10 giugno 1976 : Dall'area dell'autonomia operaia e proletaria al movimento dell'autonomia operaia

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Dall’area dell’autonomia operaia e proletaria al movimento dell’autonomia operaia

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E’ negli anni del primo contrattacco capitali­stico contro l’organizzazione operaia nata alla fine degli anni ’60 che comincia a for­marsi quell’insieme di forze autonome di base, nelle fab­briche e nei quartieri, a cui è stato dato il nome di AREA dell’autonomia operaia. L’ area dell’autonomia operaia si è fortemente sviluppata. La sua linea politica, vale a dire la linea politica di tutte le forze che nell’autonomia o­peraia si riconoscono, è for­temente antirevisionista. Di conseguenza il metodo dell’ autonomia operaia si fonda nel territorio dell’illegalità di massa dei comportamenti operai e proletari antirevisio­nisti. Le grandi scadenze dell’autonomia operaia e prole­taria si sono costituite attor­no all’occupazione di Mirafiori nel ’73, nelle campagne nazionali di autoriduzione, nella propaganda e nelle ini­ziative di appropriazione di massa, nelle, lotte contro la ristrutturazione e la riconver­sione, nel movimento dei di­soccupati. La caratteristica e la parola d’ordine vincente nell’area dell’autonomia ope­raia è stata fin da principio sempre quella del CONTRO-POTERE. Solo gli imbecilli e i mistificatori di professione hanno preteso di ridurre l’autonomia operaia, e cioè le forze che si riconoscevano, nell’area, a movimento mar­ginale e cialtrone: di contro il potere dello Stato e del ca­pitale ha perfettamente indi­viduato la forza rivoluziona­ria espressa nell’area, e con­tro di essa ha messo piena­mente in atto il meccanismo della criminalizzazione. Con­tro la criminalizzazione delle lotte, contro gli strumenti del terrorismo socialdemocrati­co, dall’area dell’autonomia operaia è di conseguenza partito l’unico e più forte contrattacco: anche questo caratterizza ed individua oggi l’area dell’autonomia opera­ia, la sua capacità di costrui­re CONTPOPOTERE e di esercitarlo direttamente con­tro il POTERE DELLO STA­TO.

In questi anni le forze operaie e proletarie dell’ AREA hanno cominciato a tessere la trama di un’orga­nizzazione nazionale. Nel con­vegno della primavera del ’76 le forze dell’autonomia ope­raia organizzata hanno co­minciato a verificare alcune fondamentali omogeneità di stile di lavoro e di linea poli­tica.

 

Ma hanno anche verificato quanto sia lungo il cammino che porta, dall’espressione di un originale metodo rivolu­zionario, alla costruzione del partito rivoluzionario. Mar­ciare su questa via è comun­que necessario, nella con­sapevolezza di tutti i compa­gni che questa strada deve essere percorsa, le difficoltà superate, l’omogeneità ritro­vata, il metodo unificato, lo stile di lavoro generalizzato. Costruire il MOVIMENTO DELL’AUTONOMIA OPERA­IA significa dare alcune pri­me risposte a questi proble­mi e fondare alcune prime certezze organizzative. Dire MOVIMENTO DELL’AUTO­NOMIA OPERAIA significa marciare realisticamente sul­la via dell’unità delle forze dell’area, significa esercitare sinceramente la critica e l’autocritica, significa cioè im­porre a noi stessi e a tutti i compagni il metodo della

 

CRITICA-UNITA’-CRITICA. Noi siamo consapevoli delle difficoltà di questa indicazio­ne: ma siamo molto più con­vinti del fatto che questa e­sigenza vive nella coscienza dei militanti ed è imposta dallo sviluppo della lotta po­litica proletaria. Oggi non si procede senza organizzazio­ne: è solo la risposta capita­listica e riformistica alle lot­te che lo impone, è soprat­tutto la richiesta dei militan­ti e del movimento di massa che lo richiede. Per i militan­ti il problema non è, nelle fabbriche e nei quartieri, a quale organizzazione si riferiscono ma quale organizza­zione vogliono costruire. Nes­suno potrà più espropriare i proletari della loro organiz­zazione: ma questa organiz­zazione, inespropriabile, di­sciplinata e feroce contro gli avversari di classe, deve es­sere costruita. Passare dall’ area dell’autonomia al mo­vimento dell’autonomia signi­fica cogliere realisticamente la necessità del momento sto­rico dell’autonomia, significa compiere il primo passo non più « verso » ma DI ORGANIZZAZIONE.

La proposta di movimen­to che nasce nell’area dell’ autonomia operaia è caratte­rizzata da tre punti di vista: dal punto di vista del meto­do, dal punto di vista del riferimento di classe, dal pun­to di vista della concezione del potere.

 

DAL PUNTO DI VISTA DEL METODO. Il metodo dell’ autonomia operaia è quello dell’appropriazione dell’organizzazione da parte delle masse. Ogni funzione organizzativa, ogni momento di, organizzazione si spiega perciò solo nella misura in cui contiene ed esprime una realtà determinata della lot­ta proletaria. Il metodo dell’autonomia operaia non conosce delega, né teorica, né pratica. Costruire il MOVI­MENTO dell’autonomia ope­raia significa allora procede­re dal basso, dai bisogni politici del proletariato, dalle forme di organizzazione che questo viene continuamente costruendo. Significa lottare ferocemente contro ogni ten­tativo di espropriazione revi­sionista del potere delle masse. Noi intendiamo la co­struzione del movimento co­me processo di aggregazione di forze direttamente espres­se dai livelli della lotta di classe e come processo di uni­ficazione politica (program­matica e organizzativa) di queste forze: quindi, come momento, intermedio ma fondamentale, di CENTRA­LIZZAZIONE POLITICA ED ORGANIZZATIVA DEL MOVIMENTO DI MASSA. Tutti gli strumenti di propaganda, di agitazione e di lotta che le forze che si riferiscono n11, area posseggono, debbono quindi man mano, dentro il processo di critica-unità-critica essere ricondotti alla cen­tralizzazione del movimento. Non permettiamo che il re­visionismo, con la sua storia di menzogne e la sua pratica di tradimenti, infanghi ed im­pedisca il progetto teorico e pratico della lotta operaia: la costruzione del partito. Lot­tare per la costruzione del Movimento dell’Autonomia Operaia significa oggi proce­dere in senso giusto ed ade­guato al processo di lotta del­la classe.

 

DAL PUNTO DI VISTA DEL RIFERIMENTO DI CLASSE. In questa prospet­tiva, costruire il movimento dell’autonomia operaia signi­fica riaffermare pesantemen­te e definitivamente la cen­tralità della classe operaia nel progetto rivoluzionario. È sulla classe operaia che il progetto di organizzazione del movimento va central­mente fondato. Ma affermare questo significa lottare con­tro due complementari erro­ri che sono presenti all’inter­no dell’area dell’autonomia: un errore opportunistico e un difetto di miopia. L’erro­re opportunistico è quello di tutti coloro che vanno a cer­care soggetti rivoluzionari dappertutto fuori che nella classe operaia, che esaltano — invidiosi della classe operaia ed insieme « delusi » (sic!) — ogni peto di prote­sta che il sociale scoreggia. L’errore di ottica e il difetto di miopia è di tutti coloro, che non si rendono conto quanto la lotta operaia e la risposta capitalistica abbia­no mutato la realtà del lavoro produttivo, di quanto la lot­ta contro lo sfruttamento capitalistico diretto si estenda) fuori dalle mura della fab­brica, di quanto il proletariato (giovanile, femminile, di­occupato) sia essenziale al movimento rivoluzionario organizzato nell’autonomia. Il movimento dell’autonomia o­peraia si fonda e si costruisce sull’operaio della fabbrica so­ciale.

 

DAL PUNTO DI VISTA DEL POTERE. Porre il pro­blema della costruzione del movimento dell’autonomia operaia significa costruire, come movimento, istanze —sempre più larghe, sempre più diffuse — di CONTROPO­TERE. Significa soprattutto promuovere ed organizzare contropotere. La centralità operaia e la mobilità prole­taria vanno messe in moto attorno a questo progetto: che è, se il contropotere è reale, inevitabilmente illega­le. Il contropotere non vince mai se non nel momento del rivoluzionario: non si dà prefigurazione del co­munismo attraverso le splen­dide lotte di contropotere di massa o le efficaci azioni di contropotere di organizzazione che possiamo mettere in atto. Il contropotere vince sempre come azione di or­ganizzazione, come momento di diffusione dell’illegalità di massa, come costruzione di guerriglia contro il sistema del potere socialdemocratico e revisionista. L’organizza­zione vive intera la contrad­dizione di un progetto di con­tropotere e risolve questa contraddizione attraverso la mobilità dell’attacco e la sua maturazione ad un livello sempre più alto. r- in ciò che la centralità operaia e la mo­bilità dell’operaio della fab­brica sociale trovano la pos­sibilità di travasare continua­mente le loro esperienze di rottura e di progetto rivolu­zionario. Organizzazione e militanza si misurano intera­mente sul progetto di contro-potere: il Movimento Auto­nomia Operaia è questo.

Noi sosteniamo che il processo di passaggio dall’area dell’autonomia di clas­se al movimento dell’autono­mia operaia va incentivato soggettivamente entro tempi brevi. Perché? Perché mai come oggi, dal punto di vista dell’analisi politica dei comportamenti dell’avversa­rio, la crisi del movimento operaio sembra tanto vicina. Le aspettative operaie che le illusionistiche vittorie elet­torali hanno suscitato, debbo­no rovesciarsi contro il revi­sionismo; la pratica repres­siva delle organizzazioni re­visionistiche deve rovesciarsi contro di esse: ancora una volta i revisionisti hanno al­zato un masso che non han­no la forza di trattenere. L’ adesione dei revisionisti al progetto di restaurazione dei padroni ha creato una rottu­ra fra classe operaia e mo­vimento operaio ufficiale: bi­sogna rendere irreversibile questa rottura. La maturità e la diffusione delle lotte dell’autonomia operaia permet­tano di puntare sull’obietti­vo della rottura ma solo la forza di un movimento orga­nizzato permette di ottenere questa vittoria: di essere cioè nella condizione di puntare ad un più alto livello di in­subordinazione e di lotta. Ma i tempi debbono essere bre­vi anche perché in questo periodo c’è la possibilità di recuperare, dalla rottura e dal-!a corruzione dei gruppi, un personale politico comunista che ha vissuto in tutti que­sti anni (anche se contraddit­toriamente) l’esperienza dell’autonomia. La funzione e­gemone dell’autonomia ope­raia come movimento non si riferisce certo alla miseria della crisi dei gruppi: si rife­risce tuttavia alla ricchezza di esperienze rivoluzionarie dei quadri dei gruppi in cri­si. Crisi del revisionismo, ma­turità soggettiva dell’avanguardia autonoma, crisi dei gruppi: ma questo non ba­sta. Ciò che più spinge ad ac­celerare i tempi di costru­zione del movimento dell’au­tonomia operaia è la necessi­tà di un’espansione della lot­ta e di una sua centrali­zzazione. L’autonomia non è ‘a­narchica ma marxista: le masse di classe operaia non sono anarchiche ma poten­zialmente marxiste-leniniste. E’ sulla ricchezza teori­ca di questa proposta e di questa urgenza che la nascita del Movimento dell’Autono­mia Operaia non ha più nul­la da attendere, se non i tem­pi e le necessità della lotta politica all’interno dell’area. Ma questa lotta politica —per non essere sintomo di mi­seria — non può che perveni­re ad una ed una sola con­clusione: il processo di co­struzione del Movimento dell’Autonomia Operaia.

5: Nell’area dell’autonomia operaia si sono continua­mente confrontati un fron­te di massa e un fronte combattente. Costruire il Movi­mento dell’Autonomia Opera­ia significa unificare questi due fronti di lotta, non per confonderli, non per determi­nare astratte subordinazioni dell’uno all’altro o vicever­sa: ma per unificare nel pro­getto complessivo e nella pra­tica del militante quelle che sono funzioni non separabili. .11 MOVIMENTO DELL’AU­TONOMIA OPERAIA rappre­senta la dialettica mai con­clusa, se non dall’insurrezio­ne, fra esercizio di contro-potere di massa e sviluppo dell’iniziativa di partito. E’ su questo ritmo che noi lo costruiremo. Il fronte di massa è movimento di gran­de ricchezza di obiettivi: sa­lario, orario, lotta contro la gestione capitalistica della spesa pubblica, autoriduzio­ni, ecc. il fronte combatte identifica i nodi sempre nuo­vi del comando dello Stato e della sua capacità di orga­nizzare e ristrutturare la tra­ma sociale dello sfruttamen­to. Questi nodi il fronte com­battente considera e taglia, aprendo sempre nuovi varchi all’azione proletaria organiz­zata. Questa dialettica va concentrata, regolata e promossa nell’unità della teoria e della pratica del MOVIMENTO DELL’AUTONOMIA OPERAIA.

 

 

da ”Rosso Giornale dentro il movimento” anno III n. 10-11 Giugno 1976

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