Università Rojava e Accademia Mesopotamia: un modello alternativo di formazione

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Da Qamishlo una visita nelle vecchie università del regime ora riformate dal processo rivoluzionario.

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Scendendo dal pullman quello che ci appare di fronte agli occhi è un enorme edificio che molto ricorda le università a cui siamo abituati in Italia, ma ben presto capiamo che se l’apparenza è quella, la sostanza è ben diversa.
Veniamo accolti da studenti e studentesse, professori e dirigenti, ma anche da un gruppo di giornalisti e reporter che seguiranno l’incontro durante tutta la sua durata. Si tratta di professionisti formati proprio in quella stessa università che ora lavorano per giornali e televisioni nazionali e internazionali. La percezione dell’importanza di questo incontro come un momento per scambiare e confrontare due esperienze totalmente diverse e opposte, non è solo nostra.
Dopo aver fatto un breve giro per l’edificio ci dirigiamo nella grande aula magna dove avremo la possibilità di parlare con alcuni docenti, studenti e la coordinatrice dell’Università. La risposta alle nostre domande relative al metodo di tassazione e alla valutazione degli studenti è chiara: l’università è gratuita, non ci sono test d’ingresso né esami durante il percorso formativo. La formazione dei giovani, elemento fondante della società, non è un qualcosa che può in alcun modo dipendere da estrazione culturale o sociale.


Le facoltà a ora attive sono quelle di agraria, formazione degli insegnanti, arte e cultura, lingua, petrolio, petrol-chimica e jineoloji, un corso sulla scienza delle donne, centrale non solo all’interno di questa università ma in tutta la rivoluzione democratica. Sono in corso i lavori per l’apertura di altre facoltà: filosofia e storia, medicina, stampa e informazione, sociologia, archeologia.
Un professore dell’ateneo, che aveva insegnato in quella stessa università sotto il regime di Assad, ci racconta che la scelta di togliere gli esami non è stata facile, sia per i professori che per molti studenti questo nuovo modello non è stato immediato. Ora ogni corso è strutturato in un rapporto formativo di crescita e scambio continuo, le lezioni frontali sono ridotte al minimo e vengono organizzati molti seminari di discussione sia degli studenti sia dei docenti. La valutazione alla fine del corso è collettiva, sugli argomenti e su come sono stati affrontati, e individuale su quanto lo studente ha appreso ed è cresciuto. Uno studente ci spiega che ora il rapporto coi docenti è un rapporto tra heval, “insieme svolgiamo ruolo in questa società e in questa rivoluzione. Accumuliamo il sapere per condividerlo con la società”.

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Un’altra studentessa ci spiega che durante il regime esisteva un confine netto tra cosa e come si poteva studiare, ”ora invece siamo spinti a riscoprire i nostri saperi e crearne di nuovi diversi da quelli capitalistici”.
Il confronto tra studenti e professori viene portato avanti grazie ad un sistema di critica e auto-critica. Le necessità degli studenti in questo modo riescono sempre a trovare una posizione centrale e i professori danno e ricevono continue critiche e autocritiche. In questo rapporto formativo tutto il sistema viene costantemente messo a critica e migliorato. Anche nell’università funziona il sistema della co-presidenza e delle assemblee: momenti di coordinamento dei corsi, settimanalmente degli studenti, mensilmente tra rettori e decani.


Giunta l’ora di pranzo ci spostiamo all’Accademia della Mesopotamia, nata circa tre anni fa. Dopo aver mangiato, seduti davanti una tazza di çhai continuiamo la discussione, ci viene spiegato da alcuni studenti in cosa consiste questa Accademia. È un progetto innovativo, il punto più avanzato della rivoluzione nella formazione: molto più libera dell’università nella discussione sui saperi, la vita è totalmente comunitaria e non c’è divisione tra studenti e docenti. Questo perché l’Università del Rojava è ancora una via di mezzo tra il sistema formativo dello Stato e questa nuova sperimentazione. I posti sono ancora limitati, all’incirca una settantina di studenti l’anno, ma ci sottolineano l’intenzione di continuare a lavorare per rendere possibile questa opportunità ad un numero sempre maggiore di giovani. La durata del corso è di sette mesi e mezzo, le principali materie sono storia, sociologia e politica democratica, filosofia, regime della verità, storia della società, sociologia della vita (la base di queste riflessioni sono le difese scritte da Öcalan, la maggior parte ancora inedite in Italia). Alla fine di questo periodo viene prodotta una tesi. Formazione e quotidianità si intrecciano creando un connubio tra vita sociale e mondo della conoscenza. Una costante sinergia, frutto della co-ricerca di studenti e professori, rende questo ambiente vivo più che mai. Attività fisica, studio, confronto, gestione e ordinaria manutenzione degli spazi comuni sono allo stesso modo elementi essenziali per formare ragazzi e ragazze. Nell’Accademia l’attenzione principale è alla soggettività e personalità degli studenti e allo sviluppo di un carattere democratico, quest’esperienza formativa rende possibile tornare nella società per influenzarla positivamente e diminuire il potere dello Stato.


Una studentessa ci racconta dei suoi primi mesi: “Non conoscevo me stessa. Nella società la donna e la sua essenza sono negate. Qua si può discutere e imparare quello che si vuole, nel sistema no. Si è creata fiducia nelle donne che siano in grado di combattere e difendere i propri territori e questo influenza anche le famiglie.”
Qui in Rojava il futuro si costruisce veramente all’interno di queste mura, non solo grazie a lezioni frontali ma anche grazie alla forza delle molte associazioni studentesche, valorizzate in quanto parte agente del processo di condivisione dei saperi.

 

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