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E’ possibile un movimento contro la guerra?

Pubblichiamo di seguito un documento di bilancio di due anni di lotta contro l’occupazione militare in Sardegna a firma del Comitato studentesco contro l’occupazione militare della Sardegna. Due anni che hanno visto svilupparsi un movimento capace di colpire la macchina dell’industria bellica, violando i poligoni sardi e interrompendo più di un’esercitazione nelle basi dove ci si prepara alla guerra. Il movimento contro l’occupazione militare in Sardegna ha avuto il merito di considerare la costruzione dei conflitti bellici come un’unica filiera, non riducibile ai teatri dello scontro militare, ma che parte dalle fabbriche di armi, passa per i poligoni e arriva nei tanti orienti, all’apparenza così distanti per il nostro immaginario. L’esigenza di distuggere attraverso la guerra gerarchie e modelli di accumulazione per rivalorizzare il capitale si confonde con la stessa logica di governo dei territori, a partire da quelli colpiti dalle servitù militari: impoverire, saccheggiare, desertificare. La domanda al fondo di queste riflessioni: “E’ possibile costruire un movimento di massa contro l’occupazione militare in Sardegna?”, ci sembra allora facilmente traducibile nel più complessivo quesito: “E’ possibile un movimento contro la guerra”? Un movimento che sappia opporsi ai venti di guerra che soffiano sul Mediterraneo e oltre, non solo con una pur giusta ma impotente testimonianza di principio di opposizione alla guerra – impotenza che connota tutte le sfumature più o meno ragionate di questo tipo di opposizione ideologica, dal pacifismo all’antimperialismo, fino all’antimilitarismo -, ma che sappia mettere in relazione i conflitti sui territori, contro la forma della guerra da loro subita, con la pratica di obbiettivi capaci di interrompere e mettere in difficoltà la macchina della guerra a partire dai nostri confini.

Questo documento è una base di discussione aperta per il movimento sardo. Sarà strumento di dibattito nel contesto di un tour di assemblee e incontri nei più disparati centri dell’isola per organizzare le prossime fasi del movimento sul territorio.

 

 

 

E’ possibile costruire un movimento di massa contro l’occupazione militare in Sardegna? Il documento in questione è stato creato dopo settimane di discussione all’interno del comitato studentesco contro l’occupazione militare, vuole essere un’occasione di dibattito per lanciare insieme un’assemblea generale in cui confrontarsi e costruire un lavoro coordinato e continuativo. Abbiamo suddiviso il documento in paragrafi in modo da affrontare in maniera analitica ciascun aspetto e riuscire ad offrire una piattaforma di discussione da cui partire.

 

ANALISI DEL MOMENTO STORICO

La lotta contro l’occupazione militare in Sardegna non è recente, da decenni nei quattro angoli dell’isola si lotta contro poligoni, esercitazioni, espropri. Lotta che ha vissuto differenti cicli con i relativi punti alti e bassi. Pagine importanti sono state scritte, pagine che rimarranno nei libri di storia. Alcune, come quella di Pratobello, hanno effettivamente raggiunto l’obiettivo che si prefissavano. Dal punto di vista dell’opinione pubblica si può dire che ci sia una consistente fetta di popolazione che si esprime contro la presenza dei militari in Sardegna, d’altro canto il mancato sviluppo economico porta centinaia di sardi ad arruolarsi per mancanza di alternative. Per quanto quindi siano stati fatti dei passi in avanti la liberazione della Sardegna dall’occupazione militare, è un processo ancora tutto da costruire.

Con la manifestazione di Capo Frasca del settembre 2014 possiamo idealmente sancire l’inizio di un nuovo ciclo di lotte, diverso dai precedenti per composizione, mezzi e pratiche. Una manifestazione differente dalle precedenti per la volontà dei partecipanti di riprendersi gli spazi sottratti con la forza dagli eserciti e le industrie belliche. L’entrata di centinaia di persone all’interno del poligono, dopo il taglio delle reti è il simbolo di una giornata che vide tra le 5 e le 10000 persone partecipare attivamente.

Una manifestazione con chiamata allargata indetta dalla componente indipendentista assieme ai comitati gettiamo le basi e su giassu, che è riuscita a raccogliere un più ampio spettro della società sarda. Il successo in quella giornata è stato con buona probabilità dovuto a eventi fortuiti (l’incendio causato dall’esercito tedesco) e dalla capacità di saper cogliere la palla al balzo per rilanciare la mobilitazione. Dopo quella gloriosa giornata, l’iniezione di fiducia ha determinato la nascita di numerosi comitati, collettivi e reti. Il comitato studentesco contro l’occupazione militare è nato all’indomani di quella giornata allo scopo di tenere alta l’attenzione sull’argomento e di essere punto di riferimento della componente studentesca. Successivamente si è costituita la rete no basi, con svariati nodi in differenti parti dell’isola.

Da quel momento vi sono stati svariati momenti di lotta il cui apice è stato raggiunto in occasione dell’esercitazione NATO Trident Juncture: due manifestazioni molto partecipate si sono svolte a Cagliari (31 ottobre) e a Teulada (3 novembre) con il blocco delle esercitazioni e il rifiuto della criminalizzazione della Questura cagliaritana nei confronti del movimento.

Contro la Trident Juncture la consapevolezza è stata ancora maggiore. Se la manifestazione di Capofrasca era stata cavalcata sulla spinta emotiva causata dall’incendio scoppiato all’interno del poligono e alla campagna mediatica dell’Unione Sarda dei giorni che hanno preceduto quella manifestazione, la data del 3novembre invece è stata anticipata dai fogli di via e dalle cariche dell’11 ottobre, in occasione del campeggio organizzato dalla rete no basi. Un clima reso ancora più pesante dai tentativi di stampa e questura di separare i manifestanti in buoni e cattivi.

Nonostante ciò gli sforzi profusi nell’occupazione dell’università, nella presenza mediatica che si è riuscita a strappare nei giorni immediatamente precedenti, nei tour fatti in giro per la Sardegna per coinvolgere il maggior numero di persone, nell’impegno per l’organizzazione della difesa del corteo, hanno dato i risultati sperati. Più di un migliaio di persone hanno dimostrato la loro determinazione nel voler interrompere la più grande esercitazione militare dal dopoguerra ad oggi.

Pensiamo che occorra fare tesoro dell’esperienza di Teulada e replicarla laddove possibile. Pensiamo che ci si debba rivolgere all’intera società sarda e non ai soli militanti. 
Pensiamo che occorra disporre una piattaforma di dibattito dove tutte le componenti possano elaborare assieme strategie e unire le energie per un unico scopo. 
Pensiamo che i tempi siano maturi per un cambio di passo e una nuova organizzazione che abbia come obiettivo dichiarato liberare la nostra terra dall’occupazione militare della Nato e di tutti gli eserciti imperialisti.

 

FORZA E LIMITI

Sono stati degli anni impegnativi, caratterizzati dallo spontaneismo e dal protagonismo popolare, anni in cui si è riusciti a produrre risultati significativi sul lato delle singole battaglie, a mantenere i nostri radicali punti fermi, ma non a scalfire un quadro generale di sottomissione della Sardegna alle esigenze del complesso militare-industriale. Senza disconoscere i grandi successi ottenuti anche in anni recenti, crediamo che il navigare a vista debba ora lasciare il posto ad un movimento organizzato e allo stesso tempo decentralizzato, fortemente radicato nei territori. Un movimento orizzontale che si prenda carico di trovare soluzioni e che si ponga l’ambizione di rompere l’assedio attraverso la forza popolare. Bisogna essere in grado di dare maggiore continuità alle azioni, mantenendo una alta capacità di mobilitazione popolare su un ampio spettro del territorio. Attualmente riusciamo a produrre una pluralità di piccole azioni portate avanti da zoccoli duri di militanti e momenti di mobilitazione di massa di scadenza annuale o semestrale, la cui organizzazione richiede grande tempo e dispendio di energie. La pressione che produciamo sta ponendo qualche problema all’edificio dell’occupazione, ma non è ancora bastante a raggiungere l’obiettivo di una totale dismissione e bonifica delle aree occupate.

Dal lato della comunicazione non ci si può certo adagiare sugli allori: dobbiamo essere in grado di pressare costantemente le autorità militari e statali, rispondere colpo su colpo alle loro azioni propagandistiche e ai loro costanti soprusi. Intensificare la produzione dal basso della documentazione riguardo al danno ambientale, sanitario, economico, sociale che le basi rappresentano, allo scopo di dettare l’agenda politica e alimentare il dibattito pubblico. Altresì denunciare il danno che la presenza militare rappresenta per la pace e la stabilità nel mediterraneo, nel quadro di una politica che impone alla Sardegna il ruolo internazionale di portaerei, centro di addestramento e sperimentazione ad uso degli eserciti della NATO e dei suoi alleati, bastione nella muraglia della Fortezza Europa contro gli immigrati.

 

OBIETTIVI

Possiamo suddividere gli obiettivi che ci poniamo in differenti categorie, gli obiettivi finali, che caratterizzano l’orizzonte strategico di tutte le azioni che intendiamo intraprendere, e obiettivi intermedi utili al perseguimento degli obiettivi finali. Gli obiettivi finali sono:

Chiusura e dismissione delle basi militari, restituzione dei territori alle popolazioni

Obiettivo principale del movimento è certamente la restituzione alla popolazione sarda dei territori occupati dall’esercito italiano, e dunque la chiusura e dismissione di tutti i poligoni e i centri militari presenti nell’isola. I territori sottomessi all’amministrazione militare vanno restituiti ai legittimi proprietari, alle comunità locali e alle emanazioni della volontà popolare.

Bonifiche dei siti e riconversione

Una semplice chiusura e dismissione, tuttavia, non è obiettivo sufficiente. 50 anni di occupazione militare hanno prodotto un inquinamento profondo e pervasivo sia nelle aree direttamente interessate dalle attività militari che nelle aree contigue. Successivamente alla chiusura delle basi è necessario provvedere alla bonifica dei siti inquinati e allo smantellamento e smaltimento delle infrastrutture d’uso militare che non ricoprono interesse per un riutilizzo ad uso civile. Il problema delle bonifiche è un problema importante sul quale il movimento deve garantire una presenza maggiore, nuove forme di accaparramento e sfruttamento del territorio successive a quelle militari trovano già nell’opera delle bonifiche terreno fertile per dispiegarsi, caso emblematico è quello degli affari intorno all’organizzazione del G8 alla Maddalena. L’uso a scopo propagandistico delle mancate bonifiche alla Maddalena in funzione della perpetuazione del sistema delle basi negli altri luoghi occupati, è una vera e propria beffa che si aggiunge al danno; il sistema affaristico degli accaparratori dei fondi per le bonifiche e quello dell’occupazione militare vanno posti in relazione e combattuti insieme, come parte dello stesso meccanismo sistemico di sottomissione dell’interesse collettivo all’interesse di pochi.

Le bonifiche, d’altronde, vengono banalizzate e utilizzate propagandisticamente dalle stesse forze armate, periodicamente, con lavori la cui ridicola insufficienza è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere. Ciò tuttavia non esime molti rappresentanti politici, anche di quelli formalmente contro la presenza dei poligoni in Sardegna, dall’accettare uno schema di bonifiche posto in essere dalle forze armate prima della dismissione dei poligoni, secondo l’idea della “riconversione ad usi civili”. La chiusura, la dismissione e la restituzione dei territori all’amministrazione civile emanazione della volontà popolare locale va posta obbligatoriamente come atto precedente le bonifiche e qualsiasi progetto futuro di riconversione.

Da questo punto di vista, la necessità, sentita da più parti, di muovere un discorso che non sia soltanto oppositivo, ma anche propositivo, si scontra con l’evidente impossibilità di costruire scenari progettuali credibili di riconversione, in mancanza di studi indipendenti (e della possibilità di eseguirne in un clima sereno) sullo stato di alterazione ambientale dei luoghi. Le proposte di riconversione, allo stato attuale, si devono gioco forza limitare all’elencazione di un ventaglio di possibilità di sviluppo autocentrato e di opportunità lavorative, possibilità certamente precluse dall’occupazione militare.

Risarcimento dei danni

I danni di 50 anni di occupazione militare, intesi come danni materiali determinati dall’inquinamento dei luoghi, dalla deportazione delle popolazioni, l’abbattimento delle case e il sequestro dei terreni, ma anche come danni determinati dal mancato sviluppo del territorio, dall’inibizione delle capacità della società di costituire un’economia autonoma, determinato dall’asservimento delle infrastrutture e delle strutture del territorio alla presenza militare, vanno risarciti alle popolazioni. Non basta riottenere la disponibilità dei territori, senza la possibilità di studiarne le condizioni con i dovuti strumenti scientifici, operarne le bonifiche e creare le condizioni per un loro utilizzo in funzione delle esigenze delle comunità locali. Questo processo è un processo costoso, il cui finanziamento deve essere in capo allo stato italiano, e in particolare al Ministero della Difesa, all’Esercito, alle industrie che per 50 anni hanno utilizzato la Sardegna come campo di sperimentazione per sistemi d’arma dagli impatti ambientali pesantissimi, ma il cui controllo deve spettare alla popolazione sarda. Per questo va mossa una battaglia affinché il pagamento delle bonifiche e delle riconversioni successive sia inserito in una più ampia pretesa di risarcimento dei danni da parte dello stato nei confronti della popolazione e del territorio sardo, in forme sulle quali è necessario costruire un dibattito. L’affidamento delle bonifiche alla stessa mano governativa che ha prodotto il danno ha già dimostrato la sua inaffidabilità, non solo nel caso della Maddalena, ma in tutto il penoso capitolo delle bonifiche industriali nei SIN della Sardegna, occorre che le bonifiche siano organizzate secondo gli interessi dei sardi, non delle cordate affaristiche più vicine al governo del momento.

 

MEZZI

Costruzione di un movimento di massa organizzato

La battaglia contro le basi richiede un salto di qualità nell’organizzazione dei comitati e dei gruppi che sino ad ora si sono impegnati nel movimento. E’ necessaria una maggiore unità d’azione, una maggiore capacità di mantenere una presenza costante e diffusa sul territorio. Ci poniamo come obiettivo la creazione di un movimento unitario e allo stesso tempo plurale e articolato.

Per fare ciò è necessario innanzitutto che tutte le componenti politicamente più avanzate e organizzate facciano un passo indietro rispetto alle proprie posizioni ideologiche, in modo da evitare la costruzione di muri o steccati in cui cittadini e persone, che si vogliono inserire nella lotta, debbano per forza infilarsi. Allo stesso tempo dal nostro punto di vista è imprescindibile sottolineare il carattere, antirazzista, antifascista e antisessista della mobilitazione che vogliamo portare avanti.

Il movimento dev’essere radicato e la sua presenza capillare in tutto il territorio e in tutti i paesi della Sardegna. Bisogna fare il grande sforzo di creare dei nuclei di informazione e avere il coraggio di scommettere sui paesi e località in cui non ci siamo mai avventurati. Un movimento di massa organizzato deve farsi carico di molteplici proposte e le deve accogliere sotto la stessa bandiera della lotta contro l’occupazione militare. Rifiutiamo la divisione tra buoni o cattivi, violenti e non violenti perché l’unica violenza che sopportiamo è quella causata dai militari nei territori occupati e inquinati. Quella degli aborti spontanei e delle malformazioni, quella di un addestramento alla morte che parte dai nostri aeroporti militari per colpire in Yemen, quanto in Libia o Palestina. Nel movimento non devono esistere dissociazioni e polemiche pubblicate mezzo stampa, che fanno solo il gioco di scribacchini, militari e politicanti. Ognuno secondo le sue possibilità e sensibilità può dare un grande contributo all’enorme obiettivo a cui aspiriamo.

 

CONCLUSIONI

Con questo documento il Comitato Studentesco Contro l’Occupazione Militare della Sardegna, intende offrire un contributo al dibattito sull’analisi del momento storico. Dall’altra parte cerca di analizzare i limiti che hanno caratterizzato questa fase e si propone di superarli. Come? l’idea è quella di poter trovare una sintesi per far si che tutti i soggetti in campo possano unirsi in questa lotta. Non sappiamo quando questo avverrà, quando questi soggetti saranno maturi per poterlo fare senza frizioni, pensiamo che sia però giunto il momento di iniziare questo percorso. L’assemblea generale che vorremmo organizzare dopo questo tour pensiamo che possa essere un punto di partenza a cui si aggregheranno tante altre iniziative, dalle azioni contro le esercitazioni, ad altre da proporre e discutere insieme in quest’anno di lotta.

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