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Per una lettura, diversa o più completa, dei fatti turchi

Per questo alcuni – soprattutto i media occidentali, interessati sempre a rappresentare i paesi islamici come “arretrati” e “dittatoriali” – presentano queste proteste come una risposta all’islamizzazione della società voluta da Erdogan, come una domanda di maggiori libertà democratiche. C’è sicuramente qualcosa di vero in queste due questioni, non tanto e non solo perché i giovani vogliono bersi una birra o baciarsi per strada, ma perché la questione della laicità nel suo complesso è sempre stata una linea di frattura e di divisione politica forte nella società turca. Così come la questione della repressione: la Turchia, come sanno bene i curdi e gli stessi compagni delle varie compagini comuniste, è un paese all’avanguardia nella sperimentazione di politiche di controllo, di repressione, di violazione dei “diritti umani”. Ma entrambe le questioni, per quanto importantissime, non spiegano il perché del malcontento diffuso e della sua estensione quasi simultanea, non spiegano come mai sia esploso in queste modalità, perché gli spazi di mediazione e di contenimento in quel contesto siano venuti meno. Non spiegano il carattere marcatamente sociale che ha subito assunto, nelle forme, nei tempi, nei contenuti espliciti. 

A questo proposito altri analisti, stavolta di sinistra o di “movimento”, parlano di un movimento ispirato da un’opposizione alle politiche neoliberiste applicate da Erdogan negli ultimi anni. Su questa base si lanciano in una serie di suggestioni che cercano di collegare immediatamente quello che accade lì con quello che accade qui, inserendo i fatti degli ultimi giorni nel solco di mobilitazioni anti-austerity che attraverserebbero l’Europa da tre anni. Purtroppo però in queste analisi non si va oltre la fascinazione per il conflitto e la semplice descrizione di quello che accade (che è per definizione vario e molteplice), e si ripete quella mitologia o “narrazione tossica” che già fu del movimento no global: quella che immagina tante e diverse figure sociali, ognuna con la sua identità, convergere spontaneamente in un movimento di insubordinazione a un “centro” di potere…

In questo modo si resta su un piano puramente “estetico”, ci si preclude la possibilità di capire cosa c’è sotto, cosa ha generato il malcontento e, specularmente, in quale fondo sono state trovate le risorse per mobilitarsi, tenere le piazze, comunicare, estendere l’opposizione etc. Insomma per capire cosa sta succedendo per davvero bisognerebbe chiedersi: qual è la contraddizione specifica che attraversa la Turchia e quali sono le forme di resistenza, di esperienza, che hanno permesso a questa contraddizione di emergere e di diventare cosciente?

Non possiamo e certo non sappiamo rispondere qui. Ci limitiamo a constatare che pochi finora hanno sottolineato alcuni fatti banali, ma imprescindibili. Il fatto, ad esempio, che l’economia turca è da anni in grossa espansione e che quindi la rivolta non è la conseguenza di una generica “crisi”. Infatti, mentre nel paese il capitale fa affari d’oro, e li fa attraverso reti clientelari imperniate intorno a Erdogan e al suo partito (dunque intorno a una frazione specifica della borghesia turca), allo stesso tempo si verifica un paradossale impoverimento della popolazione. In altre parole, nonostante il PIL in crescita da capogiro (soprattutto se pensiamo alla “triste Europa”), la ricchezza prodotta non viene redistribuita su tutta la società, al contrario: mentre una fetta ristretta si arricchisce, investe e trasforma anche il territorio per renderlo più consono ai suoi interessi, la gran parte della popolazione si impoverisce, è costretta a lavorare in condizioni sempre peggiori, cacciata dai propri luoghi, non intravede alcuna possibilità di promozione sociale, quando pure questa sarebbe “tecnicamente” possibile.

Che la crescita di un’economia non generi ricchezza per i proletari non è una novità dai tempi di Marx. Ma non lo è nemmeno il fatto che questa crescita del capitale in circolazione si accompagni con una ripresa e un allargamento delle lotte. Infatti non solo il proletariato, ma anche fasce consistenti della borghesia si vedono negato l’accesso a questa ricchezza: da qui un malcontento diffuso che si nutre della domanda di una diversa redistribuzione, di un “vogliamo partecipare anche noi al benessere”. Un po’ come nell’Italia degli anni ’60 o come nell’Egitto di fine anni Duemila, in cui non a caso la sollevazione contro Mobarak fu anticipata da una conflittualità costante sui posti di lavoro. Questa rivendicazione assume forme e istanze rivoluzionarie negli strati più popolari, così come forme più generiche, “democratiche” negli strati piccolo-borghesi, e addirittura forme reazionarie in alcuni settori borghesi – nel coro dell’opposizione ci sono infatti anche alcuni capitalisti contrari ad Erdogan, così come elementi della destra nazionalista che rivendicano un loro spazio. 

Ecco, questa potrebbe essere un’ipotesi su cui lavorare per cercare di arrivare a una visione più scientifica della realtà e farsi guidare di meno dalle suggestioni. Anche perché le suggestioni sono precarie e non servono: sparito il fascino del momento e il richiamo del mediale, cosa resta a un lavoratore o a un proletario italiano di quello che si è mosso a Istanbul, se non una certa istintiva – e sacrosanta solidarietà –  e un po’ di immaginario, ovviamente condivisibile, ma alla lunga impotente? Anche perché l’identificazione fra i nostri interessi di classe non è così immediata: le nostre condizioni al momento sono leggermente diverse, se non altro perché i compagni turchi sfruttano un contesto di crescita economica per strappare qualcosa attraverso un nuovo movimento sindacale conflittuale, mentre noi siamo impantanati nella recessione con sindacati cooptati e lotta di classe ancora stagnante (salvo fiammate sporadiche e percorsi su settori finora esenti dalla crisi, come la logistica)…

Questo non vuol dire affatto che non abbiamo niente in comune con i turchi che si stanno ribellando, anzi! Al contrario, poiché il capitalismo è un modo di produzione globale, la loro lotta lì incoraggia direttamente la nostra lotta qui, ci può insegnare tanto, può arricchire la nostra esperienza e persino portare più in alto i nostri livelli di consapevolezza e di organizzazione. A patto però che sappiamo leggerla e interpretarla, e non ci fermiamo all’apparenza.

Per questo vi segnaliamo alcuni documenti – purtroppo tutti in inglese – sulla situazione economica della Turchia, sul movimento dei lavoratori, sulle proteste continue e spesso sotterranee contro il governo di Erdogan, sulle forme che ha assunto lì negli ultimi anni la lotta di classe. Speriamo che da questo studio qualche compagna o qualche compagno possano trarre altri elementi di analisi e di riflessione, che ci permettano di capire meglio quello che sta succedendo per sostenerlo con più forza e partecipazione. Fino alla vittoria!


ALCUNI SPUNTI DI ANALISI
– Innanzitutto la Turchia, viene inserita dall’Ocse tra i primi cinque paesi al mondo con il più profondo gap tra il 10% della popolazione più ricca e il 10% della popolazione più povera, assieme a Cile, Messico, Stati Uniti e Israele. Ha seri problemi di disoccupazione, anche giovanile, nonostante abbia conosciuto tassi di crescita record nell’ultimo decennio. (oecd.org)
– Qui un numero del novembre 2010 dell’“European Journal of Turkish Studies” in cui si parla del movimento dei lavoratori turco, delle politiche neoliberiste di Erdogan, del rapporto con l’Unione Europea. (ejts.revues.org)
– Un articolo dell’ottobre 2012 che fa il punto sulla lotta di classe in Turchia. (andreasbieler.blogspot.it)
– Un esempio del “nuovo movimento dei lavoratori” in Turchia: l’esperienza della lotta alla Tekel fra il 2009 e il 2010. (globalresearch.ca)

da Cau Napoli

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