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L’università italiana va alla guerra

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L’agenda della politica estera e di difesa è sempre più condizionata dalle holding dell’energia e dei sistemi d’arma mentre si afferma il modello-sistema militare, industriale, finanziario, accademico e della ricerca. Militarizzazione della società e dell’economia e militarizzazione dell’università e della didattica, processi paralleli che si autoalimentano.

Non c’è documento programmatico o di bilancio degli ultimi anni in cui non compaia almeno una volta il concetto Cultura della Difesa. Per comprenderne le origini e il significato bisogna andare al testo della legge n.124 del 2007 con cui sono stati “riformati” i servizi segreti. Tra gli obiettivi della nuova architettura d’intelligence viene specificato quello di “far crescere la consapevolezza per i temi dell’interesse nazionale, e della sua difesa, in tutte le declinazioni che esso assume di fronte alle sfide della globalizzazione e alle minacce transnazionali che arrivano dentro il sistema Paese mettendo a rischio la sua integrità patrimoniale e industriale, la sua competitività, la sicurezza delle sue infrastrutture e dei sistemi informativi”.
Il 24 febbraio, mentre cominciava l’invasione dell’Ucraina, a Roma veniva firmato di un Protocollo di intesa tra i rappresentanti della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) e la Fondazione Leonardo Med-Or, istituita dall’omonima holding del complesso militare-industriale al fine di “promuovere attività culturali, di ricerca e formazione scientifica, al fine di rafforzare i legami, gli scambi e i rapporti internazionali tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato fino al Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso (Med) e del Medio ed Estremo Oriente (Or). A capo di Leonardo Med-Or i vertici del gruppo industriale a capitale statale hanno chiamato l’ex ministro dell’interno Marco Minniti, un nome, un programma.
Ne abbiamo parlato con Antonio Mazzeo, antimilitarista, insegnante, blogger

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Da Radio Blackout

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