21 maggio 1968: Il calcio francese si ribella

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Nel quartiere latino, tra la Sorbona e il teatro dell’Odéon, i cubi di porfido divelti da studenti e operai servivano da proiettili da scagliare contro la polizia. E poi barricate ovunque, auto ribaltate e incendiate. Scene di guerriglia, tra manifestazioni e scioperi generali. Ma dall’altra parte della Senna, c’era invece chi protestava giocando a pallone, per strada. Niente di bucolico, ma l’espressione diretta della ribellione dei calciatori che porto nel maggio del 1968, e per cinque giorni, all'occupazione della sede della Federcalcio, aderendo a modo loro al clima di rivolta generale. E pure il mondo del calcio che quattro anni dopo si spinse fino allo sciopero, capitanato anche da un giovanissimo Raymond Domenech, futuro commissario tecnico.

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Il calcio di quegli anni rispecchiava il clima conservatore che regnava in Francia, tutto difesa e contropiede. Principi ereditati dal franco-argentino Helenio Herrera, che però non portavano frutti, annoiando tifosi e amanti del bel gioco. L’eliminazione ai quarti di finale dell’Europeo del ’68 contro la Jugoslavia (un clamoroso 1-5 a Belgrado) fu la disfatta di troppo. Anche per il mensile «Le Miroir du Football», edito dal partito comunista, bastione della contestazione del catenaccio e della dirigenza federale, dispotica e nepotista. Così in quel maggio bollente, tra un articolo sul gioco offensivo e una bordata a quello affaristico, in redazione spuntò l’idea di occupare la Federazione, in Avenue Iena, 60 bis, strada chic del borghese 16/o arrondissement. Un manipolo di giornalisti e giocatori, dilettanti in gran parte, che gravitava intorno al mensile, organizzò sopralluoghi, anche per individuare vie di fuga in caso di sgombero della polizia.

Il 21 maggio, dieci milioni di lavoratori paralizzarono le industrie francesi. Il mattino dopo,il 22, quando una decina di dipendenti federali uscì a prendersi il caffè, un giocatore che faceva il palo a pochi metri si chinò ad allacciarsi la scarpa. Era il segnale atteso. Sessanta ribelli del calcio fecero irruzione in sede. Due dirigenti vennero sequestrati in un ufficio. E sulla facciata del palazzo comparvero due striscioni: «Il calcio ai calciatori» e «Federazione di proprietà di 600mila calciatori». Lo stesso giorno venne redatto il «Volantino programmatico del Comitato di azione dei calciatori». Quattro i punti di rivendicazione: soppressione della licenza che limitava il calcio dilettantistico; abolizione del calendario ufficiale limitato per via ministeriale da ottobre a maggio; più campi da calcio, limitati, secondo i ribelli, per boicottare lo sport del popolo. E infine abolizione del contratto a vita del calciatore, bollato come strumento di schiavitù moderna. In effetti, nonostante fosse illegale da un anno, il club lo applicavano ancora, decidendo destini e carriere dei giocatori. Il manifesto venne distribuito ai passanti e su tutti i campi. Mentre studenti e operai si scontravano con le forze dell’ordine e incendiavano la Borsa, in Federazione si susseguivano assemblee, proiezioni di gare di altri campionati e nazionali. E feste che poi dilagavano per strada con partite improvvisate. Solo il 27 maggio, quando sindacati e organizzazioni studentesche ottennero una trattativa con il governo gollista, i calciatori votarono la fine dell’occupazione.

Ma la battaglia non era ancora vinta. A novembre, l’Unfp, il sindacato dei giocatori che aveva appoggiato l’occupazione, organizzò per il congresso annuale un’amichevole del «bel gioco» tra Saint Etienne e Angers, sul terreno del Red Star, in periferia popolare di Parigi. La Federazione minacciò di squalificare i giocatori delle due squadre che però si presentarono in campo. E in tribuna spuntò lo striscione: «I calciatori vinceranno». Quattro anni dopo, però, l’associazione dei club tentò di ristabilire il contratto a vita. E così scattò la nuova rivolta dei calciatori, in congresso a Versailles. Nonostante un’altra minaccia di sospensione, da Lione si presentò anche un baffuto delegato ventenne, Raymond Domenech, accolto dagli applausi dei presenti: «Dei fatti del ’68 non mi ero interessato , ma come allora, fu la rigidità dei dirigenti a spingerci allo scontro. E a farci rendere conto del nostro potere». Così, quatto anni dopo l’occupazione della sede federale, i calciatori francesi indissero il primo sciopero di categoria. Il 3 dicembre del 1972, solo due partite su dieci del campionato di Ligue 1 furono giocate. Un successo. E l’anno dopo, si arrivò alla firma della Carta del calciatore professionista, ancora in vigore. «I giocatori di oggi – aggiunge con ironia Domenech – dovrebbero versarci l’1% dei loro stipendi visto che siamo stati noi a lottare per i diritti di cui beneficiano oggi. Ma in realtà se fossi al loro posto forse non lo farei neppure io». Che disastro il calcio professionistico oggi........

 

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