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San Marino rossa

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Ricorre oggi l’anniversario di una vicenda molto poco conosciuta nel nostro paese, nonostante sia accaduta proprio in Italia… o meglio, all’estero, ma in quella che, geograficamente, è la penisola italiana. Si tratta dei “fatti di Rovereta”, uno degli avvenimenti più bui nella storia della piccola Repubblica di San Marino, che vide il governo delle sinistre rovesciato, nei fatti, da un colpo di Stato sostenuto dal Governo italiano e dagli USA.

Una repubblica piccola ma scomoda

Pochi sanno che durante la guerra fredda San Marino era una piccola “repubblica rossa”. Alle elezioni del 1945 la coalizione formata dal Partito Comunista Sammarinese (PCS) e dal Partito Socialista Sammarinese (PSS) vinse con il 65% contro la coalizione democristiana. Da allora il blocco social-comunista vinse praticamente ogni elezione, continuando a governare la piccola repubblica. Una vera e propria anomalia nel contesto della guerra fredda, tollerata a fatica e solo a causa dello scarso peso di San Marino nello scenario internazionale. Il governo delle sinistre, unico nel contesto europeo, si distinse per le politiche sociali e lo sviluppo delle relazioni diplomatiche e di cooperazione con l’Unione Sovietica. Non mancarono neanche i momenti di tensione con gli USA e con l’Italia. Il governo di Mario Scelba arrivò a imporre per due anni un blocco di polizia dei confini di San Marino, per forzare la chiusura del Casinò del Titano, in un tentativo di strangolare economicamente la piccola repubblica.

La pressione nei confronti del governo sammarinese si inasprì quando il Partito Comunista, richiamando i socialisti alla “comune matrice marxista” propose la risoluzione dei problemi strutturali di fondo del paese. Fino ad allora, nonostante la presenza dei comunisti al governo, la struttura socio-economica del paese era rimasta sostanzialmente quella di un paese capitalista (e, d’altra parte, se l’esperienza storica dimostra che è possibile costruire il socialismo in un singolo paese, restano legittime perplessità nel caso di un micro-stato in condizioni di accerchiamento). Nel 1956, il programma di trasformazione radicale della società proposto dal Partito Comunista comprendeva la stesura di una Costituzione (di cui tutt’oggi San Marino è priva), il rinnovamento degli organi statali e uno sviluppo dell’economia in senso collettivistico. A questo si accompagnò, in quell’anno, l’instaurazione dei rapporti ufficiali con l’URSS. Le pressioni esercitate dall’esterno da parte dei paesi occidentali e dei settori del grande capitale trovarono terreno fertile nel Partito Socialista, dal quale nel 1957 si separò una fazione contraria all’alleanza con il PCS, che diede vita al nuovo “Partito Socialista Indipendente Sammarinese” (PSIS). Tutto questo fu premessa per i fatti che avvennero nell’autunno del 1957.

Il colpo di Stato del 1957

San Marino è una repubblica parlamentare, in cui il parlamento è denominato “Consiglio Grande e Generale”, composto da 60 consiglieri. A capo dello Stato vi è la Reggenza, un organo diarchico formato da due Capitani reggenti eletti dal parlamento, che presiedono il governo (Congresso di Stato) e lo stesso Consiglio.

Dal 1955 il blocco social-comunista governava con una maggioranza di 35 consiglieri su 60. La scissione che nel 1957 diede vita al PSIS vide l’adesione di cinque consiglieri, che abbandonarono la maggioranza portando il Consiglio in parità. Il 18 settembre 1957, un giorno prima delle elezioni della Reggenza previste per il 19 settembre, il consigliere Attilio Giannini (detto Piciulà), eletto da indipendente nella lista comunista, fu corrotto e traghettato nello schieramento democristiano, diventando il 31esimo consigliere necessario per una nuova maggioranza, questa volta democristiana. In risposta alla corruzione di Giannini, i segretari di PCS e PSS depositarono le lettere di dimissioni di 34 consiglieri della vecchia maggioranza (era consuetudine, per assicurare la fedeltà al partito, che i consiglieri firmassero le dimissioni lasciando in bianco la data).

Quando la Reggenza, prendendo atto delle dimissioni, sciolse il Consiglio e indisse nuove elezioni per il 3 novembre, i 31 consiglieri della nuova maggioranza democristiana rivendicarono la guida del paese. La sera del 30 settembre, i 31 consiglieri occuparono uno stabilimento industriale in disuso a Rovereta, in una lingua di territorio confinante con l’Italia. Allo scoccare del 1 ottobre, in concomitanza con la fine del mandato dei Capitani reggenti (per la verità implicitamente prorogato con l’indizione delle nuove elezioni previste a novembre), istituirono un autoproclamato “Governo provvisorio”, rompendo di fatto la legalità costituzionale del paese. Lo stabilimento fu circondato su tre lati dai Carabinieri italiani, mentre il Governo democristiano italiano si affrettava a riconoscere la legittimità del sedicente governo provvisorio sammarinese. La piazza del Pianello si riempie di sostenitori del Governo legittimo (il “Governo del Palazzo”, contrapposto a quello di Rovereta). Entrambi i Governi radunano proprie milizie: il Palazzo istituisce un Corpo di Milizia Volontaria per difendere il governo legittimo, mentre da Rovereta si fa appello a tutti i Corpi Militari e alla Gendarmeria affinché si rivolgano contro la Reggenza. Non si arriva mai allo scontro armato, e dopo due settimane, il 14 ottobre, il Governo del Palazzo dichiara di “cedere alla sopraffazione”. Al Governo Provvisorio, che gode del favore di USA e Italia, è concesso di lasciare Rovereta e insediarsi nel Palazzo Pubblico come nuovo governo di San Marino. L’anomalia era stata normalizzata, e da allora San Marino restò fedele al blocco occidentale.

Per una lettura complessiva

La vicenda del governo delle sinistre a San Marino e dei fatti di Rovereta è indubbiamente poco conosciuta in Italia. Ma pur senza voler esagerare, in essa si può scorgere una premessa alla ben più terribile vicenda cilena, che nel 1973 vide il governo di Salvador Allende cadere sotto il golpe di Pinochet, sostenuto apertamente dalla CIA e dagli USA. Se a San Marino non si arrivò certo ai livelli del Cile e la “tolleranza” mostrata dal capitale fu ampiamente maggiore, ciò fu dovuto solo alla minore entità degli interessi in gioco. Negli stessi anni sull’Italia, in cui gli interessi in gioco erano maggiori, incombeva la minaccia dell’intervento militare straniero e di un tessuto sotterraneo di organizzazioni come Gladio, pronte ad attuare un colpo di Stato reazionario se le elezioni avessero consegnato il Governo al Partito Comunista. Sono tutte vicende che, nonostante le enormi differenze sul piano quantitativo, mostrano che la democrazia borghese finisce laddove le sue stesse regole rendono possibile intaccare gli interessi delle classi dominanti. Mostrano cioè che il capitale non può tollerare che un paese e il suo governo legittimamente eletto scelgano liberamente la via del socialismo. Una lezione che chi oggi lotta contro un sistema che ha da offrire solo sfruttamento, guerra e precarietà ai lavoratori e alla gioventù non deve mai dimenticare.

Fonte: Senza Tregua.it

Guarda “Speciale – I Fatti Di Rovereta“:

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