"Per la strada non sarei più tornata” - una storia delle battaglie per l'abitare a Cagliari Ep.3

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Terzo episodio di un racconto sulle lotte dei comitati di quartiere a Cagliari a cura di Gavino Santucciu. Qui e qui le precendenti puntate.

Il Comitato di quartiere della Fonsarda

Il quartiere della Fonsarda, la cui composizione sociale negli anni ’70 era principalmente piccolo-borghese, era considerato l’esempio più evidente della speculazione edilizia che aveva investito la città di Cagliari dal secondo dopoguerra. Il rione era caratterizzato da una densità edilizia pari a 17 metri cubi per metro quadro1, una lunga catena di palazzi ed edifici che a partire dagli anni ‘60 avevano completamente invaso l’area. Il rione si presentava come un enorme dormitorio in cui le duemilacinquecento famiglie, che abitavano nei duemila appartamenti esistenti, non potevano disporre di alcun servizio sportivo, ricreativo e culturale – presenti in numero assolutamente insufficiente solo nell’adiacente zona di Sant’Alenixedda – e neppure di spazi verdi in cui bambini e adolescenti potessero incontrarsi e giocare2. In questo quartiere nel 1975 nacque un Comitato, per iniziativa soprattutto dei militanti della sinistra extraparlamentare3.

Inizialmente, i suoi membri nutrivano forti perplessità sulla possibilità di costruire mobilitazioni partecipate contro la difficile situazione del rione, proprio a causa della totale assenza di spazi aggregativi in cui gli abitanti potessero incontrarsi e discutere i problemi della Fonsarda. L’attivismo del Comitato, al contrario, produsse una straordinaria trasformazione sociale e politica: gli abitanti superarono l’isolamento che lo spazio della Fonsarda imponeva loro e il rione si trasformò da comunità con un tessuto sociale inconsistente e sfilacciato a comunità unità e coesa che lottava per ottenere una maggiore redistribuzione delle risorse della città.

In particolare furono tre le principali mobilitazioni sostenute dal Comitato, ciascuna di essa contraddistinta da una partecipazione popolare molto ampia e dal raggiungimento d'importanti risultati.
Così ci raccontano quelle mobilitazioni alcuni protagonisti di quell’esperienza, come ad esempio Franco M.:

La lotta di Fonsarda porta alla non costruzione dei palazzoni, vabbè adesso ci hanno fatto il T-Hotel. Porta all'occupazione di Villa Asquer, che era stata data ai dipendenti della Regione per farci il dopolavoro. Villa Asquer non so se sia finita alla, però ad un certo punto villa Asquer viene riconsegnata alle comunità di quartiere, che si riuniva lì”4.

Opinione confermata da Marco M.:

"Si intervenne per quanto riguardava la Fonsarda, perché alla Fonsarda c'erano alcuni progetti importanti per quanto riguardava l'edificazione e si bloccò quella che era poi diciamo la centrale dei telefoni di Stato, che era in piazza Giovanni XXIII. Si bloccò perchè prevedeva la costruzione di tutta una serie di sotto-servizi che avrebbero creato una serie di difficoltà in quella zona lì5".

La prima mobilitazione ebbe inizio nel novembre del 1973, quando l’amministrazione comunale approvò un nuovo progetto di lottizzazione proposto da Anton Carlo Barbarossa, principale azionista della società costruttrice della maggior parte dei palazzi presenti nel quartiere. Il piano prevedeva la creazione di circa 800 appartamenti da 100 mq ciascuno, che avrebbero invaso l’unico spazio verde esistente nel rione, il Mandorleto. Il 19 aprile 1974 il Comitato organizzò un’assemblea in cui le tante persone presenti si dichiararono contrari al progetto e chiesero che fosse invece realizzato un parco pubblico in cui fossero creati tutti quei servizi sociali e ludici di cui il quartiere era sprovvisto6.

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Il 12 ottobre 1975 si ebbe il momento culminante della lotta: duemila persone parteciparono alla manifestazione indetta dal Comitato con l’obiettivo di occupare simbolicamente il Mandorleto per porre l'accento sulla necessità di aree verdi e servizi sociali per il rione7. La mobilitazione popolare fu in grado di aprire una frattura all’interno della maggioranza di centro-sinistra che all’epoca guidava il Consiglio Comunale: il 13 dicembre 1975 su un’interrogazione presentata dai rappresentanti del Pci e del Pdup, i quali chiedevano che la Giunta riportasse il dibattito sulla lottizzazione in Consiglio, l’unico partito a esprimere voto contrario fu la Democrazia Cristiana, mentre votarono favorevolmente il Pci, il Psi, il Pdup e i liberali8.

La seconda battaglia si sviluppò contro la decisione dell’Azienda Telefonica di Stato di edificare in piazza Giovanni XXIII una centrale telefonica, consistente in due palazzi, che avrebbe dovuto aumentare le comunicazioni con l’Italia e realizzare una migliore sistemazione urbanistica della zona9. In opposizione a questo progetto fu costituito un comitato unitario di agitazione di cui fecero parte, oltre al Comitato di quartiere, le associazioni ambientaliste Italia Nostra e Sardegna da salvare, i quattrocento genitori appartenenti al circolo delle scuole elementari di Sant’Alenixedda10 e il Comitato dei genitori della scuola media Cima. Il 13 luglio 1978 la mobilitazione raggiunse un primo risultato positivo: il Consiglio comunale votò due ordini del giorno che impegnarono la Giunta a trattare direttamente con il Ministero delle Poste e Telecomunicazioni per risolvere il problema11. Durante l’incontro, tenutosi a Roma il 14 luglio 1978, si decise di ubicare i due palazzoni in un’altra area della città, nel deposito delle tranvie di viale Ciusa12.

L’ultima mobilitazione ebbe inizio il 15 maggio 1976, quando si svolse un’assemblea indetta dal Comitato che chiedeva di poter usurfruire della villa lasciata in eredità dal conte Asquer alla Regione Sardegna perché la utilizzasse per fini sociali e culturali per la cittadinanza. La villa fu però tenuta chiusa per quindici anni e utilizzata solamente dai dipendenti regionali per giocare a tennis. Il Comitato, invece, chiedeva che la villa diventasse un centro polivalente di attività culturali, sociali e civiche13.

Il 13 ottobre 1978 si svolse un corteo che attraversò le principali zone oggetto di conflitto da parte del Comitato: il Mandorleto, le aree di piazza Giovanni XXII, uno stabile abbandonato dalla provincia e infine la villa, che fu occupata simbolicamente da parte dei manifestanti14. In seguito la Questura di Cagliari denunciò diciannove persone per violazione di domicilio, occupazione abusiva e furto15.

Dal 1° maggio 1979 la villa passò definitivamente nelle mani del Comitato di quartiere16, che negli anni successivi organizzò varie attività quali lezioni di tennis per i bambini, cineforum per i ragazzi, mostre di libri, spettacoli teatrali e feste popolari.

La prossima puntata sarà dedicata alle lotte dei Comitati nati nei quartieri del centro storico e all’organizzazione del Coordinamento dei Comitati e Circoli di quartiere.

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1 Palazzoni e “vigna” lottizzata figurano nel piano dei servizi, Unione Sarda, 26 gennaio 1980, pag.4.

2 G. Vargiu, Otto piani di niente?, Cuec, Cagliari, 1980, cfr. pag.56.

3 M. T. Arba, C. S. Violo, Frammenti di storia sui muri, Cagliari, GIA Editrice, 1985 cfr. pag.60.

4 Intervista con Franco M. (pensionato, ex dirigente universitario, direttore di Aladdin Pensiero, ex appartenente alla Scuola popolare dei lavoratori di Is Mirrionis e al Coordinamento dei Comitati e Circoli di quartiere), registrata a Cagliari, 7-12-2017.

5 Intervista con Marco M. (pensionato, membro della Scuola popolare dei lavoratori di Is Mirrionis e del Coordinamento dei Comitati e Circoli di quartiere), registrata a Cagliari, 26-01-2018.

6 Si oppongono all’avanzata del cemento nel quartiere, Unione Sarda 24 aprile 1975 pag.6.

7 M.T. Arba, C. S. Violo, Op Cit., cfr. pag.60.

8 Ritorna in discussione il piano per «La Vigna», Unione Sarda, 13 dicembre 1975 pag.6.

9 Cemento a “mano armata”, Cittàquartiere, 3/1977, pag.23.

10 Quattromila genitori contro i palazzoni, Unione Sarda, 3 giugno 1977, pag.4.

11 G. Vargiu, Op. Cit., cfr. pag.39.

12 I “palazzoni” in viale Ciusa, Unione Sarda, 23 gennaio 1979, pag.4.

13 Un centro sociale per la Fonsarda, Unione Sarda, 14 maggio 1976, pag.5.

14 L’occupazione simbolica della villa ebbe degli strascichi giudiziari molto pesanti:

15 Accuse alla Regione per la villa contesa, Unione Sarda, 27 ottobre 1978, pag.4

16 Festa popolare per l’apertura di villa Asquer, Unione Sarda, 1° maggio 1979, pag.7.

 

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