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Giovanni Pesce arriva in Spagna

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Come maturò l’idea di andare con la Brigate Internazionali?

Lo decisi al momento stesso del colpo di stato di Franco e dei generali, il 18 luglio 1936, quando furono organizzate le prime manifestazioni di protesta contro i golpisti spagnoli. Radio Ceuta mandò il messaggio cifrato “Cielo sereno in tutta la Spagna”, il segno della ribellione dei generali reazionari, dei grandi proprietari terrieri, dei finanzieri, del clero contro il governo repubblicano di Madrid, a cui si contrappose la parola d’ordine gridata in piazza e riportata sui giornali: “Bisogna aiutare la repubblica”. La rivolta era esplosa anche in Marocco, nelle Canarie e nelle Baleari, i ribelli attaccarono la Vecchia Castiglia e la Navarra, a Siviglia e a Saragozza. Il 19 luglio la milizia operaia di Madrid e le truppe rimaste fedeli al governo repubblicano uscirono dalle officine e dalle caserme per affrontare i reparti ribelli nella capitale. Lo stesso giorno i marocchini sbarcarono a Cadice guidati dal commissario governativo per Marocco il Marocco spagnolo, il generale Francisco Franco, il quale dichiarò che la lotta intrapresa non era solo un problema spagnolo ma internazionale e che sia la Germania che l’Italia avrebbero dato presto il loro contributo. La convinzione era ben risposta perché l’intervento dei nazifascisti fu quasi immediato. Il 30 luglio nel Marocco francese giunsero 20 “Junker” e 20 “Caproni” italiani che furono utilizzati per trasportare sul suolo spagnolo le truppe marocchine. Il giorno dopo giunsero altri aerei del Reich. Di fronte a questa situazione il governo francese di Leon Blum si proclamò neutrale. Le dittature fasciste attaccarono a fondo e le democrazie bloccarono ogni soccorso. Nel generale assenteismo solo l’Urss e il Messico accorsero in aiuto dei repubblicani. Mentre l’atmosfera politica si arroventava la Grand’Combe fui testimone della grande sollevazione popolare contro la posizione assunta dal presidente Blum. Ci furono manifestazioni e comizi tutti i giorni. I minatori raccoglievano denaro, medicinali, coperte per i repubblicani spagnoli. Ma non era certo sufficiente, era necessario impugnare le armi e combattere e non era più tempo di indugiare. Venni a sapere proprio in quel periodo che era già partito per la Spagna un gruppo di volontari. Per questo mi rivolsi al partito comunista del paese per dare la mia adesione ma l’obiezione fu che ero troppo giovane. Andai allora alla “Bourse du Travail” di Alès e rinnovai la mia richiesta che questa volta fu accolta. “Stai pronto che ti chiameremo noi” mi fu assicurato. Intanto a Parigi c’era stato l’appello di Pietro Nenni, Randolfo Pacciardi, Giorgio Amendola, e dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, riuniti nel comitato antifascista unitario italiano, perché fosse costituito un battaglione di volontari nel nome di Garibaldi.

Dolore Ibarruri “la passionaria”, alla Mutualitè, sempre nella capitale francese aveva tenuto nella primavera del 1936, al fianco del segretario Thorez, di fronte ad una folla immensa di ogni nazionalità a favore della lotta, un appassionato discorso, sostenendo che se Franco avesse vinto “un torrente di sangue avrebbe travolto l’intera Europa. A Parigi c’ero anche io con una delegazione di quattro-cinque giovani comunisti de la Grand’Combe. Fu un viaggio lunghissimo in treno, che durò un giorno intero. Partimmo di notte e ripartimmo di notte senza andare a dormire. Il pranzo e la cena ci furono offerti dal Fronte Popolare di cui eravamo ospiti. Era la prima volta che andavo a Parigi e lo spettacolo fu fantastico. Ero un minatore in una città immensa, ricordo che fui preso come da un senso di sgomento. Non avevo mai conosciuto città di quel tipo. Le parole della Ibaburri mi colpirono molto come le notizie sui movimenti di solidarietà che stavano sorgendo nel paese e sulle richieste per avere armi e aiuti finanziari. “Des canons et des avions pour l’Espagne” erano le parole d’ordine che risuonavano in ogni luogo. Anche i giornali dall’ ”humanitè” a “Vanguarde”, il foglio della federazione giovanile comunista, proponevano ogni giorno dei lunghi articoli sulla guerra. Della Spagna si parlava anche nella “cantina” della mamma anche se a lei non interessava della politica. Il dibattito era vivissimo tra i minatori dalla stampa era venuta la notizia che l’Italia, per volontà del governo di Mussolini, avrebbe garantito il suo appoggio alla Spagna e ciò produsse in noi italiani un senso di indignazione e, assieme, di vergogna. Dopo circa un mese fui convocato dalla Bourse du Travail ed ebbi il benestare per la partenza. Fu il segretario, il compagno Mejan, a farmi avere una carta d’identità e una lettera di accreditamento. Fu una gioia immensa. Avrei dovuto però tacere della decisione sia alla famiglia che al partito. In quel momento ci giunse la notizia che Nino Nannetti era già a Barcellona dalla metà di luglio; che Carlo rosselli era partito con altri italiani, comunisti, anarchici, giellisti, e che a metà agosto, con Camillo Berneri e Mario Angeloni aveva costituito la prima colonna a Monte Pelato sul fronte di Aragona. Sempre a Monte Pelato nei primi giorni di settembre si era assestata anche la seconda colonna “Gastone Sozzi” guidata dal commissario politico Francesco Leone, comunista. Partii il 17 novembre 1936. A mia madre raccontai la storiella che andavo in Belgio a far visita a una ragazza. Più tardi, da Figueras, la prima città spagnola dove fui accolto le inviai una lettera in cui spiegavo le ragioni della mia scelta pregandola di non preoccuparsi e di non piangere che sarei un giorno o l’altro tornato. Lei in precedenza non aveva sospettato di niente. Non avevo neppure informato i miei fratelli. Fu una cosa assolutamente segreta.

 

Come avvenne la partenza?

Eravamo una ventina. Ero il più giovane ma il fatto di avere altri compagni che avevano fatto la mia stessa scelta lo seppi a destinazione. Sempre in un secondo momento conobbi i loro nomi, ad eccezione di Carlo Pegolo. Pegolo, comunista, era un minatore friulano di 21 anni, lo avevo incontrato casualmente per strada alla Grand’Combe con suo fratello Luigi alla vigilia della mia partenza, e lui, una volta saputo dove ero diretto volle seguirmi. “Parto domani per la Spagna” gli dissi, e lui di rimando mi rispose che mi avrebbe seguito. Era stato probabilmente colpito dal mio entusiasmo e dai racconti che gli avevo fatto, compreso il viaggio a Parigi per ascoltare il comizio della Ibarruri. Pegolo era un ragazzo assai coraggioso, faceva parte della terza compagnia del battaglione Garibaldi, fu ferito più volte e poi venne fatto prigioniero dai franchisti nell’autunno del 1938 sul fronte dell’Ebro. Eravamo, in quel viaggio di avvicinamento alla frontiera franco-spagnola, vestiti con abiti civili, non avevamo armi, solo il passaporto. Io avevo una valigetta con due camicie, un paio di calzoni, dei fazzoletti, il rasoio per la barba. Non avevo che poco denaro, ne la Bourse du Travail, che autorizzò il mio viaggio, mi diede qualcosa. La Bourse du Travail fu comunque determinante perché ci aiutò nella fase del passaggio in Spagna, altrimenti sarebbe stato più complicato. L’organizzatore del viaggio, il compagno Mejen, era conosciuto dai militi di guardia del confine. Partimmo in treno da Alès divisi, io in uno scompartimento, altri in altri scompartimenti e così via. Si doveva passare la frontiera sui Pirenei. Scendemmo a Perpignano l’ultima tappa francese del viaggio. Un compagno ci accompagnò vicino alla rete. C’era uno spagnolo che parlava francese che era incaricato di controllare i documenti. Per il governo francese andare a combattere con la repubblica spagnola, transitando per il suo territorio era un fatto illegale, ma fece finta di niente. Quando fu il mio turno presentai la carta di identità e la lettera che avevo ricevuto alla Bourse du travail. Lo spagnolo di guardia guardò il mio volto con intensità e iniziò a brontolare. Mi fece capire che in Spagna avevano bisogno di uomini con i nervi saldi, uomini coraggiosi e non ragazzi che dovevano ancora crescere. Insistette molto sulla giovane età. Mi invitò a tornare a casa e a compiere un esame di coscienza, al termine del quale gli avrei dovuto dare ragione. Rimasi malissimo offeso da quell’accoglienza e mi misi a piangere in preda allo sconforto. Cercai Mejan per invitarlo a trovare una soluzione. Quando lo vidi quasi lo aggredii raccontandogli quello che mi era successo. Mi rispose che sapeva già tutto e disse di non preoccuparmi. Gli altri compagni che assistettero attoniti al fatto mi assicurarono che mi avrebbero mascherato, mettendomi della polvere sul volto per farmi scomparire i tratti giovanili. L’attesa fu lunga e tormentata, non ero intenzionato a rinunciare per nessun motivo, anche perchè combattere in Spagna per me significava battersi per un cambiamento politico nel nostro paese. Diventai, tra le abili mani di Mejan, un giovanotto di ventidue anni con la carta d’identità con le generalità contraffatte. Infagottato nei mie vestiti attesi che cambiassero i militi di guardia alla frontiera e ritentai il passaggio. Questa volta andò bene e anche io misi piede in spagna. Era la stessa terra che c’era in Francia, cento metri più in là. L’emozione mi travolse. Avevo compiuto il primo passo di un percorso che mi avrebbe portato nelle Brigate Internazionali, il mio sogno.

 

Chi incontrò per primi?

Guido Picelli, Dario Barontini, Felice Platone e altri di cui non ricordo il nome. Con Picelli parlai in francese, perché l’Italiano, come ho detto, lo conoscevo pociossimo.

 

Quale fu la tappa successiva?

Albacete dove c’era un centro di addestramento militare. Lì restammo radunati in una scuola per qualche giorno. Durante il viaggio da Figueras fummo accompagnati da gesti di solidarietà e dai festeggiamenti della popolazione, che ad ogni stazione ci portava dolci, frutta, fiori. Ci fu chi salì sul treno e ci abbracciò. Una accoglienza entusiasmante, eravamo nella Catalogna rossa. Proprio ad Albacete il 3 novembre sorse il battaglione Garibaldi. Durante la permanenza ad Albacete incontrai parecchi italiani della centuria “Gastone Sozzi” feriti nei primi combattimenti contro i reparti franchisti. Erano in città per il periodo di cura e convalescenza. Nelle strade non c’erano solo italiani o spagnoli ma donne e uomini di tutto il mondo. Il periodo ad Albacete servì ai responsabili delle Brigate Internazionali per scegliere gli uomini che avevano già un’esperienza militare e che avrebbero potuto assumere posizioni di comando. Il giorno successivo fummo trasferiti a Roda, un paese vicino, per completare le istruzioni cominciate ad Albacete. Trascorsi una settimana a sparare con il fucile. Per la prima volta ebbi un’arma in mano. Imparammo anche a marciare, a gettarci per terra, ad avanzare strisciando, a muoverci a gruppetti, a scavare trincee, a leggere la carta geografica, furono i primi approcci militari. Le esercitazioni coinvolsero tutti gli italiani, anche politici ed intellettuali. Ricordo che Felice Platone, una figura di primo piano fra i combattenti, un uomo piuttosto tozzo, fece fatica quando dovette buttarsi per terra. Me ne accorsi e sorridendo glielo feci notare. Alla Roda venne anche un rappresentante africano, un giovane abissino che chiamammo “il moro” e che aveva già avuto modo di combattere.

 

Dopo la fase delle istruzioni andò al fronte?

No. Ci fu infatti una fase preparatoria al Pardo, vicino a Madrid, dove era stato concentrato il battaglione Garibaldi. Fummo accolti dagli anziani con applausi ed abbracci e per noi, giovani reclute, fu un’altra occasione per commuoverci.

Il battaglione Garibaldi, da un punto di vista politico, comprendeva comunisti, anarchici, repubblicani, come andò la convivenza?

Buona all’inizio eravamo tutti insieme. Poi gli anarchici se ne andarono in Catalogna. Avevano capito che bisognava combattere e che si poteva morire! Mentre gli anarchici erano a Barcellona fuori dalla linea del fuoco ad aspettare. Poi gli anarchici erano contrari alla disciplina. Non l’accettavano.

 

Quando ci fu il battesimo del fuoco?

Il 17 dicembre a Boadilla del Monte, una città nei pressi di Madrid occupata dalle truppe franchiste che miravano a tagliare la strada che da Madrid portava alla Sierra de Guadarrama. Da qualche giorno fra Cerro de los Angeles, Ciudad Universitaria, Pozuelo de Alaracon, era iniziata la grande battaglia per la difesa della capitale con la parola d’ordine lanciata da Ines Ibarruri “No passaran”. Pur determinato con il pensiero ero tornato alla mia famiglia, al mondo del lavoro, alle speranze coltivate seppur nella mia breve esperienza politica. Confidavo che mi consegnassero un fucile per poter sparare ma per il momento non lo ebbi. Ero disarmato! Un compagno mi assicurò che potevo riceverlo, come gli altri, se lo avessimo conquistato al nemico o se, malauguratamente, qualche compagno fosse caduto. Infatti dopo tre o quattro ore il fucile arrivò. Sino a quel momento ero rimasto al fronte ad aspettare, ad assistere alla battaglia che durò per alcune ore con esito alterno. Conquistavamo un tratto di terreno poi lo perdevamo. Con il fucili seguivo i compagni in avanti mentre i fascisti erano fuggiti. Senza esplodere neppure un colpo fui vittorioso. La battaglia si concluse con 7/8 caduti dalla nostra parte. Quello che mi colpì fu quando fui mandato a recuperare delle munizioni e vidi 4 o 5 morti caduti sotto un bombardamento. Quello spettacolo mi fece un’impressione tremenda. Erano i primi morti che vedevo, due erano del nostro battaglione. Ma mi fecero maggiore impressione le urla dei feriti, dal sangue, dagli aerei fascisti che si lanciavano contro di noi. Io facevo parte della seconda compagnia, sezione mitraglieri, comandata dal varesino Mario De Ambroggi, composta da una cinquantina di uomini. Dopo Boadilla del Monte ci fu una serie di battaglie. Andammo a Mirabueno dove morì Picelli nella battaglia di Algora. Di Picelli, un eroe degli “Arditi del Popolo” dell’oltretorrente di parma che si opposero nel 1922 alle squadracce di Balbo, ero diventato uno degli uomini di collegamento. Lui secondo me ha voluto morire, rischiava sempre troppo. Camminava infatti sempre dritto, in piedi, senza ascoltare i consigli di chi lo invitava ad abbassarsi. Così venne raggiunto da una pallottola in piena fronte. La tappa successiva fu Majadahonda a metà gennaio, e poi Arganda e infine l’Jarama dove nel febbraio del 37 la nostra difesa impedì alle truppe franchiste di entrare a Madrid con un anno di anticipo. A dirigere le operazioni sul Jarama c’erano Nenni, Longo, Di Vittorio, Pacciardi. A proposito del sangue versato in queste battaglie, il poeta spagnolo Machado scrisse che “la borghesia parla sempre di patria ma quando essa è in pericolo sono i primi a fuggire, e chi rimane sono i giovani, gli operai, i contadini, gli intellettuali”. Era proprio così.

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