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Bollette e green washing

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Il ministro della transizione ecologica Cingolani ha annunciato un aumento del prezzo dell’energia elettrica del 40% in bolletta. Dietro gli aumenti c’è anche il dilatarsi del costo delle materie prime. Il petrolio, il cui prezzo era crollato durante la crisi pandemica, è tornato ai livelli precedenti toccando i 70 dollari a barile. Il gas ha raddoppiato i prezzi, ma dovrebbe tornare a livelli più bassi quando sarà attivo il gasdotto North Stream2, che dovrebbe consentire una crescita dell’offerta.

Questi fattori, pur rilevanti, non spiegano tuttavia un aumento tanto forte.
Il grosso dell’aumento è dovuto al meccanismo di riduzione dell’inquinamento da anidride carbonica deciso dall’Unione Europea. Quando il capitalismo decide di fingersi ecologista, il costo lo pagano sempre gli sfruttati.
L’aumento è frutto di un’operazione di green washing: l’UE ha deciso di ridurre del 40% le emissioni di CO2 dovute alla produzione di energia elettrica. Le quote di emissione possono essere comprate e vendute. In Italia questa compravendita non funziona perché i produttori sono pochi e quindi i costi dell’operazione vengono scaricati sulle bollette, senza che tuttavia la qualità dell’aria migliori. Se a questo si aggiunge il fatto che l’energia ricavata dall’incenerimento di rifiuti non rientrano nelle quote CTS, non serve la palla di cristallo per prevedere un moltiplicarsi di termovalizzatori sparadiossina su tutto il territorio nazionale.
Con buona pace di chi si illude che la “transizione ecologica” non sia altro che un business.

Ne abbiamo parlato con Francesco Fricche, economista

Ascolta la diretta:

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Da Radio Blackout

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