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ROSSO Da Foche Ammaestrate ad Apprendisti Guerriglieri

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Da Foche Ammaestrate ad Apprendisti Guerriglieri

Tutti a parlare e a sparlare: forse solo Agnelli ha visto giusto e ha commentato: America, America. Perfetto presidente: ma come mai proprio da questo pulpito la risposta giusta? La grandezza dell’avversario ha fatto furbo il presidente. E poi chi meglio di lui conosce le mosse della lotta e le contromosse della scacchiera padronale. E ancora: è meglio a S. Siro, ed è inevitabile che accada proprio a S. Siro, dopo che a Mirafiori ed ad Arese la violenza operaia è stata ”vietata” dal sindacato. Da questo punto di vista è lo stesso principio dei vasi comunicanti.

Nella crisi cresce la tensione di classe e dovunque la violenza operaia e proletaria; la Fiat ’73/’74, S. Basilio e migliaia di altri episodi lo attestano. Nella crisi cresce la tendenza sindacale al compromesso e, in Italia, tutto questo diventa occasione storica per portare fino in fondo il processo di socialdemocratizzazione. L’operaio e il proletario sfibrati dall’attendismo sindacale in fabbrica e nel quartiere, reprimono e contengono la voglia di spezzare il meccanismo di una lurida vita quotidiana che la crisi rende ancora più lurida: la massificazione e l’aperta ”passionalità” dello scontro domenicale reagiscono su quésta situazione e consentono il ”travaso” di rabbia. Tutto ciò è persino ovvio. Ma un paio di cosette tra loro connesse sono nuove.

Primo è il luogo: Milano. Qui non si può invocare diseducazione politica, pochezza della tradizione di lotta, composizione di classe che isola pesantemente l’operaio di fabbrica dall’insieme del proletariato. Secondo è il tempo: febbraio 1975. Non a caso dopo i sei mesi di più pesante attacco padronale e di più pesante corresponsabilità sindacale mai verificatisi dopo l’inizio del ciclo di lotta della fine anni ’60. Allora la conclusione è ovvia: non siamo di fronte a difetti di crescita dalla lotta e del comportamento operaio. Siamo di fronte a un fenomeno che nasce, quale che sia il suo colore e la sua utilizzazione politica, dentro la maturità della lotta e del comportamento operaio. Cercare di non vedere la realtà, illudersi che qualche mestatore fascista sia la causa del casino, alzare le spalle pensando ”ai bassi livelli dì politicizzazione”, credere che basterà una ripresa di lotta qualsiasi a recuperare tutto, è frutto dello sciocchezzaio giaculatorio che decenni di ”marxismo pedestre” ci hanno propinato. I commandos tigre, le brigate bianco-nere, i settembri rossoneri, etc. sono più che etichette: l’analisi sociologica e politica dei clubs ci farebbe fare solo pochi passi in avanti e forse impedirebbe la vista coprendo, con un albero troppo vicino, la prospettiva dell’intera foresta. Le cose sono assai semplici nella loro genesi di classe e nel loro senso politico: solo una risposta organizzata operaia che si ponga, in questa precisa fase, il compito di canalizzare la rabbia distruttiva che fermenta nei settori proletari più giovani, esasperati e meno ”sindacalizzati”, è in grado di trasformare un ”gioco di massacro” interproletario in un continuo e diffuso esercizio della violenza di classe. Ma anche qui il ”pedestre marxismo” sta in agguato. Tra i compagni spesso vige il moralismo e l’attaccamento morboso alle tattiche bruciate dall’avanzare stesso del movimento e della fase politica.

Ai ”moralisti” della lotta di classe (tutti i terzinternazionalisti comunque agghindati) lo stadio non sembra un tempio dove la ”messa di classe” possa essere celebrata e che la violenza sia un rito poco ”perbene” se non consacrata dal partito, dal ”momento” o dalla rivoluzione assicurata. È anche per questo che bande di proletari-teppisti inglesi continuano da anni a sfasciarsi la testa negli stadi. A nessuno però viene in mente che forse tutto ciò è legato non solo all’insufficienza della ”norma” sindacale ma, più in generale, alla diffusione distorta di esigenze e comportamenti proletari oltre i cancelli della fabbrica e i confini delle periferie. Sì anche il calcio è un segno di novità: nel ’20 hanno assaltato i forni, per il pane contro la disoccupazione e la fame. Oggi qualcuno crede alla trinità salario, bistecca e libertà. E invece la cocciutaggine proletaria ripropone l’immensità del suo arco di bisogni dando l’assalto allo stadio anche dentro una grave fase recessiva della crisi generale del sistema capitalistico. Una riconferma che la qualità della lotta per il comunismo non arresta. Questa ha un segno di classe. E il non aver ancora generato organizzazione e consapevolezza che lascia poi questa spinta alla divisione della ”guerra dei clubs”: lo sfiatatoio padronale della rabbia proletaria. Appropriazione negli stadi? E perché no?

Solo la debolezza soggettiva pratica e teorica ha finora proibito di capire di trasformare gli aspetti nuovi già ”americani” della lotta di classe. Da S. Siro al Palalido, Rivera e Lou Reed, il proletario ricomincia a farsi gioco degli affari come i borghesi, prima di lui, hanno fatto affari nel gioco. E così che la ”guerra figurata” del calcio, questa rappresentazione teatrale popolare della guerra di classe e della divisione del lavoro legalizzata e sublimata, questa finta e ”imparziale” alternanza di vinti e vincitori ”casuali”, lascia il posto a una recita nuova nella quale le masse da inebetite si trasformano in apprendisti guerriglieri: anche il calcio in culo al pulotto può diventare un gioco popolare.

da «Rosso. Giornale dentro il movimento» – anno 3 – n. 14 – gennaio-febbraio 1975

Guarda “gli anni ribelli“:

Per approfondire “Rosso – 7 gennaio 1975“:

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