni, posizioni critiche nei confronti dell’imperialismo americano.
Si tratta di una strategia che tende a ridefinire l’intero spazio latinoamericano come terreno diretto della competizione globale. Non sarà, fortunatamente, un passaggio automatico né privo di ostacoli: la sua piena dispiegazione dipenderà anche dalla capacità degli Stati Uniti di chiudere in maniera favorevole altri fronti aperti, a partire dallo scontro con l’Iran. È solo in questa condizione – cioè liberando risorse politiche, militari e strategiche – che Washington potrà concentrare con maggiore intensità la propria iniziativa nel continente. Speriamo che ragionare in questa prospettiva possa aiutarci a prepararci allo scenario che i prossimi mesi consegneranno all’America Latina, a riconoscere che la prossima guerra americana – frammentata, indiretta, ma non per questo meno reale né meno distruttiva – si giocherà in larga misura proprio lì, e a individuare i terreni concreti su cui i movimenti e le/i militanti rivoluzionarie europee potranno costruire un sostegno reale. In poche parole: se queste sono le direttrici dell’attacco, dove individuare la resistenza?
C’è un elemento che fa esplodere le contraddizioni interne al campo imperialista, proprio perché sfugge a qualsiasi possibilità di essere ricondotto alla retorica della “guerra alla droga”: la volontà dell’amministrazione reazionaria di Trump di stringere la morsa intorno a Cuba. A differenza di Messico e Colombia, Cuba non è inserita nei flussi del narcotraffico, e proprio per questo l’establishment statunitense non riesce ad applicare con efficacia la stessa narrazione che gli consente di massimizzare la pressione politica contro altri governi della regione. Qui il livello del conflitto si mostra per ciò che è: apertamente politico. La rivoluzione cubana viene presa di mira per ciò che rappresenta storicamente: un’esperienza di rottura che ha resistito per decenni all’imperialismo americano e che ha sostenuto, politicamente, militarmente ed economicamente, altre opzioni di resistenza nel continente, dalle formazioni guerrigliere colombiane alle lotte popolari messicane, fino al processo bolivariano venezuelano. In questo caso non è possibile mascherare l’assedio americano dietro categorie discorsive securitarie o emergenziali, in quanto l’obiettivo esplicito è la distruzione di un’esperienza politica nemica.
Non è un caso che attorno alla difesa di Cuba si stia organizzando, in molti paesi dell’America Latina, una forma di solidarietà straordinaria. Dal Messico sono partite decine di migliaia di tonnellate di aiuti umanitari, mentre diverse petroliere hanno sfidato il blocco imposto dagli Stati Uniti; allo stesso tempo, si è messo in movimento un convoglio solidale che riprende pratiche già viste in altri contesti, come quella della Global Sumud Flotilla: l’uso diretto dei corpi per rompere un assedio e rendere visibile, senza mediazioni, la brutalità dell’intervento imperialista. Sostenere Cuba, in questo quadro, rappresenta una delle prime e più efficaci leve per produrre difficoltà concrete agli Stati Uniti e, auspicabilmente, costringerli a pagare un costo politico crescente. Anche perché, in un contesto segnato da un progressivo logoramento del consenso interno all’amministrazione Trump in seguito all’aggressione contro l’Iran, un intervento militare diretto contro l’isola risulterebbe difficile da giustificare e da sostenere senza copertura ideologica della “guerra alla droga” o di una narrativa difensiva credibile, ed esporrebbe apertamente la natura del conflitto e i limiti stessi della proiezione imperialista statunitense.
In un recente articolo1 Raúl Zibechi ha sottolineato come, in America Latina e non solo, si viva «un’unica guerra: la guerra dei potenti contro i deboli. In America Latina, si tratta di una guerra spietata contro i popoli indigeni e neri, contro i contadini e gli abitanti delle periferie urbane. Una guerra coloniale che approfondisce cinque secoli di “conquista” e violenza. Questa realtà è molto chiara se ci permettiamo di vedere dove risiede la resistenza proprio tra i popoli sopra menzionati, non tra i vecchi soggetti che la sinistra continua a invocare». Zibechi mette sul tavolo una questione reale: le forme di resistenza da cui guardare e a cui portare sostegno non stanno solo nelle organizzazioni storiche, ma nelle pratiche di resistenza territoriale diffuse che si sono sviluppate, negli ultimi anni, soprattutto all’interno delle comunità contadine e indigene.
Noi crediamo che, di fronte all’attuazione in America Latina dello stesso piano di riacquisto del dominio egemonico che gli Stati Uniti stanno dispiegando in Medio Oriente – e che, riprendendo Zibechi, possiamo leggere come un piano dai tratti apertamente genocidari – guardare a queste esperienze di resistenza locale sia certamente necessario e interessante, ma rischi di non essere sufficiente rispetto alla scala dello scontro che si sta aprendo. In altre parole, prendere in considerazione le vittorie e le capacità di tenuta di queste comunità è importante, ma difficilmente essere possono costituire, da sole, un argine efficace all’avanzata di un dispositivo politico, economico e militare di questa portata. Pur da una prospettiva che ha sempre riconosciuto, sottolineato e combattuto i limiti della politica istituzionale e della forma-stato, e che non ha mai smesso di criticarne le illusioni, ci sembra necessario tenere insieme più livelli: guardare anche a quelle esperienze di governo, da un lato, e di resistenza rivoluzionaria più strutturata, dall’altro, che – pur in forma spuria, piena di contraddizioni e con tutti i limiti del caso – possono rappresentare un punto di appoggio, anche parziale, anche temporaneo, dentro una fase che si annuncia molto dura e un argine anche solo temporaneo e localizzato all’avanzata dell’imperialismo americano.
Il problema più urgente che dobbiamo porci alle nostre latitudini è, però, precedente: non abbiamo – ad oggi – la forza di incidere anche solo in minima parte sugli equilibri di questa partita e sui suoi effetti. È un problema serio. Se è vero infatti che per la Palestina si è progressivamente sviluppata una mobilitazione internazionale molto forte che ha contribuito – anche se, ovviamente, in misura minima rispetto allo sforzo della resistenza palestinese – a incrinare il campo di possibilità di Israele e a far pagare un costo politico, e a tratti materiale, all’imposizione del programma genocidario, quella mobilitazione poggiava su una relazione storica di solidarietà e riconoscimento con il popolo palestinese. Una relazione che teneva insieme generazioni diverse, dai/le militanti legati alle forze rivoluzionarie palestinesi degli anni ’70 alle giovani generazioni delle periferie europee, passando per ampi strati di società genuinamente disposti a mobilitarsi contro l’orrore che quotidianamente si andava consumando in mondovisione. Per la guerra in Iran, la costruzione di un terreno simile appare già più difficile – eppure non è impossibile, nella misura in cui l’intervento americano e israeliano viene da più parti letto come prosecuzione del medesimo dispositivo di guerra e sterminio già dispiegato in Palestina, e nella misura in cui le altissime ricadute materiali dell’aggressione si stanno facendo sentire in Europa sotto forma di impressionanti aumenti del prezzo del carburante.
Per quanto riguarda l’America Latina, invece, la situazione è più complessa. Le relazioni storiche di solidarietà con le forze rivoluzionarie del continente e con Cuba scontano oggi una certa “storicizzazione”, sia nelle traiettorie individuali e nell’anagrafica delle militanti e dei militanti che le hanno sostenute, sia nell’immaginario complessivo dei movimenti. Al contrario, maggiore attenzione hanno suscitato – almeno in alcuni settori – le forme di resistenza territoriale e di “immaginazione di un nuovo mondo” di cui parlavamo prima. Tuttavia, queste esperienze tendono a configurarsi come un orizzonte piuttosto confuso e velleitario di aspettativa e immaginario che come un riferimento politico nei cui confronti possano essere immediatamente praticabili il riconoscimento e la solidarietà: pur essendo costruite su metodi da cui abbiamo molto da imparare, non sono né immediatamente riproducibili né sufficientemente comprensibili alle nostre latitudini. Né sembrano in grado, da sole e nella loro diversità e molteplicità, di costituire un punto di aggregazione sufficientemente forte da poter consentire un’identificazione diffusa e un sostegno strutturato.
Nominare, anche solo in parte, questi limiti è necessario per iniziare a lavorarci. A noi spetta il compito, per quanto limitato, di provare a uscire da questa impasse: ricostruire i legami, chiarire i riferimenti, individuare i punti di intervento possibili. Perché è proprio su questi terreni che si giocherà concretamente la possibilità di rallentare, inceppare o almeno rendere più costosa l’avanzata dell’offensiva imperialista in America Latina. Con l’umiltà di non poter determinare gli esiti della partita, ma con la consapevolezza che essa si giocherà e, quindi, per non rassegnarci ad essere tra gli spettatori inermi della guerra che viene e che si consumerà principalmente sulla pelle dei popoli latinoamericani.
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