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Paura, eh?

Comunque vada, resto attaccato alla poltrona. Ecco che l’ex rottamatore, dopo le sonore sberle prese, cambia tattica: il referendum non è più il mio referendum, se anche vince il no io non me ne vado e le elezioni saranno nel 2018. Due anni fa, dopo che il suo candidato in Emilia Romagna aveva prevalso in un’elezione regionale con il 63% di astensionismo, Renzi aveva detto che non conta nulla quanti vanno alle urne, l’importante é prendere un voto più degli avversari. Senza volerlo, aveva rivelato una verità che i governanti hanno sempre saputo e taciuto: la democrazia è una favola per allocchi, l’unica cosa importante è tenere in mano le redini del potere.
Inguaribilmente malato di protagonismo personale, però, il “bomba” (cioé contaballe, come lo chiamano senza alcun affetto al suo paese) non poteva accontentarsi di essere capo del governo. Voleva dimostrare di essere l’unico capo possibile, un uomo solo al comando, senza condividere con nessuno l’ebbrezza del potere. Pensava di poter governare in una fase di ripresa economica, elargendo regalie e mancette in cambio di consenso alla sua persona. Ha fatto molto male i suoi calcoli, la crisi continua a mordere feroce e violenta, e ora il governo chiede indietro perfino i famigerati 80 euro, oltre a sgraffignare il canone Rai dalle bollette della luce. Credeva di poter salvare i suoi padroni delle banche e far passare come speculatori i risparmiatori e famiglie derubate: le lotte hanno trasformato l’infame decreto salvabanche in un boomerang contro il governo, che ora é travolto anche dalla vicenda Mps, banca di famiglia del Pd. E fallimenti analoghi hanno segnato la breve epoca renziana in tutti i campi, dal Jobs Act alla politica economica. L’unica cosa che gli è effettivamente riuscita é la personalizzazione, ma nella direzione opposta a quella che avrebbe desiderato: oggi Renzi e il Pd sono il nemico principale di larga parte della popolazione, a cominciare dai soggetti maggiormente colpiti dalla crisi. 
Ho sbagliato il messaggio” afferma adesso il ducetto di Rignano, come se fosse semplicemente una questione di hashtag e non di persone in carne e ossa che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Il fatto è che, dopo il crollo del Pd alle amministrative e la Brexit, il referendum è diventato una partita decisiva, non solo per la tenuta del governo ma anche per gli assetti europei. Da tempo la Merkel strilla impaurita per ciò che può succedere in caso di vittoria del no, e ora corre a Ventotene in aiuto del suo amico di merende per far rivivere una grottesca mitologia di una Ue a pezzi. La stampa americana e internazionale, espressione dell’opinione pubblica dei potenti del mondo, sostiene allarmata che una sconfitta del governo Renzi al referendum avrebbe effetti addirittura peggiori della stessa Brexit.
Ciò che é peggio per loro, è meglio per noi. Ecco quindi emergere con tutta forza il contenuto politico del referendum: dire no significa dire no a Renzi, dunque no all’Europa, al governo della crisi e dei banchieri. Questo no avrà tante motivazioni e prospettive, in parte ambigue e tra loro contraddittorie. Questo no ha però un nemico principale, Renzi e tutto quello che rappresenta. E ha un sicuro effetto: la destabilizzazione. Chi se ne preoccupa e preferisce la stabilità sta dalla parte dei governanti e della casta, di chi ogni giorno si arricchisce sul nostro impoverimento.
Mobilitarsi per il no sociale vuol dire questo, utilizzando ogni mezzo necessario. Facendo campagna sul piano territoriale, preparando una grande manifestazione sotto i palazzi del potere, scrivendo no sulle schede elettorali così come lo scriviamo sui muri. E poi prepararsi già per il dopo, perché il referendum è solo una tappa: fin da ora dobbiamo prepararci a costruire degli spazi territoriali che, dopo la spallata del no, caccino definitivamente via Renzi e la sua cricca.
Per fare questo, dobbiamo continuare a insistere sulla personalizzazione della sfida, perché questa personalizzazione è in questo momento la via concreta alla generalizzazione del conflitto. Non proviamo alcun interesse per le manovrine politiciste di D’Alema e delle mummie delle istituzioni, né per i futili tecnicismi dei giuristi fedelissimi alla costituzione. Basta girare nelle piazze e i bar per capire che il no sociale e di massa esprime l’odio e il rifiuto per Renzi, il Pd e queste istituzioni, non certo la passione tecnica per un pezzo di carta astratto. Che se ne vadano tutti e non ne resti nemmeno uno, gridavano una quindicina di anni fa nelle piazze dell’insurrezione argentina. Noi, allo stesso modo, iniziamo a cacciarne uno per mandarli tutti a casa.

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