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Foodora vince il ricorso in tribunale dei riders licenziati

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Ieri il Tribunale di Torino, ha pronunciato la prima sentenza in Italia inerente la sharing-economy, il caso in questione vede coinvolti sei riders di Foodora Torino licenziati nel 2016 in seguito ad una mobilitazione contro la multinazionale tedesca del food-delivery.

La causa indetta contro Foodora aveva come nodo centrale ricorso sull’illegittimità della disconnessione dei fattorini in sciopero dalla piattaforma da parte dell’azienda. La base giuridica del ricorso partiva dal  riconoscimento dei lavoratori come dipendenti dell’azienda stessa e quindi come depositari del complesso di diritti associate ai rapporti di lavoro subordinato. La sentenza ha invece accolto le tesi della difesa, Foodora, sostenendo che i riders sono lavoratori autonomi con contratto a chiamata, dunque senza l’impianto giuridico della figura di dipendente aziendale.

Mentre tanti giovani tra colleghi e amici dei sei ragazzi si ritrovavano in tribunale per portare la propria solidarietà, i manager e gli avvocati di Foodora gioivano a mezzo stampa. E per causa.Il portato della tesi dei giudici è epocale per il mercato della sharing economy nostrano, che a circa otto anni dal suo massiccio avvio registra un’importante vittoria, che da un lato legalizza la forma lavorativa proposta e dall’altro può potenzialmente allargare i margini di manovra delle piattaforme stesse. Il licenziamento dei sei lavoratori era inerente a uno sciopero, la sentenza quindi dà il via libera alle multinazionali del delivery di licenziare senza remore in caso di “insubordinazione” , fatto importante visto il recente susseguirsi di scioperi del comparto, di cui l’ultimo proprio a Torino riguardante Deliveroo.

La forma di lavoro della sharing-economy fa del binomio flessibilità-precarietà il suo fondamento e colonna portante, inserendosi perfettamente nelle società europee post-crisi economica e nella liberalizzazione del mercato del lavoro, che grazie alle ultime riforme sta investendo tutti i comparti e le realtà lavorative.

La sentenza ha riaperto il dibattito attorno alle condizioni di lavoro dentro la crisi. Oggi, leggendo i giornali, tutti sembravano simpatizzare con i foodorini percependo lo scandalo di una relazione di dipendenza che non viene attestata come tale solo dagli occhi ipocriti e magari un pò retrogradi della legge. In particolare a sinistra diritti e tutele vengono astratti dalle forme di conflitto capaci di conquistarli. “Siamo tornati al medioevo”, lamentano rispetto alla sentenza. Ma la posta in gioco, resa evidente dal coraggio dei riders che si stanno mobilitando in questi mesi, punta dritto a rompere il rapporto di subordinazione del lavoratore autonomo non un suo riconoscimento. La questione del lavoro precario proprio della sharing-economy non può dunque essere l’agitazione per il ritorno a forme classiche di quel rapporto – per altro sempre più svuotate di tutele – ma invece dovrebbe porci di fronte alla non più rimandabile analisi del mercato del lavoro deregolamentato che, avvalendosi dell’informatizzazione, rende invisibile lo sfruttamento lavorativo. L’obiettivo non può essere il raggiungimento di uno status lavorativo che comunque garantisce, seppur in forma minore rispetto al lavoro autonomizzato, lauti profitti per le aziende e sofferenze per i lavoratori. Non è un paradosso, è la libertà di disconnettersi per lottare. È su questo terreno, che in fondo è quello propriamente politico, come ben hanno capito i manager di foodora che gongolavano ieri in TV, che si sta giocando una partita che è ancora alle sue battute iniziali.

Segue il comunicato di Deliverance Project:

 

11 Aprile ’18: “Decine di rider hanno affollato l’aula in cui si è celebrato il primo processo in Italia contro #Foodora“. 

Il ricorso è stato respinto, ma se la giustizia non sta nei tribunali 
STA NELLA SOLIDARIETÀ E NELLA MOBILITAZIONE

Quella di mercoledì 11 Aprile è stata vissuta come una data importante per le sorti della gig economy in Italia. 
Le lotte nel food delivery, negli ultimi due anni, hanno avuto la forza di contrapporsi alla tendenza generale e crescente delle nuove forme di organizzazione del lavoro di trasformare il lavoro salariato in lavoro autonomo on demand, retribuito solo per il valore prodotto e privato di ogni tipo di tutela.

I motivi della decisione, che ha respinto il ricorso dei sei ex fattorini di foodora tagliati fuori dopo le proteste contro il pagamento a cottimo, saranno noti entro sessanta giorni ma intanto è già chiaro come un “nuovo mondo” del lavoro stia imponendo le sue regole. 

Foodora vince. Ha la ragione grigia del grigio tribunale di Torino. 
Dopo un’udienza fiume, il giudice Marco Buzano ha atteso le 5 di pomeriggio per dare il suo responso, magari con la speranza di veder scemare la presenza di pubblico. 
Ma tanti solidali hanno resistito e i riders sono riusciti a consegnare pizze fin dentro i tentacolari corridoi della “giustizia” all’italiana. 

Pedalando al ritmo del gps con sushi e pizze in spalla i riders hanno indicato al giudice la luna, ma solo il dito è stato colto in quell’aula di tribunale affollata di colleghi e solidali.

Ma la vittoria in tribunale si paga spesso col pubblico disprezzo…
Il gongolare dei manager e le passerelle autopromozionali dei legali di foodora sui canali nazionali avvengono tra strepiti di indignazione.
Chi ne esce peggio dunque 
dalla sentenza di ieri? 
La giustizia Italiana? 
Foodora? 
I riders? 

Siamo tutti troppo adulti per non sapere che i tribunali sono giusti tanto quanto #Foodora è trasparente onesta e rispettosa dei suoi lavoratori. 
Abbiamo iniziato questo processo contro foodora consapevoli degli enormi rischi legati a questa scelta, non ci sentiamo “traditi” dalla giustizia. 
La sentenza ha fatto rumore, Foodora torna a far incazzare e discutere sui social e nelle piazze – ci mancherebbe!

Il festino gongolante dei manager avviene tra i fischi: tutto il loro miserabile mondo di soperchierie da ufficio, legittimato dai giudici, cuce addosso una brutta fama…
Ma abbiamo imparato anche che l’ondata di indignazione ha i suoi rapidissimi tempi fisiologici e, soprattutto, in assenza di una lotta reale , si risolve nel polverone di qualche migliaio di tweet e due articoli di giornale approssimativi.

Assorbito il duro colpo di ieri il nostro lavoro sarà quello di diluire nel tempo il disprezzo che giustamente cova verso le multinazionali del food delivery e i campioncini del capitalismo straccione che le gestiscono e questo non per mero spirito vendicativo, ma per legittimare e supportare quella rabbia che a più riprese porterà noi e altri colleghi (e altri sfruttati) a intraprendere iniziative di lotta.

Non finisce qui!

#tobecontinued
#slaveroo #foodoraetlabora

 

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