Egitto: una “transizione democratica” necessaria alla sopravvivenza del regime

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Egitto: una “transizione democratica” necessaria alla sopravvivenza del regime

 

Anche se non ha intenzione di prendere direttamente il potere, l’esercito egiziano è determinato a gestire da solo il periodo di “transizione democratica”. L’esercito rifiuta anche l’idea di elaborare una nuova costituzione, preferendo mantenere invece un sistema politico ereditato dal regime del Presidente Sadat, nel quale la presidenza ha un posto centrale. Agli Stati Uniti non  dispiace affatto questa riconfigurazione “moderata” del regime egiziano che non compromette i loro interessi in Egitto e in Medio Oriente.

La transizione egiziana, sotto la guida dell’Alto Consiglio delle Forze Armate (ACFA), è simbolicamente cominciata con la nomina di Tarek El Bichri alla testa di una commissione incaricata di elaborare un progetto di emendamento costituzionale che verrà sottomesso agli elettori entro due mesi.

La scelta, per questa carica, di un magistrato che gode di una solida reputazione d’integrità è un segnale rassicurante per l’opposizione tradizionale (i liberali, i Fratelli Musulmani, ecc…) e per i collettivi dei giovani emersi dalle proteste esplose il 25 gennaio, che erano state coronate dalle dimissioni del Presidente Mubarak lo scorso 12 febbraio. Questa è solo l’ultima di altre indicazioni che affermano la volontà del Consiglio di uscire di scena dopo la consegna del potere a dei rappresentanti civili democraticamente eletti.

Ma, se l’ACFA non intende instaurare un regime militare, non sembra d’altro canto voler condividere con l’opposizione la gestione della transizione. Ha ignorato l’offerta dell’Associazione Nazionale per il Cambiamento (di Mohamed El Baradei) di creare un “quadrumvirato presidenziale” nel quale esso avrebbe un solo rappresentante. Ha mantenuto al suo posto il capo del governo Ahmed Chafik, un vecchio generale nominato dal presidente dimissionario, il cui gabinetto (anch’esso in parte conservato) è moralmente responsabile del massacro del 2 febbraio in Piazza Tahrir.

L’ACFA non ha dato ascolto alla richiesta di eleggere un’assemblea costituente, che redigesse una Costituzione completamente nuova. Questo significa che il sistema presidenziale non verrà chiamato in causa, e che saranno modificati solo gli articoli che riguardano le elezioni presidenziali e il controllo giudiziario di quelle parlamentari (art. 76, 77, 88, 93, 189). 

 

L’opposizione: divisioni ed orizzonti limitati

 

L’ACFA  non ha abrogato lo stato d’emergenza, promettendo di farlo “quando le condizioni di sicurezza lo permetteranno”. In altri termini sta impiegando la stessa legge che ha permesso a Hosni Mubarak di governare arbitrariamente l’Egitto per trent’anni, per assicurarsi che la transizione rimanga nel quadro che esso ha tracciato. Davanti a rivendicazioni democratiche come la liberazione dei prigionieri per reati d’opinione e dei manifestanti arrestati dopo il 25 gennaio, si limita a promettere di “esaminare i dossier”.

L’ACFA segue la tattica dell’ex vice presidente, Omar Suleiman, intesa a dividere i giovani che hanno fatto irruzione sulla scena politica queste ultime tre settimane, favorendo le componenti più moderate e incitandole a formare un partito. I collettivi dei “Giovani del 25 Gennaio”, piuttosto che dei partner, li considera come dei portavoce dei suoi messaggi centrati su un “rapido ritorno alla normalità” alla popolazione.

I Fratelli Musulmani sembrano essere più impegnati a trasformarsi in un’organizzazione legale, ed a rassicurare l’esercito – e le grandi potenze – sulle loro buone intenzioni, che a esigere dall’ACFA delle garanzie concrete sul risultato democratico della transizione. Decisi a non dilapidare i benefici del riconoscimento quasi ufficiale di due settimane fa (incontri con Omar Suleiman, la partecipazione alla commissione di revisione costituzionale, e interventi alla televisione di Stato), essi hanno confermato la propria decisione di non presentare candidati alle prossime elezioni presidenziali ed hanno ribadito di non aver intenzione di ottenere la maggioranza alle legislative (non presenteranno le proprie liste in tutti i distretti elettorali).

Quanto all’opposizione laica, il Partito Wafd di Sayyid Al Badawi, il Partito Al Ghad di Ayman Nour (che ne è uscito) e il Partito Tagammu di Rifaat Al Said, non chiedono niente oltre alla modifica degli articoli della Costituzione che ostacolano le loro ambizioni di presentare dei candidati per la presidenza e di essere rappresentati quindi nel prossimo Parlamento. Hanno piena fiducia nell’esercito e non includono fra le loro priorità  l’abrogazione dello  stato di emergenza.

 

Messa in guardia contro gli scioperi

 

La caduta di Mubarak ha dato adito a speranze di trasformazione sociale in larghe porzioni dei salariati. Queste speranze sono così grandi che la pubblicazione dei dati relativi al patrimonio della famiglia presidenziale e dei ministri-businessmen del governo Nazif (Rachid Mohamed Rachid, Zoheir Garana, ecc…) indica dove si dovrebbero cercare i fondi necessari al miglioramento del reddito degli egiziani più poveri.

Ci sono stati scioperi in vari settori: tessile, dell’amministrazione pubblica, ferroviario e siderurgico. Dopo qualche giorno, gli scioperanti sono stati i destinatari di un avvertimento velato dell’esercito, diffuso in televisione o dalle compagnie telefoniche, che pregavano gli “onorevoli cittadini di unire i loro sforzi per far giungere al più presto la patria all’approdo della sicurezza”.

Questa messa in guardia non ha impedito alle manifestazioni degli operai, iniziate la vigilia della caduta di Mubarak, di estendersi, tanto più che le autorità, per paura di un’intifada generalizzata si mostrano pronte a fare delle concessioni (promesse di stabilizzazione del lavoro precario, ecc…). Comunque, la propaganda ufficiale, diffusa dai media pubblici riorganizzati ma sempre ben disposti verso il governo, potrebbe riuscire a mobilitare contro gli scioperanti una parte dell’opinione pubblica (la classe media e alta, i commercianti e, più in generale, il settore dei servizi). Il crollo della Borsa (che il 27 gennaio ha obbligato il governo a sospendere le sue attività), la svalutazione della moneta (-1,3% rispetto al dollaro) e la recessione che colpisce il turismo sono tutti presi come esempi per sottolineare i danni delle contestazioni popolari all’economia.

 

Una transizione sotto il controllo americano

 

L’ostilità dell’esercito alla rifondazione del regime politico egiziano segna i limiti della transizione attuale. Altri elementi costituiscono altrettanti seri ostacoli a un risultato veramente democratico. Si tratta, a livello interno, della pressione di una parte delle classi abbienti, favorevoli a una certa continuità col sistema precedente dopo il sacrificio del Partito Nazionale Democratico (PND) e di qualche esponente vicino a Gamal Mubarak, figlio del vecchio presidente. Si tratta anche – e soprattutto – delle pressioni delle forze di polizia che hanno subito un’umiliante sconfitta, simboleggiata dai ricorsi penali contro il Ministro dell’Interno Habib Al Adli e dall’apertura delle inchieste per determinare la responsabilità dei colpi sparati sui manifestanti.

Queste forze sarebbero costituite da 1,7 milioni di elementi, secondo l’oppositore nasserista Abdel Halim Qandil (dal suo libro « Al Ayyam Al Akhira », Gli Ultimi Giorni), sarebbe a dire due volte gli effettivi dell’esercito, che conta 800.000 soldati secondo il Centro Arabo d’Informazione. Le forze di polizia temono cambiamenti strutturali che metterebbero fine ai loro grandi e piccoli privilegi. In effetti, non esiteranno a difendersi da qualsiasi fusione dei servizi di sicurezza che riduca il loro ruolo centrale nel sistema di governo (per esempio, lo scioglimento della “Polizia di Sicurezza dello Stato”).

Al livello internazionale, gli Stati Uniti stanno seguendo con attenzione la situazione in Egitto. Se Barack Obama ha avuto la lungimiranza di incoraggiare la deposizione di Mubarak, è perché ha visto nell’esercito il garante di un cambiamento politico moderato, che allargasse la base di potere – includendovi, probabilmente, anche i Fratelli Musulmani – senza compromettere però gli interessi del suo paese in Medio Oriente. L’aiuto economico fornito dal Pentagono alle forze armate egiziane continuerà a ricoprire il ruolo che ha sempre avuto nelle relazioni egiziano-americane: uno strumento di ricatto per far abortire qualsiasi tentativo di fraternizzazione delle istituzioni militari con una maggioranza di egiziani opposti alla supremazia d’Israele e del suo alleato americano nella regione.


Yassin Temlali, giornalista algerino, per Maghreb EmergentMaghreb Emergent

Traduzione di MedArabNewsMedArabNews

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