14 Febbraio 1976: autonomia operaia con la “A“ minuscola, raccogliere la generalità dei bisogni di liberazione

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Un nuovo spettro si aggira per le piazze italiane, è quello dell’AUTONOMIA operaia. I giornali lo hanno già classificato: ecco il nuovo gruppuscolo. D’ora in poi, per inerzia, la sigla continuerà ad apparire nelle liste dei partecipanti alle manifestazioni dettate dall’Ansa e nelle denunce contro l’irresponsabilità e l’estremismo pronunciate dai funzionari del controllo sindacale e politico.

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Ma il gruppo Autonomia operaia non c’è. Ci sono singoli gruppi, radicati nella realtà di lotta della fabbrica, della scuola, del quartiere: ognuno di questi si chiama come vuole e come crede, e partecipa dell’«autonomia» – di quella importante, con la «a» minuscola – in quanto è realmente dentro le masse, in quanto è capace dentro le masse – di sviluppare agitazione, di determinare organizzazione e contropotere.

Solo perché questo sta avvenendo in forma nuova e massiccia dall’aprile 1975, solo per questo oggi le parole d’ordine dei quartieri e delle fabbriche hanno cominciato a risuonare nuovamente nelle piazze di Milano. Da mercoledì 28 gennaio (occupazione operaia della stazione di Lambrate il mattino, e nel pomeriggio corteo dell’autonomia verso S. Vittore a protestare contro il tentato assassinio dei compagni in carcere) a venerdì 6 febbraio (sciopero generale ed occupazione della Stazione Centrale) è stato un ripetersi continuo di manifestazioni autonome. Esse hanno mostrato quanto sia alta la volontà di lotta delle masse, hanno cominciato a spazzar via quell’aria di rassegnazione che padroni e sindacati insinuavano tra la gente, hanno nuovamente collegato la combattività operaia e la capacità di darle espressione politica.

Ne vengono alcuni compiti specifici per i rivoluzionari. Organizzarsi tra le masse per determinare il punto di concentrazione politica del potenziale di insubordinazione esistente, significa avere presenti quali sono i bisogni fondamentali del proletariato oggi, significa capire fino in fondo la continuità fra l’illegalità dei comportamenti cui sono quotidianamente costrette le masse e la creatività dei bisogni politici che questa illegalità esprime.

Perciò le forze dell’autonomia operaia non possono andare in piazza, come i gruppuscoli, per contarsi: debbono andarci – e ci sono andate e ci andranno – per determinare momenti di organizzazione e di contropotere, per dare espressione politica rivoluzionaria alla rivolta che vive nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri.

Quanto è avvenuto in questo periodo è perciò importante. A Milano, a Roma, a Padova, a Genova, in mille altre situazioni, la piazza si sta svegliando, in maniera nuova. Non si tratta più di osservare le «scadenze» di gruppettara memoria o di osservare il calendario parlamentare per «premere» dalla piazza (come sempre i revisionisti hanno fatto): si tratta di portare direttamente sulla piazza, di concentrare in funzione di dimostrazione e di attacco la vera «autonomia», quella che vive ogni giorno nelle infinite lotte contro il padrone e il comando.

In questo senso «autonomia operaia» è un vero e proprio modello di organizzazione, non un nuovo gruppuscolo, non un nuovo partitino: «autonomia operaia» è la capacità di raccogliere e concentrare l’insubordinazione proletaria in forme di potere che si scatena contro l’avversario. Non far parlare i revisionisti sulle piazze, determinare momenti di aggregazione politica contro il terrorismo dello Stato, dare alle forze operaie la capacità di esprimere direttamente i loro interessi: questi sono alcuni dei compiti immediati.

Ma non basta. Oggi è necessario che il rapporto fra tutte le forze dell’autonomia operaia e proletaria si stringa man mano, correttamente, dal basso, dentro la pratica dell’azione diretta, in un processo organizzativo. Noi non sappiamo quale sarà la forma organizzativa definitiva di questo processo: sappiamo quello che certamente non sarà, e cioè la ripetizione di qualche modellino leninista (che poi Lenin dicesse le cose che dicono i leninisti contemporanei è perlomeno dubbio), la faticosa e sciocca ripetizione degli errori trascorsi. Sappiamo anche che il processo organizzativo dovrà rappresentare alcune delle più importanti conquiste del proletariato oggi: e cioè la sua capacità di raccogliere dentro di sé la generalità dei bisogni di liberazione che nella lotta anticapitalistica si sono determinati. È in questa novità, è in questa creatività che il progetto dell’autonomia operaia, dei gruppi che in essa si costituiscono, va maturando.

Le manifestazioni di questi giorni non hanno perciò battezzato un nuovo, gruppuscolo, hanno invece mostrato come un processo di organizzazione nuovo, adeguato ai nuovi bisogni delle masse, si è messo in moto.

 

da «Rosso Giornale dentro il movimento» – anno III – n. 6 nuova serie -14 Febbraio 1976

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