
FESTIVAL ALTRI MONDI ALTRI MODI – VANCHIGLIA QUARTIERE PARTIGIANO
vol.4 – aprile / maggio 2026
Di seguito l’indizione della Quarta Edizione del Festival Altri Mondi / Altri Modi “Vanchiglia Quartiere Partigiano”

Nelle edizioni passate abbiamo discusso di guerra, ecologia, intelligenza artificiale, transfemminismo, nuove forme di sfruttamento, decolonizzazione, arte e cultura con un obiettivo chiaro: immaginare Altri Mondi concreti, in cui l’interesse collettivo non sia sottoposto alle leggi del profitto e chiederci quali Altri Modi possiamo costruire nelle discussioni collettive, nelle lotte, nei movimenti che attraversiamo per resistere e rilanciare in un mondo in cui le crisi si moltiplicano e si intrecciano, consegnandoci una realtà sempre più complessa ed avvilente.
Quest’anno il Festival si trasforma perché trasformate sono le condizioni del nostro territorio e quartiere: il 18 dicembre scorso il centro sociale Askatasuna, che da diversi anni ospitava il festival, è stato sgomberato e il quartiere Vanchiglia da allora vive una quotidiana militarizzazione dei suoi spazi. Lo sgombero va inserito in una strategia generale, come accelerazione autoritaria e repressiva da parte del governo a seguito delle grandi mobilitazioni che hanno scosso la normale routine delle nostre vite, con i blocchi e gli scioperi di settembre e ottobre in solidarietà alla Palestina. In questo contesto di guerra globale occorre preparare il terreno per opporsi e affrontare una prospettiva in cui il ripristino della leva obbligatoria, l’intensificazione del controllo sociale e l’incremento della militarizzazione si faranno sempre più concreti, per renderci a disposizione della guerra. Vanchiglia in questi mesi è stata laboratorio di tutto questo ma ha anche dimostrato, insieme alla città tutta, di saper resistere. Non solo per difendere spazi che vengono sottratti ma anche per rilanciare e cogliere questo attacco come un’occasione per costruire nuove dimensioni di aggregazione, di confronto e di iniziativa.
Riconoscersi in una prospettiva “partigiana” oggi è necessario: ma vogliamo essere sempre di più a porci le domande giuste su come poter fermare la guerra a partire dai nostri territori, come immaginare un futuro desiderabile, su quali sono i nostri bisogni e come costruire insieme un sogno comune al quale tendere. Prendere parte, essere uno squarcio di possibilità nel presente di guerra per raccogliere le nostre forze e creare un immaginario diverso da quello imposto.
La quarta edizione del festival avrà l’ambizione di essere una tappa di questo percorso collettivo dal nome “Torino Partigiana” affinché possa essere un momento di incontro e ragionamento collettivo a partire dai temi sui quali ci interroghiamo nelle nostre vite: la militarizzazione e la sicurezza nella deriva autoritaria ma anche le forme di resistenza e le esperienze di opposizione a tutto questo; la guerra come paradigma globale per la fuoriuscita dalla crisi dell’Occidente e i mezzi sempre più raffinati di cui si dota, ma anche le resistenze che indicano una via praticabile per tutti e tutte; le storie di difesa dei territori dalle contraddizioni globali come quella energetica ed ecologica.
Sono questioni comuni, iniziare a porsele collettivamente per costruire le risposte insieme, è già di per sé un atto partigiano.
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PROGRAMMA DAL 22 AL 26 APRILE

“Nel nido di serpenti” con ZeroCalcare
“Vivere come in un nido di serpenti
Con le unghie e con i denti aggrapparsi alla vita
Aggrapparsi per non farla più scappar”
Una canzone senza finale – Truzzi Broders
Il processo di Budapest che ha visto l’arresto di compagni e compagne antifasciste ha aperto un dibattito pubblico importante: se guardiamo all’Italia non siamo davanti al ritorno del fascismo nelle sue forme storiche ma a una tendenza che assume tratti autoritari e conservativi pur non cogliendo la domanda popolare di una risposta agli interessi “nazionali”. La storia che racconta “Nel nido di serpenti” riporta la necessità di una solidarietà reale che attraversi le frontiere e che riporti al centro il rispetto dell’umanità. Maja T. si trova ancora nelle maglie della “giustizia” ungherese e questo impone che anche alle nostre latitudini si costruisca narrazione e pratica sulla legittimità dell’antifascismo militante. La solidarietà è la nostra possibilità di resistere anche a fronte di attacchi pesanti come quello nei confronti di Movimento No Tav, Askatasuna e Spazio Popolare Neruda in primo grado conclusosi con la caduta dell’accusa di associazione a delinquere ma che vede l’inizio del processo in appello con l’obiettivo di ribaltare la sentenza proprio nel mese di aprile. Associarsi per resistere, nel nido di serpenti, è sempre attuale.
ZeroCalcare, Michele detto Zerocalcare, fumettista e compagno, vive a Roma, quartiere Rebibbia. Con le sue storie a fumetti, strisce e più recentemente anche serie tv, ha contribuito a costruire un immaginario comune, un riferimento nel quale riconoscersi in quanto giovani e meno giovani, sicuramente stanchi di un mondo difficile ma anche con uno sguardo lucido e profondo e carico di ironia.
Truzzi Broders, I Truzzi Broders nascono nel 1982 all’interno della sala prove di Vankiglia S/balla e diventano in breve tempo uno dei gruppi di culto dell’epoca. Con il loro rock grezzo e la loro ironia raccontano storie dei quartieri di periferia, insieme a testi più politicamente impegnati. La loro canzone capolavoro, “Ti ho visto in piazza”, ha ispirato il titolo dell’ultimo libro di Zerocalcare, “Nel nido dei serpenti”.

Militarizzazione e sicurezza nella deriva autoritaria
Sono anni che le retoriche politiche insistono con forza sempre maggiore sul concetto di sicurezza, coniugandolo al bisogno in proclami belligeranti, spesso urlati, nei quali il quotidiano delle città e delle nazioni viene descritto come un campo di battaglia in cui bisogna difendersi, preferibilmente attaccando, da una minaccia rappresentata ora dalle persone migranti, ora dalle realtà sociali che propongono alternative al capitalismo e alla mercificazione di ogni aspetto della vita, ora dalle armi a lunga gittata degli Stati considerati ostili.
Retoriche, queste, che non restano solo tali perché legate a modelli di sviluppo economico di tipo estrattivo che richiedono, per funzionare, politiche di repressione ed esclusione, di sfruttamento, di invasione coloniale e di morte gestite con enorme discrezionalità dagli eserciti e dagli apparati di polizia, dentro e fuori i propri confini.
Non é un caso che buona parte dei più potenti governi mondiali abbracci oggi una dimensione autoritaria, recitando una narrazione in cui gli interessi della cosiddetta “nazione” dovrebbero essere tutelati a fronte di costanti minacce esterne o interne. In questo contesto lo spirito sovranista é funzionale a una nuova corsa al profitto, oggi messa a servizio attraverso il riarmo, la guerra, e la finanziarizzazione dei relativi processi economici che non conosco nulla di “confini” o di interessi del “proprio popolo”.
Tuttavia esiste, e non è negabile, un bisogno di sicurezza che proviene dal basso, tra le fasce della popolazione in via di impoverimento e già impoverite. I temi sono quelli conosciuti: spaccio e consumo di sostanze stupefacenti, disgregazione sociale, degrado urbano, mercificazione degli spazi, mancanza di lavoro. Ma se é vero che questi fenomeni generano insicurezza sociale, la loro risoluzione non si ottiene con maggiore sicurezza di tipo autoritario, perché non é da lí, dalla mancanza di autorità, che derivano. Essi sono il frutto di un sistema economico e sociale razzista, classista e ingiusto, la cui insicurezza di fondo si combatte non con “decoro” e “ordine” ma con prevenzione, riduzione del danno, investimento pubblico in cura e supporto a economie locali. Lo stesso sistema che criminalizza le dimensioni sociali che si autorganizzano dal basso per affrontare queste questioni, assumendosi anche le contraddizioni del caso.
Storicamente non è nuova la strategia del regime economico militare globale di costruire nemici per riprodursi, dalla piccola alla grande scala la “sicurezza” diventa l’unica risoluzione a problemi sociali complessi. In che modo oggi il sistema capitalista si ristruttura e riarticola a fronte delle contraddizioni che si approfondiscono?
Chi trae davvero beneficio dalle politiche che rinforzano o ridefiniscono i confini, che militarizzano i quartieri e le istituzioni, che subordinano l’economia alla produzione di armamenti? La sicurezza è un bene universalistico o rappresenta piuttosto un dispositivo di esclusione della nostra contemporaneità?
Ospiti
Michele Di Giorgio (relatore), storico, è ricercatore post-doc all’Università di Bari nel progetto PRIN “Police and Social Change: the Challenges of Gender and Ethnicity in Contemporary Italy”. Si occupa in particolare di storia della polizia nell’Italia contemporanea, oltre che di polizia scientifica, identificazione e sorveglianza tra ’800 e ’900. Ha pubblicato i volumi Per una polizia nuova. Il movimento per la riforma della Pubblica Sicurezza (1969-1981) (Viella, 2019) e Il braccio armato del potere. Storie e idee per conoscere la polizia italiana (nottetempo, 2024).
Enrico Gargiulo (relatore) è docente di Sociologia generale all’Università di Torino. Si occupa prevalentemente di cittadinanza, politiche sociali, sicurezza e ordine pubblico. Tra le sue ultime pubblicazioni: (Senza) residenza: l’anagrafe tra selezione e controllo (Eris, 2022), Polizia: un vocabolario dell’ordine (con Giulia Fabini e Simone Tuzza, Mondadori Università, 2023), Contro l’integrazione: ripensare la mobilità (Meltemi, 2024), Protocollo: uno strumento di potere (elèuthera, 2026). Scrive per «Jacobin Italia» e «Napoli Monitor».
Michele Lancione (moderatore) insegna Geografia politico-economica al Politecnico di Torino e dirige il Master in Geografia e scienze territoriali dell’Università di Torino. Si occupa di lotte abitative, con approccio critico alla precarietà abitativa, concentrandosi su una lettura di stampo etnografico. È co-fondatore del Radical Housing Journal e co-direttore del Beyond Inhabitation Lab. Tra le sue ultime pubblicazioni: For a Liberatory Politics of Home (Duke University Press, 2023) e Università e militarizzazione. Il duplice uso della libertà di ricerca (Eris, 2023).
Valeria Verdolini (relatrice) insegna Inequalities and Social Mobility e Diritto e mutamento sociale all’Università degli Studi di Milano. È responsabile del coordinamento scientifico-organizzativo di Democrazia Futura e di Democrazia Diffusa per Biennale Democrazia. Dal 2012 è presidente di Antigone Lombardia. I suoi ultimi libri sono Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà (Add, 2025) e Milano fantasma. Etnografie di una città e delle sue infestazioni (Ombre Corte, 2025). Scrive per «Lucy», «Micromega», «CheFare», «TheItalianReview» e «doppiozero».



Orizzonti di guerra: imperialismo e resistenze
La guerra oggi è il paradigma che ristruttura il modello capitalista in una fase di crisi dell’egemonia occidentale, in particolare statunitense. L’attacco all’Iran da parte di USA e Israele è un tassello in questo schema globale: oltre a colpire chi sostiene la resistenza palestinese, l’obiettivo è garantire un orizzonte imperialista. La guerra oggi significa anche utilizzo di tecnologie e mezzi nuovi, in una sorta di tecnofascistizzazione generale in cui le Big Tech stabiliscono un ordine mondiale. Significa anche conseguenze materiali per chi, in ogni parte del mondo, si trova nella parte bassa della classe: la contraddizione energetica è un tema centrale in una fase di finanziarizzazione e di crisi del dollaro.
Qual è il nostro compito oggi? Blocchiamo Tutto ha consegnato delle indicazioni precise: mobilitiamoci senza ambiguità a sostegno di chi resiste all’imperialismo. Come costruire un movimento contro la guerra imperialista oggi?
Youssef Boussoumah, Militante della causa palestinese dagli anni 80, partecipa all’organizzazione nel 1998 della campagna per il diritto al ritorno in Palestina e altre iniziative di solidarietà concreta. E’ stato tra i membri fondatori del MIR e poi del PIR (Parti des Indigènes de la République) Oggi collabora insieme a Houria Bouteldja e Louisa Yousfi al media libero Parole d’Honneur, progetto informativo e di dibattito politico, in cui si dà voce all’immigrazione post-coloniale e ai quartieri popolari ed è membro di QG Décolonial. Compagno di lungo corso con un punto di vista decoloniale e sulla necessità di una lettura dell’attualità in chiave anti-imperialista.
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